1955 Gian Renzo Morteo – Primo aprile: la morte di Silvio d’Amico

Da IL DRAMMA Num. 223 Aprile 1955:

  • Silvio d'Amico
    Autore: Gian Renzo Morfeo

 

 

SILVIO D'AMICO

A Roma, nella clinica Santa Elisabetta, dove era stato trasportato d'urgenza, è morto - in seguito all'improvviso violento attacco di una inesorabile malattia - il primo aprile 1955, alle 13,20, Silvio d'Amico. Aveva 68 anni, essendo nato a Roma il 3 febbraio 1887.

 
La morte di Silvio d'Amico è giunta improvvisa, a, stupire e ad addolorare tutti. Grazie ai microfoni dello radio, davanti ai quali il critico settimanalmente parlava come "cronista" teatrale e come direttore del "Convegno dei Cinque", il suo norne e la sua voce erano divenuti familiari ad una larghissima parte del pubblico. Di questo stupore e di questo dolore, commentando la figura e l'opera dello scomparso, si sono gia fatti interpreti i quotidiani. Tutti i quotidiani. Anche su di un foglio di sinistra - e d'Amico notoriarnente non era un uomo di sinistra - abbiamo letto: "La perdita di Silvio d'amico è, per il teatro italiano, per la cultura italiana, una grave perdita; ad onta infatti di tanti aspetti negativi della sua personalità, della sua azione culturale, non possiamo fare a meno di rilevare i molti meriti del suo lavoro". Dimentichiamo le continue polemiche e le innumerevoli controversie in cui si trovò, volontariamente o no, immischiato il d'Amico vivo (e del fatto che vi si trovasse inmischiato non ci stupiamo conoscendone l'ardore, la foga, l'intraprendenza) e soffermiamoci anche noi a considerare, nella commozione del lutto, "i meriti del suo lavoro". D'Amico è stato - ed è questo a nostro aviso uno dei tratti essenziali della sua figura - uno dei pochissimi uomini di teatro che, in ltalia, si sia affermato nel mondo delle attività drammatiche senza compiere un tirocinio di palcoscenico, senza "mangiare la polvere", come si dice, provenendo invece dalla cultura. Stabilire un confronto con Copeau, anch'egli uomo di teatro, anzi grande uomo di teatro, dalle origini letterarie, sarebbe fuori luogo per un'infinità di ragioni. Tuttavia una certa parentela, lontana quanto si vuole, tra i due uomini esiste. Entrambi hanno sognato un teatro colto e, in forma più o meno mistica (più in Copeau, molto meno in d'Amico), religioso. Era fatale che in un Paese come il nostro, dove il teatro è per gloriosa tradizione, teatro di "figli d'arte", d'Amico, con quella sua visione del fatto drammatico, non potesse caplre tutto e non potesse essere capito da tutti. Nato a Roma il 3 febbraio 1887, educato dai gesuiti, dopo alcune trascurabili esperienze come autore di poemi drammatici, il d'Amico si dedicò di buon'ora alla critica teatrale, esercitandola con piglio sempre spregiudicato e personale, via via sull'Idea nazionale, sulla Tribuna, sul Giornale d'Italia e da ultimo, dalla fine della guerra, sul Tempo,  e contemporaneamente sui più vari periodici, ai quali collaborò anche con immenso stuolo di articoli e saggi, dal 1917 alla vigilia della morte avvenuta il primo aprile di quest'anno. Accanto alle recensioni, agli articoli e ai saggi, si allineano i volumi ("i miei troppi volumi" ebbe a dire una volta egli stesso): Il Teatro dei Fantocci (1920), Maschere (1921), Tramonto del grande attore (1927), Ibsen (1928), La crisi dI Teatro (1931), Il Teatro Italiano del Novecento (1932), Invito al Teatro (1935), Storia del Teatro drammatico (1939-1940, seconda edizione accresciuta 1950), Dramma sacro e profano (1942), Palcoscenico del Dopoguerra (1945-1952)... per non citare le opere scritte in collaborazione con  altri e quelle che non hanno argomento essenzialmente teatrale. Se risfogliamo i libri e se andiamo a cercare, anche affidandoci al solo caso, qualcuno dei suoi articoli sparsi nelle riviste, non avremo difficoltà a renderci conto che non esiste problema o aspetto del teatro che non sia stato trattato dal d'Amico: dalla recitazione al costume, dall'architettura all'organizzazione, dall'estetica alla tecnica, dalla semplice curiosità all'indagine storica. E sempre, si consenta o no con la tesi e con le conclusioni dell'autore, si dovrà riconoscere la piacevolezza, la vivacità, sovente I'arguzia del discorso e quella virtù per cui, più spesso di quanto non sia giusto, fu considerato da alcuni un divulgatore: la chiarezza. Come critico infatti egli aveva fatta sua l'esortazione di Jacopone: Dov'è piana la lettera - Non fare oscura la glosa. E in ciò non si può dire che non sia riuscito. Anche la sua Storia del Teatro, benchè massiccia opera in quattro volumi, è non solo utile (ha l'enorme pregio di non avere concorrenti, è la sola opera moderna del genere che si possa leggere in lingua italiana), ma anche gradevole. E se non fosse di tanto in tanto lacunosa, se certe parti non fossero un poco affrettate e se - ahi, rovescio della medaglia della ricerca di sintesi tutte limpide! - taluni problemi non fossero sottovalutati, ai suoi grandi pregi aggiungerebbe quelli delle opere perfette. Ma forse sarebbe domandare troppo. Dicendo prima che Silvio d'Amico è stato uomo di teatro non pensavamo se non marginalmente, nè al critico nè allo storico. Critici e storici, in quanto giudici e vagliatori del lavoro altrui, sono uomini di teatro solo in modo indiretto. Vengono "al seguito", anche se, lodando o disapprovando o protestando, possono talvolta segnare una via da percorrere. D'Amico è stato uomo di teatro nel vero senso dell'espressione, cioè non solo indirettamente ha segnato una via, ma si è posto alla testa, ha fatto la guida, come possono farlo, in bene o in male, un autore, un attore, un regista, un teorico... (Si, anche un teorico, vedi ad esempio, per fare un solo nome, Antonin Artaud). E' stato, con Renato Simoni e con Anton Giulio Bragaglia, uno dei tre uomini - non parliamo, beninteso, nè di Pirandello nè dei grandi interpreti che tutti conoscono - che hanno esercitato la più profonda influenza sul teatro italiano degli ultimi decenni. Questi tre uomini non si sono sempre trovati d'accordo, ma ciò, in fondo, di fronte alla storia, non ha soverchia importanza. O perlomeno è più importante il fatto che siano esistiti. L'insegnamento del d'Amico, il suo insegnamento fondamentale, si può riassumere molto in breve, anzi l'ha riassunto egli stesso in poche righe. "Nel Teatro fu, in primo luogo, la Parola - ha scritto -. Esso nasce dal rito religioso; e il suo attore primo fu il sacerdote, che non improvvisa miserabili buffonerie, ma interpreta un testo sacro, per suo mezzo divenuto materialmente realtà e vita. In principio fu il Verbo; e il Teatro è il Tempio, dove il Verbo prende carne". In sostanza d'Amico fu un fiero avversario del teatro-svago, del teatro-passatempo, nonchè del teatro inteso in forma edonista, e, in quanto fautore del Verbo, cioè della Parola, cioè della Poesia (e, per dirla più modestamente, del testo), egli combattè instancabilmente e talora persino aspramente il "grande attore", ravvisando in lui un virtuoso che per vanità personale è pronto a sacrificare l'opera del poeta all'applauso che, comunque sia, egli riesca di strappare. Qui, evidentemente il grande attore è sinonimo di mattatore. Da questi presupposti derivano, come altrettanti corollari, tutti gli altri insegnamenti del d'Amico. E in primo luogo quell'affermazione di necessità della regìa, come unico modo di garantire equilibrio e armonia allo spettacolo. Ma di una regìa sommariamente rispettosa del testo, anzi esclusivamente preoccupata di rivelarlo e di comunicarlo. Va da sè che questo discorso presuppone una scelta di testi che meriti la pena rilevare e cornunicare. In questa visione del teatro anche la figura dell'attore viene ad essere investita da una luce nuova e da nuove esigenze. Del grande attore-mattatore abbiamo già detto. Ma eliminarlo non basta. Occorre sostituirlo con interpreti consci della loro missione di "sacerdoti" della Poesia drammatica (il dramma per il d'Amico è l'essenza del teatro, dramma cioè "contrasto", "urlo" - di personaggi, di situazioni... -  da cui, come scintilla, sprizza l'intuizione della verità). E perchè possano essere in grado di assolvere alla loro funzione sacerdotale, è indispensabile che gli attori siano colti, preparati, a suo avviso la sola sensibilità e la sola esperienza non bastano, come non basta il tirocinio di "bottega"; ci vuole la scuola. E perchè, agli occhi di tutti vengano scagionati dall'antica taccia di zingari, di irregolari, di istrioni, occorre chi essi si raccolgano in teatri stabili, sorretti finanziariamente dallo Stato, onde possano, senza dispersioni e senza preoccupazioni immediate, attendere all'esercizio della loro arte, a vantaggio dell'intera collettività. Come si vede tutta l'opera, e la propaganda del d'Amico si risolve in un'affermazione della nobiltà e moralità del teatro. Per cui si potrebbe dire, nota molto giustamente il Bernardelli "che questo critico, questo appassionato uomo di teatro, passò la vita a dimostrare la validità, l'onestà, la virtù di quello spettacolo scenico che tante volte, per il suo libertinaggio, e per l'immoralità e l'eccitamento sensuale, diede ombra e fastidio e fu condannato dalla chiesa". Le idee per cui si battè il d'Amico non sono tutte originali e non sarebbe difficile indicarne le fonti in ltalia e all'estero. Ma di esse egli si fece con calore ed entusiasmo l'instancabile e industriosissimo apostolo. Sicchè un giovane critico ha potuto scrivere: "Per me, come per tanti, certo della mia generazione, la strada che ci ha portato al teatro ci era stata indicata da lui, dai suoi articoli, dalle sue polemiche, dalle sue conferenze". E che il d'Amico, animoso "commesso viaggiatore del teatro", come egli stesso si definì, sia stato, grazie anche alla sua giovialità e, da un certo momento in poi, alla sua influenza sui poteri pubblici, per cui, appoggiarsi a lui diventava anche vantaggioso, che sia stato, dicevamo, un grande suscitatore e animatore di passioni è un fatto incontestabile. Non tutte queste passioni hanno fruttificato bene, ma questo, ahimè, è nell'ordin'e delle cose. Logica e naturale conseguenza della concezione del teatro professata dal d'Amico è stata l'istituzione dell'Accademia d'Arte Drammatica di Roma (1935). Creatura prediletta, amata di un amore tenacissimo, esclusivo, talvolta quasi cieco. E crediamo di non sbagliare dicendo che una delle principali ragioni delle ostilità che il d'Amico suscitò attorno a sè sia da ricercare, più che non nelle sue idee programmatiche, in taluni effetti provocati dagli eccessi di questo amore per un'istituzione, di cui, d'altronde nessuno ragionevolmente potrebbe negare i molti meriti. Ora che il critico acuto e perspicace, lo storico attento e limpido, il giornalista fecondo, il maestro di molti è scomparso,  un grande lutto è sceso sul teatro italiano e un profondo vuoto si è aperto. Quando il tempo avrà placato anche il ricordo dei dissidi e la storia avrà tirato le somme, dando ad ognuno il suo, si potrà con maggiore avvetutezza stabilire il posto occupato dal d'Amico nelle vicende della nostra arte drammatica. Ma sin d'ora si può dire che questo posto è stato grande. Se non altro, tutti dobbiamo essere grati al d'Amico d'aver concepito e diretto quell'opera monumentale ed unica nel suo genere che è l'Enciclopedià dello Spettacolo, non ancora interamente edita, ma, ci vien detto, già completa nella sua redazione. E un grande atto d'amore nel teatro, un preziosissimo strumento di cultura e di lavoro. Ed è consolante che l'Italia, tanto gracile in altri campi dell'attività drammatica, abbia dato al mondo almeno questo contributo di sapere e di dottrina, questa generosa prova di vitalità a tutti coloro che amano il teatro.
 
Gian Renzo Morteo
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *