1939 Elsa Merlini – Parlo di me

Da SCENARIO Num.4  Aprile 1939:

  • Parlo di me.
  • Autrice: Elsa Merlini

 

 

Parlo di me

Cedo alle amabili, autorevoli insistenze, ne parlo di me. Un poco a denti stretti, lo confesso. Non per falsa modestia, nè per un sentimento che della modestia sia addirittura l'opposto e che si manifesta tuttavia nelle medesime forme. Chi mi conosce sa bene come definire questo mio modo di sentire e di pensare. Un tantino selvaggia sono e sono sempre. Gelosa della mia intimità, ho tentato di difenderla, talvolta con energia. Ed è saltata fuori la leggenda di una Merlini presuntuosa e sdegnosa, insocevole e troppo autoritaria. Un'attrice che tutte le sere, sia pure attraverso un'interpretazione, ha da mettere a nudo il suo cuore, soffrendo un tormento che col suo proprio tormento dal piu al meno s'identifica, deve pur conservare, appena possa, qualche cosa per sè. È un rifugio quella salvata intimita, nel quale l'attrice e la donna si ritrovano, s'intendono, si completano. Non invadiamo dunque, col vostro permesso, quell'oasi. Eccoci sul palcoscenico. No? Preferite in casa? Come vi garba. Del resto è tutt'uno. La Merlini in casa sua, all'albergo, fra gli amici non è molto diversa da quella che vedete sul palcoscenico. Una mia qualità è proprio questa: di non recitare, quando recito e quando non recito. Ignoro nella vita l'arte di darmi un contegno (c'è chi dice: delle arie) e sulla scena rifiuto senza remissione una parte se non trovo in essa qualche rispondenza col mio spirito. Quanto a piegare il mio temperamento alle esigenze delia interpretazione, quello è affare dell'artista. Cerie affinità intime mi riguardano invece personalmente. Il temperamento della Merlini? Per anni - certo per troppi anni, anche se furono pochi - sono stata legata ad uno speciale repertorio: al repertorio comico. Tanto che fu creduto da pàrecchi, spero in buona fede, all'impossibilità, o quasi, di una mia evasione. Su che cosa fosse fondata questa ferma idea non saprei dire. Chi mi ha seguìto fin dai primi passi, e mi ha giudicato senza preconcetti, non può avermi attribuito soltanto il dono di una grazietta comica. So, per esempio, che il nostro illustre Ruggeri non è, e non fu mai, di questa opinione. E lo dice. Quando, agli inizi, io ero nella compagnia di Alfredo De Sanctis, col ruolo di prima attrice giovane, Ruggero Ruggeri in riposo a San Pellegrino, durante una nostra stagione estiva colà, non mancava mal ad una recita. E si compiaceva di quelle mie prove che non erano tutte, credetemi, brillanti escursioni nel campo della sbrigliata comicità. Del resto, anche il buon Luigi Rasi, che fu il mio primo maestro a Firenze e colui che seppe dirmi le parole incoraggianti le quali mi spinsero verso l'arte, non pensò mai che si potesse fare di me, che ero già allora una bambina molto riflessiva e, come oggi si dice, pensosa, un'attricetta destinata soltanto a far ridere. Ma siccome più tardi, sbocciando alla prima notorietà, m'imbattei in qualche figurella bizzarra da personificare, ci fu chi si affrettò ad incollarmi addosso l'etichetta di attrice comica col proposito di non togliermela mai più. E quando io, stanca di essere giudicata in modo incompleto, ed ansiosa di mostrare a quel pubblico che già si era accorto di me e mi voleva bene, che avrei potuto dargli qualche cosa di diverso, successe un mezzo scandalo. Siccome questa è storia di ieri, non sarà il caso d'insistervi. Ma una cosa è certa: che io, presentandomi quale interprete di un personaggio che avesse una solida consistenza umana, con tutte le vibrazioni, le ansie, le trepidazioni. le sofferenze di una creatura nella quale un dramma, piccolo o grande che sia, si agiti, ebbi a superare ostacoli che altri non conobbero. Tanto più che i miei mezzi di espressione si ostinavano a rimanere semplici, non cercando un rilievo che sarebbe stato facile trovare. Ora non è più così. Ora sono io che in un certo modo devo insistere per farmi accettare in una parte dall'ossatura esile e troppo fragile. Di recente ho portato alla ribalta una commediola comica, non migliore nè peggiore di tante altre, ed il pubblico non si è dichiarato soddisfatto. Insomma, mi ha tenuto il broncio. Che quel broncio mi abbia poi fatto tanto dispiacere, non oserei dire. Lotta. Naturalmente. Tutta la mia vita è stata di battaglia. Non me ne Iamento per niente. Nessuno in casa mi avrebbe voluto attrice; ed ho dovuto lottare per salire sul palcoscenico. Una volta giuntavi, ho dovuto lottare, come vi ho detto, per affermarmi nel modo che rispondeva al mio ideale di artista; ed oggi devo lottare ancora per difenderlo e proteggerlo, quel mio caro ideale. Sono queste, del resto, Ia nostra funzione e la nostra missione. Vi dirò che io amo molto la famiglia, e che sono assalita spesso dalla nostalgia di una vita tranquilla, raccolta, ordinata. Ma devo confessarvi che questi assalti io li subisco soltanto quando tutto va liscio come I'olio, nei periodi di perfetta tranquillità, di assoluta bonaccia. Allora, si, sento che quella tranquillità potrebbe prendere un'altra forma. Ma non appena fiuto nell'aria odor di polvere, mi ritrovo attiva e combattiva. Basta che si profili una "prima" nella quale s'abbia da conquistare a fatica una bella vittoria, perchè io non pensi che a quel mio lavoro, a quella creatura che ha da prendere vita in me, e che io amo più di tutte quelle che ho impersonato prima e che pure ho tanto amato. Ho pochi, fidati amici, ai quali so confidarmi. Essi conoscono la febbre di quelle battaglie e sanno la sincerità delle mie trepidazioni. Una loro parola - che io so schietta - mi conforta e mi tempra. L'adulazione invece, mi irrita. Ed io, attrice non del tutto disattenta, so di poter distinguere la lode dall'adulazione. AI pubblico voglio bene. Con esso m'intendo sempre e subito. Quando mi accorgo che qualche mia riposta intenzione è prontamente afferrata, sono felice. Quella comprensione mi ricompensa quanto cento applausi e forse più. Il pubblico merita davvero gli si dedichi tutta una vita: una vita densa e fervorosa, fatta di lavoro appassionato e di sacrificio. Il teatro può dare soddisfazioni ineffabili. Esso nutrisce sopratutto lo spirito. E per questo, noi attori si ritorna ad esso con entusiasmo, quando per un poco ne siamo stati lontani. "Ritornare" al teatro? Da dove? Dal riposo, s'intende, e dal cinematografo. Perchè ormai il cinema rappresenta qualche cosa di molto considerevole nel complesso dell'attività degli artisti. Io Iavoro per il cinema, come sapete, da parecchio tempo. Ed il pubblico anche in quella forma di spettacolo mi mostra la sua simpatia e Ia sua considerazione. Gliene sono grata. Non sono al caso di offrirvi un'autorevole dissertazione sul cinema, sulle caratteristiche che lo avvicinano al teatro e su quelle che dal teatro lo separano. Nè mi addentrerò anch'io - per carità! - nella complessa discussione che ha lo scopo di stabilire se sia o non sia utile al cinema l'opera dell'attore teatrale, limitandomi ad esprimere a questo riguardo l'opinione di quel cuoco il quale riteneva che per fare il salmì di lepre fosse necessaria la lepre. Bisogna lavorare: lavorare il meglio che sia possibile, con amore e con intelligenza. Le discussioni lasciamole fare agli altri. Vi dirò piuttosto che quando, parecchi anni fa, fui chiamata alla Cines per un provino, ed io, dopo il successo di Triangoli con la compagnia Niccodemi (nella quale presi il posto di Vera Vergani) ripetei dinanzi alla macchina da presa la "nenia del salice piangente", ebbi l'impressione di prender parte a un dilettevole gioco. Poi, il gioco, come sapete, è diventato una buona metà del mio lavoro: che è di tutti i giorni e di tutte le ore.

ELSA MERLINI

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