1939 Renzo Ricci – Quarant’anni esame di maturità

Da SCENARIO Num.2  Febbraio 1939:

  • Quarant'anni: esame di maturità.
  • Autore: Renzo Ricci

 

 

Quarant'anni: esame di maturità

Quarant'anni è un'età preoccupante: lo so ben io che ci sono nel mezzo. E non perché si cominci ad invecchiare, ma perché si finisce di essere giovani. È un punto di arresto piuttosto che di trapasso. Si entra nella maturità, nell'epoca ferma deila ponderazione e della saggezza ed ogni uomo, soprattutto ogni artista, si sente nella necessità di fare un bilancio che sia al tempo stesso consuntivo e preventivo, che riepiloghi il passato e provveda all'avvenire. Malinconica sosta in cui ci si ritrova con i primi capelli bianchi sulle tempie come un vecchio scolaro arrivato in ritardo, dopo molti sforzi, all'esame; ad un esame di maturità neì quale non si può sperare in raggiri o in compromessi per passare con lo scappellotto. Occorre rispondere a se stessi e perciò con suprema lealtà guardando coraggiosamente in faccia Ia verità e dicendosela con tutta franchezza. Le fumane dei vent'anni sono ormai lontane con le loro ambizioni sfrenate, le loro avidità, i loro sogni; e sono lontani anche gli slanci e le certezze dei trenta con tutto quel fervore ardente che fa considerare la vita come un lungo e lento cammino nel quale c'è tempo e modo di fare tante cose. Il tempo comincia a stringere. Si sente addosso Io scorrere degli anni, si comprende che il più bello è passato senza quasi farsene accorgere e che bisogna avanzar cauti risparmiando energie, raccogliendo le forze, mettendole bene a frutto. II senso di responsabilita - pacioso avversario di ogni avventurosa audacia - monta la guardia ad ogni nostro atto: si dice così addio alla libertà perché si diventa schiavi di noi stessi. Ma questa schiavitù se comporta molte rinunzie, comporta anche una grande conquista; ia conoscenza delle proprie forze disciplinate da una volontà ferma e da un equilibrio positivo. Si raggiunge insomma il pieno possesso di se medesimi. Che è gia, una bella vittoria. Allora si porta ogni cosa sul piano semplice ed umano della realtà. spogliandola di quel tanto di follia con cui Ia giovinezza ama rivestirla meravigliosamente con le sue pazze illusioni. E questa specie di risveglio, credetemi, non è poi tanto amaro come si dice. Ci riporta alle origini. Per quanto ne faccia ricerca, non trovo infatti nulla di fatidico nelle mie predisposizioni infantili. Ho avuto un'infanzia ed una adolescenza qualsiasi chè si svolsero nella serenità casalinga offertami dai miei genitori, in uno strano grigiore, in un crepuscolare raccoglimento taciturno e solitario: prefazione a quella intensita malinconica che divenne poi ìa mia compagna di vita e, sotto certi aspetti, l'indole della mia vicenda artistica e il temperamento dei rniei più riusciti personaggi. Non posso nemmeno citare - come avviene per molti - una sfrenata passione teatrale. Si recitava da ragazzi, in una soIfitta, per gioco, non per smania dell'arte e a teatro non andavo mai. Cosicché quando una signorina, interprete dilettante di Zazà, venne a scovarrni fuori dalla sofftta e a portarmi con sé in un teatrino vicino a Santa Croce accettai senza soverchio entusiasmo di recitare la parte del protagonista; era un modo come un altro di stare fra compagni e di divertirci. E infatti di quella recita non ricordo le ernozioni e il successo che, mi dicono, ci fu; ma uno smoking fuori misura, sproporzionato alla mia esilità di adoiesoente, i lumi a gas le cui reticelle bruciavano troppo spesso obbligandoci a rimediare col petrolio, le papere, gli incidenti comici e spassosi insomma che ci tennero allegri con i loro diversivi. Come dunque mi si accese dentro il fuoco sacro? Difficile a dirsi. Mio padre arnava l'arte drammatica. Era amico di molti attori celebri e insegnava recitazione per puro diletto al collegio delle Querce. Devo a lui di aver recitato un "Vitaliano" in Romanticismo, memorabile per il fatto che, essendo l'edizione castigata ad uso del collegio, la povera "Giuditta" era stata tramutata in un fratello del farmacista con evidenti modificazioni degli stati d'animo; ma devo soprattutto a lui l'essermi dedicato dopo queste prelazioni di carattere piuttosto negativo, alle recite filodrammatiche dei vari circoli fiorentini. Forse questa mia attivita era una specie di indiretto appagamento di quella segreta passione per il teatro che i casi e le necessità della vita avevano in lui tenuta sofiocata: certo è che gli piaceva vedermi recitare, darmi consigli, guidarmi, sentirmi applaudito e lodato. A poco a poco, traverso l'esercizio e l'abitudine, mi si svegliò un certo amore per l'arte e nella mia foga di studente - frequentavo l'Istituto Tecnico - cercai di rinnnovare il vecchio repertorio filodrammatico sostituendo Giacosa al Giacometti, Bracco al Marenco, D'Annunzio al Carrera, Sudermann al Gherardi del Testa, fino a tentare Gorki e Andreieff. Queste innovazioni non furono sempre accolte con entusiasmo dai bravi spettatori di quei teatrini da dilettanti, ma gli insuccessi anziché avvilirmi mi spronavano alla lotta con rinnovato fervore. Era quella la mia prima battaglia ed era naturaie che volessi vincerla. Tutta la mia vita del resto è stata così: una serie di brevi crisi a capo chino subito seguite da vigorose reazioni a viso aperto. Di coraggio e di volontà non ho mai avuto difetto. Ma era destino che quella battaglia Ia dovessi perdere; la rivincita dovevo pur prendermela - decise di tutta la mia vita. Capitò in quell'epoca a Firenze - s'era nel 1915 - la compagnia Gramatica, Carini, Gandusio, Piperno e mio padre, che era amìco del Piperno, parlò di me a quell'eccellente attore presentandomi come una promettente recluta. Piperno e Carini mi vollero mettere alla prova: mi fecero recitare una scena del Padrone delle Ferriere, poi una di Odette e infine mi chiesero di declamare dei versi. L'esperimento fu giudicato soddisfacente: venni scritturato a quattro e cinquanta al giorno e per un anno sostenni gloriosarnente il ruolo di comparsa senza aprir quasi mai la bocca. Su questa prima esperienza, della quale non posso dire che mi facesse salire al capo fiammate di orgoglio e di entusiasmo, piombò improvvisamente la guerra. Aspirati nel gran vortice parecchi attori, noi, i più giovani, si dovette rimediare. Fu una grandine di lavori, un cumulo di ruoli e di parti, una fatica senza metodo che sfociò per quel che mi riguarda in un discreto risultato di tecnica. Imparavo il mestiere; ma di me stesso non avevo ancora sentore. Cosa volessi dall'arte non mi pare Io sapessi; e nemmeno da che parte avrei preferito buttarmi. Venne così il triennio con Antonio Gandusio: prima "amoroso" poi, uscito Giorda, "primo attor giovane". Cominciavo a respirare : ebbi i miei piccoli successi, qualche soddisfazione di companatico, la certezza di poter seguitare e la possibilità di entrare a pieni voti nella compagnia diretta da Virgilio Talli. E qui conviene fare una parentesi. Se talvolta i persolaggi vanno in cerca degli autori, assai più spesso noi attori - specialmente nella fase iniziale - andiamo alla ricerca dei personaggi. Si badi bene: non dico deile "parti", dico dei "personaggi". I personaggi sono, in questo senso, qualcosa di simile alle anime gemelle: ci si cerca per intenderci e fonderci, per formare un'anima sola e un corpo solo. Ma accade alle volte che dopo il primo incontro, dopo una subitanea solidarietà formatasi per istinto, come d'incanto, alla lettura, sopraggiungono perplessità. inattese, incompatibilità segrete e si finisce per litigare, per rinnegarsi o comunque per subirsi senza amore. Ancora oggi sono, sotto molti aspetti, quel ragazzo di allora. Mi sorprendo sovente a cercar di capire in quale punto avverrà la sutura fra il personaggio che sto studiando, quello che ho scelto, e me stesso. Problema per parecchi - a quanto si dice - facilissimo e del tutto naturale; ma per me avvolto quasi sempre nella nebulosa dell'attesa. e, quasi, neli'aspettazione del miracolo. Io so - e parlo d'oggi, superato l'esame di maturità - che un giorno, inaspettatamente, quella sutura avviene: che cioè, all'improvviso, mi metterò a parlare, ad agire, a vivere come quel dato personaggio, o il personaggio comincerà a vivere, agire, parlare come me: ci sarerno insomma riconosciuti, incorporati e fusi. Allora, soltanto allora, si puo andare sul paicoscenico con qualche tranquilìità di coscienza. Quando questo miracolo avviene, provare e recitare non è più una fatica: la "parte" diventa una "natura". Studiare non stanca; sostiene l'istinto il quale suggerisce tutto con spontanea facilità. La memoria ricorda le parole senza affannarsi, la voce trova i toni appropriati senza bisogno di pensare, i gesti e gli atteggiamenti si compongono e si sviiuppano senza stimoli, automaticamente. Il personaggio è dentro l'attore e si muove per suo conto, sicuro. All'ora accade che chi ti guarda - i compagni, su la scena - non ritrovano più nei tuoi occhi il tuo sguardo: ne hai un altro, senza saperlo, che si accende al fuoco della vita straniera che è entrata in te. È lo sguardo del personaggio. InconfondibiÌe. È un fenomeno misterioso e impressionante che dà la misura della qualità e della maturità. di un attore: Zacconi in scena non ha mai, dico mai, il suo sguardo. Ma per arrivare a questo stato di grazia, o per lo meno alla sua possibilità, ci vogliono anni di attesa, di studio, di macerazione, di dedizione. Per me ce ne sono voluti molti. Probabilmente perché ho un cattivo carattere, ciò che mi ha portato per lungo tempo a non andare d'accordo col mio mestiere. Io non sapevo che cosa volevo da lui e lui non sapeva che cosa ricavare da me. Ci si misero di mezzo autorevoli personalità e tutto sommato riuscirono a stabilire un "modus vivendi" di reciproca tolleranza su le basi di una fiduciosa attesa. Virgilio Talli fu la prima di tali personalità: mi insegnò una maggiore aderenza alle esigenze del teatro, mi assicurò una buona preparazione tecnica, ml diede una discreta autonomia individuale. Poi venne Zacconi che mi fece fare un gran tuffo nel classico accostandomi alle grandi figure. Fui i Laerte accanto ad Amleto, Alessandro accanto a Leonardo, David accanto a Saul; fui con qualche soddisfazione lago accanto a Otello. Per avviarmi verso iì paludamento classico, Ermete Zacconi mi stette vicino con provvida larghezza. Non soltanto in palcoscenico; ma, con metodo veramente classico, nella liberale ospitalità di Camaiore. Con lui girai anche il mondo, ciò che mi aiutò a liberarmi del tutto da ogni abito provinciale. Insomma ebbi modo di provare i miei muscoli: dovevo più tardi .conquistare l'arte, un'arte mia, a colpi di ariete e ne avevo bisogno. E come muscoli mi sentii perfettamente a posto. Quanto allo spirito non avevo ancora l'animo di interrogarmi: Ma mi sentivo respirar dentro un'inquietudine sempre più ariosa e audace. Giaà da anni, del resto, fin dal periodo Gandusio, giravo con Shakespeare e con Ibsen - la mia idea fissa - meditandoli, interrogandoli, approfondendoli preparando perfino delle traduzioni mie, battuta per battuta, parola per parola. Ciò che serviva ai compagni per farsi gran beffe di me con frizzi e caricature mordaci. Alcuni di quei copioni, cominciati ad annotare e ad elaborare più di venti anni fa, mi accompagnano tuttora. Amleto è frutto di questo precoce e lunghissimo amore. Non starò. a ripercorrere tutto ii cammino compiuto sio ad oggi; non starò a ricordare le molte esperienze immagazzinate nelìe successive vicende della mia carriera. Basterà precisare che riconosco ad Emma Gramatica di avermi resa palese la mia sensibilità. Forse io sentii in lei la affocata voce del dolore e ne presentii quella, che sarebbe divenuta mia più tardi, della più virile amarezza: che è Ia seconda vita della malinconia. Fu l'ora indescrivibile dell'abbrivo. Più che una maniera, più che uno stile, più che un'autonomia artistica, sentii iI desiderio di trovare un repertorio in cui potessi cercare e trovare me stesso. Più che una libertà, volevo una solitudine. Forse mi occorreva saggiare la spietata indifferenza degli uomini per toccare i vertici dell'amarezza. Posso dire oggi che a questo proposito la mia esperienza è stata assolutamente piena: un triennio di provincia, dal '26 al '28, affrontato da solo, tra stenti e lotte non iievi, fu più che sufficiente. Poiché sono le commedie che per noi attori segnano le tappe del cammino, è alle commedie che bisogna rifarsi per trovare qualche punto fermo. Vennero prima Riviera di Molnar, Nel suo candore ingenuo di Deval, Terra lontana di Maugham, Lorenzaccio di De Musset; poi, di nuovo oon Emma e Irma Gramatica, Gian Gabriele Borhnann e La Città morta; poi con ZaBum II processo di Mary Dugan; poi con Salvini Stasera si recita a soggetto e Suss l'ebreo. Infine - e qui si arriva alla prima vera nota personale deila mia carriera - Stefano di Deval con la compagnia di Irma Gramatica e di Luigi Carini. Fu questa la mia prima interpretazione. Mi venisse da un felice innesto di tecnica sulla sincerità, o da un vero e proprio germoglio spontaneo, non so: ma so che fui quel ragazzo come avrei potuto essere me stesso. Stefano servì a svincolarmi da ogni maniera, dai mille volti appresi durante la faticosa strada percorsa, dai mille trucchi. E da quel momento cercai di avere soltanto il mio viso, di apparire al pubblico coi semplici tratti della mia sincerità. Sesso debole e Tempi difficili completarono questa messa a punto rivelandomi quelle forze di direttore che ancora non avevo mai bene messe alla prova. Mi sentii padrone, sicuro: sapevo ormai quello che volevo e quello che l'arte poteva pretendere da me: ero un uomo, un attore. Da quel momento tirai dritto per la mia via. Hector, Tutto per bene, Giyasoli, Cuore, Speranza, Il ragno, La Bisbetica domata, Liliom, Ifigenia in Tauride, La Figlia di lorio, La Nave, Amleto, Romeo e Giulietta... Ma non credo affatto di essere giunto aila meta. Le compiute certezze di cui altri può vantarsi mi fanno sorridere o di malinconia o di stupefazione. I personaggi che verìgono in scena con me non hanno per me alcuna speciale simpatia: tutti estranei, enigmatici, ostili. Prima di giungere a stringerci la mano, ad affiatarci, a diventare amici, so ben io quanto ci vuole! Questa fatica, questa inquietudine che nessun successo potrà mai diminuire od annullare, mi serve per essere incontentabile nella ricerca e difidente nella realizzazione. Mi piace portare in me i personaggi più vivi e più complessi per anni e anni lasciandoli crescere e sviÌuppare per conto loro, segretamente. Come un uomo si trasforma e si completa col tempo, arricchendosi nel rilievo e nel contorno della sua personalita, così un personaggio si matura. In questo occulto travaglio interiore cerco di liberarmi sempre più di ogni influenza estranea, di ogni elemento non mio penetrato in me attraverso I'esempio e l'insegnamento altrui. Mi semplifico e, per così dire, mi purifico. Credo che ormai il pubblico abbia fiducia in me e nelle opere che gli sottopongo; ma non sempre la stessa fiducia è in me. Ed à questa che mi sta più a cuore: come la garanzia suprema del mio lavoro. È it mio modo di ripagare il pubblico della simpatia che mi dimostra, e l'arte delle soddisfazioni che mi dà.

RENZO RICCI

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