1938 Vittorio De Sica – Il mio dramma interiore…

Da IL DRAMMA Num. 289 - 1 Settembre 1938:

  • Il mio dramma interiore...
    Autore: Vittorio De Sica

 

 

Il mio dramma interiore...

Il "mio dramma" non sembri un facile gioco di parole perchè ciò che sto per scrivere è destinato alla rivista diretta da Lucio Ridenti per la quale ho una particolare e viva simpatia. Ma evidentemente I'avete anche voi se Ia rivista avete in mano e mi leggete; usatemi perciò la cortesia di ascoltare questo sfogo del "mio animo esulcerato" come dicono i personaggi delle commedie di Dumas. Dunque, un giorno, non molto tempo fa, avevo deciso di non cantare più. L'idea di mettermi accaNto a un pianoforte per filare qualche nota mi dava ai nervi. Mi pareva d'essere vittima d'un destino crudele, amaro. Perchè io sono certo che cento, mille persone hanno fatto quello che ho fatto io, ma nessuno è stato tanto punito quanto me. Chi di voi non ha cantato mai una canzonetta alzi la mano. Sono certo che tra voi ci sono dei dicitori perfetti, dei cantanti di canzoni deliziosi. Ma quel che è disgraziatamente, vi giuro proprio disgraziatamente, capitato a me, non è capitato a nessuno. Non vi pare una ingiustizia? Bisogna stare molto attenti a quello che si fa da giovani... Amore a parte, io dico ai giovani: siate cauti nel mostrare le vostre piccole abilità. Il mio caso, che del resto non è unico, vi insegni Ia prudenza, la riflessione. Se vi trovate a saper fare qualche cosa, prima di correre in mezzo agli amici a vantarvi della vostra abilità, pensateci un anno. Perchè i casi sono due: o ci fate una cattiva fgura, e allora perchè andare incontro a una mortificazione quando se ne può fare a meno? Oppure la cosa va, piace, avete successo, e allora chi vi Iibera più da quella vostra abiIità? Io sono poi tanto più colpevole di leggerezza in quanto un terrirbile esempio sotto gli occhi I'avevo. Un amico di mio padre, da ragazzo, aveva avuto la cattiva idea di fare delle imitazioni di personaggi celebri, di attori, di uomini vivi e morti da tutti conosciuti. Ebbene, quel disgraziato aveva dovuto rinunciare al consorzio umano, perchè dovunque andasse egli doveva imitare qualcuno dei presenti. Egli sapeva benissimo, che i grandi applausi che otteneva non lo avrebbero mai compensato dei nemici che andava facendosi intorno fatalmente, perchè un uomo di spirito quando si vede caricaturato o imitato nelle sue caratteristiche più evidenti sorride e si diverte, ma dentro di sè concepisce per I'autore della caricatura e della imitazione un odio inestenguibile; sapeva benissimo che la terribile fatica di imitare gli costava sempre più cara con I'andare degli anni; ma con tutto ciò doveva assoggettarsi alla bisogna. Avebbe potuto diventare qualcuno, far carriera, approfondire i propri studi. Niente. Doveva imitare. Non poteva fare altro. Ora è in un ricovero di mendicità dove a quel che mi si dice sta imitando i suoi compagni di collegio. Signori: un giomo io ebbi la cattiva idea di cantare una canzonetta. Era un venerdì. Lo ricordo benissimo. E ne avevamo tredici del mese. Da quel giorno... Bene, voi capite. Il grave è che non capii subito in che ginepraio m'ero cacciato. Anzi, sulle prirme mi faceva piacere. C'è nella musica delle nostre belle canzoni italiane una così dolce effusione di sentimento che m'era piacevole eseguirle e mi pareva, eseguendole meglio che potevo, di esprimere un poco di me stesso, Insomma cantavo ed ero felice di cantare. Ma poi quando la canzonetta non bastò più alle cresciute esigenze del mio spirito, io incominciai ad averne abbastanza. Altri e assai più altri problemi mi si affacciavano alla mente. Ma non vi fu verso. Non sono mai riuscito a non cantare. E il peggio è che, in fondo, cantare mi piace sempre, il che indebolisce sensibilmente la mia forza di resistenza verso chi mi richieide una canzone. Eppure mi pareva d'esercitare un'arte inferiore, di fare una fatlca che andava a detrimento di altre fatiche che m'ero imposte e che certo valevano più la pena di questa, mi pareva di sentirmi offeso quando al mio apparire sentivo sussurrare dagli astanti: "facciamolo cantare, facciamolo cantare". Che ire sorde, che collere trattenute, che voglia di gridare: "E' ora di fnirla!". Ero giunto a un punto che stavo per impazzire, Mi pareva che tutti coloro che incontravo per la strada, e mi dicevano gentilmente buon giomo, mi dovessero chiamare in disparte per chiedermi: "Scusi come fa quel refrain...". Certo la cosa si sarebbe complicata pericolosamente per i miei nervi perchè, tra I'altro, coloro che mi chiedevano di cantare credevano di farmi un piacere. Per fortuna un fatto mi ha salvato. Protagonista di questo fatto è stata la mia bambina. L'altro giorno piangeva. Siccome non parla ancora, non siamo riusciti a sapere da quel genere di delusione morale fosse angosciata. Una cosa è certa ed è che tutti i nostri argomenti per consolarla riuscivano vani. Vani i balli che tutti cercammo di eseguire in sua presenza, vani i salti mortali che io feci sul letto, vari i musi i versi i gridolini che a turno facemmo più o meno bene a seconda della mobilità facciale di ciascuno e della voce. Niente. Piangeva. Io allora, per non sentire più Ia vocetta stridula e insistente, mi misi a cantare. Dopo tre o quattro battute Ia mia bambina si chetò. Mi guardava con quei suoi occhi... sapete, ha degli occhi... Be', Iasciamo andare... Insomma, non piange più. Al refrein sorrise un poco. Sorride tanto bene che tutti diventano matti. Allora ho pensato che le mie canzoni possono consolare talvolta qualcuno. Questo pensiero mi ha in parte guarito dalI'ossessione delle canzoni. E se talvolta mi lascio persuadere a eseguirne qualcuna, è proprio perché spero... anzi sono quasi sicuro che in mezzo alla folla, forse felice che mi ascolta, cè qualcuno a cul una canzone può dare qualche sollievo, un respiro, un singhiozzo liberatore... che so? Una consolazione, insomma. Ma non per questo non continua a rimanere il mio dramma.

VITTORIO DE SICA

 

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