1955 Diego Fabbri – “Processo a Gesù” al Piccolo Teatro di Milano

Da IL DRAMMA Num. 223 Aprile 1955:

  • Processo a Gesù
    Autore: Diego Fabbri

 

 

Nelle fotografie i principali interpreti: 1) Achille Maieroni 2) Francesco Mulé 3) Augusto Mastrantoni 4) Tino Carraro 5) Enzo Tarascio 6) Maria Gallo 7) Teresa Franchini 8) Checco Rissone

PROCESSO A GESU'

Rappresentazione in due tempi e un intermezzo di Diego Fabbri. Rappresentata al Piccolo Teatro di Milano il 2 marzo 1955 dalla Compagnia Stabile del teatro stesso e la regia di Orazio Costa.

Vi prendono parte "I giudici": ELLA - REBECCA - SARA - DAVIDE - UN GIUDICE IMPROVVISATO. "La troupe dei testimoni": MARIA DI NAZARETH - MARIA MADDALENA - GIUSEPPE - PIETRO - GIOVANNI - TOMMASO - GIUDA - CAIFA - PILATO. "Gli spettatori": UNA SIGNORA IRREQUIETA - UN MINISTRO DI DIO - UN CONTRADDITTORE BONARIO - UN INTELLETTUALE - UN INFELICE - UN PROVINCIALE - LA DONNETTA DELLE PULIZIA - ALTRI SPETTATORI.

PRIMO TEMPO

Quando gli spettatori entrano in teatro trovano il sipario già alzato e una donnetta che mette a posto Ia scena dove si svolgerà la rappresentazione. Si tratta di una scena estremamente semplice: una stanza nuda, con un finestrone e due porte. Un tavolo in mezzo coperto da un da un panno rosso e cinque sedie dalla spalliera alta. Qualcuno dei manifesti che hanno già dato al pubblico l'annuncio dell'avvenimento è attaccato anche dentro il teatro, ai lati del boccascena e sui palchi di proma fila. I manifesti dicono: "STASERA - il pubblico è invitato a partecipare al - PROCESSO DI GESU' - L'ingresso è libero a tutti": e in fondo, stampato più piccolo, ma ben leggibite: "Autorizzato dalla questura". La rappresentazione ha inizio verso le nove e mezzo con l'abbassarsi delle luci in platea. Dalle due porte entrano alla spicciolata dieci o dodici persone che si siedono lungo la parete della scena; qualcuno che non trova posto va a prendersi una sedia. Sembrano un po'  sorpresi e intimiditi di trovarsi in un teatro così vasto. Fissano con insistenza la platea bisbigliando tra loro qualcosa. Il borbottio viene interrotto dall'ingresso dei Giudici. Le persone che sono già in palcoscenico si alzano e ammutoliscono. Questo movimento più che la particolare austerità dei Giudici, dà solennità al loro ingresso. Appare per primo Elia seguito dalla moglie Rebecca. Elia è un vecchio sessantenne, asciutto, molto comunicativo e cordiale, talvolta persino cerimonioso. Ha un vestito nero, un po' consunto. Rebecca è più solida e vigorosa del marito, e certamente più giovane di lui nonostante i capelli tutti bianchi, soffici e come continuamente arieggiati. Porta gli occhiali e veste semplicemente, di scuro.

ELIA (è venuto avanti fino al proscenio, s'è inchinato al pubblico) - Signore e signori: buona sera.

REBECCA (ancora sulla soglia, volgendosi) - Venite, su!

ELIA - Ringrazio dell'ospitalita e dell'affluenza...(Sentento il borbottio di Rebecca che parla sottovoce a qualcuno che è ancora dentro, si interrompe e si volge. ln quel momento fanno la loro entrata Sara e Davide).

SARA (ancora dentro) - Ma sì, eccomi! (pìanissimo) Eccomi.. (Sara è una ragazza sui ventotto, trent''anni, dal volto estremamente mobile che non nasconde niente. Entra tagliendosi nervosamente I'impermeabile, Davide glielo prende di mano e lo posa cu una sedia. Sara è eccitata, come se avesse discusso animatamente prima di entrare. Davide che è un giwone stempiato, sui quarant'anni - le sta vicino e cerca di dirle qualcosa per calmarla, ma la ragazza non gli bada, anzi a un certo punto scrolla le spalle).

ELIA (si raschia un po' la gola, e riprende) - Chiedo scusa... (Accennando a Sara) E, mia figlia Sara. Da qualche tempo si agita un po' proprio al momento di cominciare. Stasera, poi, in questo locale più grande, e con questo pubblico... (Rivolgendosl agli altri che gli sono alle spalle, piano, ma fermo) Vogliamo incominciare? (Sara, silenziosa, rassegnata, annuisce. Viene avanti seguita da Davide, impassibile. Anche Rebecca avanza leggermente. Si trovano adesso, allineati dietro ad Elia in uno schieramento che dere essere abituale. Elia li guarda con la coda dell'occhio, e sembra soddisfatto. Si volge, allora, all'altra gente che è scena, fa un leggero cenno con la mano - un comando - e tutti, con una evoluzione ormai preordinata, "formano gruppo" dietro i quattro, Elia avanza ancora verso la ribalta: guarda insistentemente il pubblico, quà e la, su e giù, come se temtasse di riconoscere qualcuno, e finalmente comincia a dire il suo preambolo che evidentemente sa già a memoria. Nonostante questo la sua voce, da principio un po' strascicata e titubante, si fa a mano a mano più ritmata e fervida, quasi appassionata) Rispettabili ascoltatori: voglio premunirvi. Quella a cui assisterete, a cui, anzi, parteciperete - almeno me lo auguro - è una rappresentazione insolita. E non vorrei che certi fatti sorprendenti che potrebbero accadere nel corso della serata - quanti ne sono accaduti negli anni delle nostre peregrinazioni! - vi mettessero a disagio. Noi rifaremo il processo a Gesù di Nazareth. Noi, ebrei. Noi ebrei che ci troviamo qui, stasera, ci domanderemo: Gesù di Nazareth era innocente o colpevole secondo la legge giudaica? Fu o no condannato ingiustamente? Discuteremo pubblicamente, a cuore aperto... (Qualche mormorio) Lo so, signori: ci si potrà dire che è una questione che riguarda soltanto noi, gli ebrei. Forse. Per i cristiani la domanda non si pone nemmeno... Nonostante questo vi chiediamo egualmente un po' d'attenzione e di comprensione. Si tratta, in fondo, di cercare una verità, e vogliamo cercarla al vostro cospetto. Siamo qui per sapre se quello che accadde lassù... (e indica una sommità lontana in fondo al teatro)

UNA VOCE IRONICA - Che c'è lassù?

ELIA (condiscendente) - Volevo dire: sul monte Calvario.

LA STESSA VOCE - Ah!

ELIA - ... per sapere, dicevo, se quel che accadde sul monte fu soltanto una dolorosa crudeltà umana o invece una colpa ben più grave, smisurata, irrerparabile. Se fosse stata una colpa irreparabiìe? (Pausa) Me lo sono chiesto già da molti anni, e insieme a me se l'è chiesto la mia famiglia... (Rebecca e Sara si inchinano leggermente) molti dei miei discepoli... (Davide viene avanti e china la testa) io ho insegnato all'Università di Tubinga "critica biblica" - e anche molti dei miei corregionali se lo sono chiesto. Perché noi, da duemila anni, siamo stati perseguitati da tutti? Perché è accaduto, perché accade questo? Se fosse la conseguenza di quella croce alzata una sera sul monte Calvario "Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli", dicemmo allora. E se fosse proprio quel sangue innocente che chiama il nostro sangue? Come avvennero i fatti, "allora"? Ricostruiamoli, riviviamoli, rifacciamo il processo di allora; ma in mezzo alla gente di oggi. Così abbandonai la scuola e mi misi a girare l'Europa insieme a questa "troupre" di esimi attori... (i componenti la "troupe" si inchinano lìevemente) proponendo ogni giorno, per le sftade dapprima, poi in delle baracche, in delle sale o in dei teatri, come stasera, la stessa domanda, facendo ogni sera la stessa rappresentazione... Sono diventato vecchio per questo assillo che da allora non mi ha più Iasciato.

UNA VOCE - Dev'essere propaganda!

REBECCA (che ha individuato la voce) - No, no, signore. Se fosse propaganda non ci saremmo ridotti così. Nessuno ci aiuta. Non c'è nessuno dietro di noi. Mi creda. Sapesse! Nemmeno i nostri ci vedono di buon occhio. Ci credono un po'... (E si tocca la fronte. ln sala qualcuno ride)

SARA - Ci considerano degli ebrei... in crisi!

REBECCA - Prima della guerra eravamo ancora abbastanza ricchi, sa! Ma tutto se n'è andato in questa impresa.

DAVIDE (intervenendo, secco) - Che c'entra tutto questo? Si incominci.

ELIA - Sì. Possiamo incominciare.

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