1937 Eugenio Bertuetti – Ritratti quasi veri: Vittorio De Sica

Da IL DRAMMA Num. 265   1° Settembre 1937:

  • Ritratti quasi veri: Vittorio De Sica
    Autore: Eugenio Bertuetti

 

 

Ritratti quasi veri: Vittorio De Sica

Quando De Sica era poco più che un ragazzo, tutto preso dai sogni che gli facevano ressa nel cervello e nel cuore, recitava con la Pavlova. Anche allora era un figliolo lindo e bene educato, che non si stendeva la mano se non sì ero prima tolto il guanto, che sorrideva scoprendo i trentadue denti - parevano centocinquanta - scintillanti e forti da pubblicità dentifricia e strìzzando leggermente gli occhioni neri di monello napoletano. Anche allora, nonostante la florida e limpida giovinezza, gli si formavano nel ridere tante fitte rughe agli angoli delle orbite, con un effetto sorprendente di furbizia antica in sorriso innocente. In lui i sogni erano nugoli, le aspirazioni non gli davano pace, nondimeno sapeva tenerli a freno in una specie di gelida compostezza, la quale forse era scambìata dalla sua maestra stessa per mancanza di scatto. Si, ottimo elemento, ma troppo inviscato nel cerimonioso, troppo illanguidito, forse anche troppo signore per il mestiere che gli piaceva. Dopo il teatro s'andava in una trattoria dietro il Carignano, il cui proprietario sapeva cucinare bistecche soffici e grosse come puf di sangue. In un angolo gridava Petrolini, in un altro Gandusio ascoltava. De Sica sorrideva, più interessato all'apparenza dalla buccia di una pera, che non dagli argomenti in discussione. Ma quando si usciva, nelle vie deserte o chissà, fosse il buio che ne blandisse la timidezza o l'ora cosi commovente e bella, suscitatrice di rimorsi - avviandoci infatti verso casa, una sveglia che trillasse a un terzo piano, l'esempio di chi già s'alzava punto dal richiamo delle opere usate, ci faceva rimpiangere le ore inutilmente perdute - ecco De Sica si trasmutava, qualcosa in lui si scioglieva, che lo invitava a parlare, a parlare. "Vorrei tare questo, vorrei fare quest'altro. Che ne dice se mi provassi in quella parte...? Ho letto la tale commedia, credo che ne potrei rivelare le bellezze... Insomma, passano i giorni, passano gli anni, ed io son sempre cosi, nessuno. Eppure... eppure...  Mi aiuti a cercare la mia strada, mi consigli... Ho tanta volontà di fare, e così fot'te, ma non vedo, non trovo...". Accenti accorati, che non avresti immaginato potessero nascere da quel sorriso che conoscevi, da quella elegante indifferenza, che sola ti aveva colpito Poi, per lunghi tratti, stava zitto; ma giunti dinanzi al mio portone si tornava indietro, e dal suo albergo si ritornava al mia portone. Già uscivano i primi tranvai; a lumi spenti, come mostri notturni impauriti, fuggivano gli autocarri della spazzatura. Possavano in fila i carretti degli ortolani. Salutandomi insisteva: "Mi dia una mano dunque... Non crede ch'io potrei diventare qualcuno?...". E subito dopo; "La conosce l'ultima canzone? Dice...". E ne modulava il ritornello. Mi pare che fosse, allora, Ramona.
De Sica è giovane, eppure sono passati anni parecchi da quelle albe. Anche Ramona è morta. Ma lui, che davvero voleva, la sua strada l'ha trovata, quel qualcuno, che desiderava di essere, lo è. Una strada che allora non si poteva percorrere, eppure è proprio costruita tutta quanta col materiale di quel tempo. Voglio dire che com'egli era è rimasto, e aggiungerei intatto, se non iosse per quella chiostra dei denti sui quali le sigarette e il mordente delle spazzole hanno lasciato il segno degli anni. La prima espressione di De Sica artista - espressione compiuta e d'un colpo rivelatrice - l'abbiamo avuta in quella Compagnia diretta da Guido Salvini, che doveva consacrare alle feste della ribalta il trio "De Sica, Rissone, Melnati" tuttora in isplendore. Eleganza, nitidezza, gioventù, freschezza, disinvolta giovialità, umiltà, sono le sue doti migliori. Quel contegno rispettoso e insieme furbesco, ma di fanciullo; quella buona educazione innata, che gli permette di creare con naturalezza e sullo stesso piano il gentiluomo un po' imbastito e il candido povero diavolo; e quel fiore primarverile dell'anima per cui i sentimenti acquistano in lui un che di eccessivamente tenero, come piace al popolo e alle donne, tutte cose che erano già del ragazzo alle prime armi; fiore il cui profumo - tenuto di preferenza celato per simpatico pudore - avevi modo di avvertire quando De Sica, come dicevo, era in vena di abbandono. E poi c'era già il cantore, la sua arte dolcissima e canagliesca di dire cantando e viceversa per la quale le signore vanno matte - e anche gli uomini -, per cui il "Parlami d'amore Mariù" è più famoso, ahimé, dell"Era già l'ora che volge al desio" e son più le firme di De Sica nelle borsette delle italiane che non quelle di Guerra sulle tessere dei ciclisti, quell'arte morbida e sfumata; languorosa e da nulla, noi l'avevamo conosciuta sin d'allora. Conosciuta ma non giudicata. Ora egli mi fa spesso sentire che queste alucce di mondano cherubino gli pesano, vorrebbe cambiarle, magarì con la zampa del leone. Anche oggi come ieri è insoddisfatto. Sogna un altro qualcuno. Eppure io penso che se ci fosse un camposanto delle canzoni morte, De Sica dovrebbe andarci ogni tanto, ma all'alba, quando nelle cìttà si spengono d'un tratto e tutti insieme i lumi, cercarvi la tomba di Ramona, lasciarvi un fiore. E cosi sino all'ultimo dei suoi ridenti giorni.

EUGENIO BERTUETTI

Nel riquadro GALLERIA disegno originale del pittore Mateldi.

ENRICO VIARISIO, dopo una popolarità cinematografica, meritatissima, ritornerà al teatro di prosa, al suo teatro. La scena può prestare degli attori allo schermo, ma non toglierli, poiché è risaputo che recitare è "un'altra cosa", come dicevano gli attori drammatici. Si guadagna meno, ci si fa molto meno pubblicità, è vero, ma per l'arte bisogna soffrire (dice Viarisio...)

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