1955 Giuseppe Pardieri – Il Teatro Regionale Emiliano “TRE”

Da IL DRAMMA Num. 226 Lugio 1955:

  • Il Teatro Regionale Emiliano
    Autore: Giuseppe Pardieri

 

 

Nelle fotografie grandi: 1) Pina Borione e Elena Zareschi in "Vestire gli ignudi" di Luigi Pirandello 2) Claudio Gora e la Zareschi nella stessa commedia 3) Zareschi e Michele Malaspina in "La moglie ideale" di Mario Praga.
 
IL TEATRO REGIONALE EMILIANO SI CHIAMA BREVEMENTE "TRE".
E' UNA "COMPAGNIA STABILE DI PROSA" MA GIRA COME UNA TROTTOLA PER CITTA' E PAESI, RIPORTANDO IL TEATRO DI PROSA DOVE L'AVEVANO DIMENTICATO E DOVE LE NUOVE GENERAZIONI NON L'AVEVANO MAI CONOSCIUTO.
L'Emilia è una regione particolarmente ricca di teatri. Non c'è grossa città, piccolo paese, raccolto nel fondo di una vallata dell'Appennino o pigramente dilatato, con le sue case sparse, nella pianura, che non abbia un suo teatro. E' quasi sempre una sala di gloriosa tradizione, il cui progetto reca la firma di qualche illustre architetto del Sette o dell'Ottocento. Una sala legata al ricordo di qualche rappresentazione memorabile, dei tempi in cui l'Emilia era divisa ancora in tanti piccoli stati, e principi e governanti facevano a gara nell'allestire, per il godimento delle corti o a ricreazione delle plebi, spettacoli degni di meraviglia.
Ma da tempo, specialmente in questi ultimi decenni, il sipario di velluto rosso o celeste, ricco di fregi dorati, dei teatri della provincia emiliana, non si alzava più su uno spettacolo di prosa. In molti casi, quel sipario, un po' Iacero e smunto, aveva lasciato posto ad un freddo e bianco telone di uno schermo cinematografico. Sui grossi muri del palcoscenico che reggono la vertiginosa ed intricata selva dei soffitti, c'era ancora qualche cartellone con nomi gloriosi della scena: ma troppo melanconici, visti così scoIoriti, con caratteri tipografici oggi non più familiari, a testimonianza di un tempo felice ormai sorpassato. Quest'anno invece, quasi per miracolo, molti di questi sipari sono tornati a brillare alla luce della ribalta riaccesa. Di nuovo una compagnia di prosa, con attori di grande nome e con spettacoli di alto livello artistico, ha osato portare le sue commedie proprio laddove iI dramma, per una congiura dei tempi, sembrava definitivamente bandito. Per qualche sera il bianco e freddo telone del cinema è stato tolto. Squadre di macchinisti affaccendati hanno ripercorso gli aerei e scricchiolanti sentieri delle soffitte a calare i tiri per le scene, elettricisti hanno sistemato riflettori e padelloni per i piazzati luce, attrezzisti hanno disposto con meticolosa cura sui tavoli gli oggetti della scena e Ie sarte distribuito, con bello ordine, i costumi nei camerini degli attori. Di nuovo finalmente il sipario si è rialzato sull'incantesimo sempre vecchio e sempre nuovo di una commedia. La compagnia che ha rotto questo magico e triste incantesimo, voluto certamente da una strega malvagia nemica di quella Cenerentola che è la Prosa, ha un nome un po' lungo e burocratico. Si chiama "Stabile italiana di prosa del Teatro Regionaìe Emiliano": ma iI pubblico ha subito tramutato quella formula in una più accessibile, da quando Massimo Dursi, dalle colonne del "Resto del Carlino" battezzò questa Compagnia con il nome "TRE". Una sigla augurale come iI numero perfetto. Il "TRE" è iI complesso che per primo in Italia ha effettivamente realizzato il programma del teatro regionale. Infatti non ha portato i suoi spettacoli soltanto nelle grandi città, a Bologna, a Reggio, a Ferrara, a ForiÌ, ecc., ma è andato, anche e soprattutto, a Bondeno, a Carpi, Migiiarino, Mirandola, Concordia ed in altre decine e decine di piccoie borgate fuori del giro e dell'interesse delle normali compagnie di prosa. Bisogna considerare che l'esperienza del Teatro Regionale Emiliano non è solo una esperienza feiice per i risultati inerenti alla iniziativa stessa: ma è servita ad indicare e a riproporre all'attenzione organizzativa un settore che sembrava ormai precluso alla prosa. Giacché se la provincia oggi, teatralmente pariando e con un termine moderno, può essere paragonata ad una "area depressa", non deve tuttavia essere abbandonata a se stessa come se fosse un infruttuoso deserto degno nemmeno di essere esplorato. Ii pubblico della provincia invece, diffidente come un innamorato deluso e tradito, non merita di essere trascurato: è un pubblico inteiligente, colto, preparato, cui il cinema, la radio, Ia televisione, hanno dato il senso e la misura di una precisa coscienza critica: ma è un pubblico che bisogna "ripescare" attraverso un elaborato e continuo programma organizzativo, senza inganni e senza frodi. Perché questo pubblico è disposto a dare Ia sua adesione ed il suo entusiasmo, al solo patto di essere messo di fronte a dei reali valori artistici. Il repertorio che il "TRE" ha portato nelle grandi e piccole città dell'Emilia non era certo dei più facili o dei più accondiscendenti. Accanto ad una Moglie ideate di Praga, c'erano Vestire gli ignudi di Pirandello e La regina e gli insorti di Betti. Tuttavia, anche nei paesi più sperduti, tanto I'amara e sferzante ironia del Praga, che I'esasperato tormento di Pirandello ed il dolorante lirismo di Betti, sono stati compresi ed apprezzati. Considerare iI pubblico della provincia, intelligente e sensibile, è stata la felice premessa da cui sono partiti gli organizzatori del "TRE". La provincia, se la si vuole recuperare al teatro, non deve avere dei sottoprodotti, ma gli stessi spettacoli delle grandi città, senza nessuna differenza, senza nessuna diminuzione: ma soprattutto deve avere prezzi di assoluta concorrenza con il cinema.
Con un tale presupposto era logico che il risultato fosse più che lusinghiero. L'iniziativa di Carlo Alberto Cappelli - l'editore che da qualche anno si occupa con tanto successo di teatro e che del "TRE" è il direttore insieme a colui che redige queste note - ha rotto un triste incanto. Dovunque si è presentato il "TRE" ha sollevato entusiasmi. E quel che più importa, dovunque è stato nuovamente richiesto anche per la prossima stagione. Quella del Teatro Regionale Emiliano non è stata tuttavia solo un'utile esperienza organizzativa: anche e soprattutto umana. Perché ha insegnato che esiste una specie di mortificazione spirituale e sociale fra quelle popolazioni che non hanno più spettacoli di prosa. Perché la gente si sente immeritatamente privata di una delle forme più nobili d'arte. Potrei a questo proposito citare mille episodi: ma voglio limitarmi a due più significativi. A Massalombarda, un paese del Ravennate, la prima sera che portammo i nostri spettacoli, in un teatro di mille posti, v'erano circa duecento persone. Un pubblico diffidente, scettico. Ma aI termine della recita, dopo numerosissimi applausi, alcuni spettatori vennero nei camerini. Volevano scusare gli assenti. "Capirete - dicevano - l'ultima compagnia veramente degna di questo nome che si è fermata a Massalombarda è stata quella diretta da Virgilio Talli. Da allora la prosa è scomparsa da noi. E non potevamo credere che voi veniste nel nostro paese con spettacoli di tanta serietà artistica ed organizzativa. Questa sera c'era poca gente. Ma domani sera il teatro sarà pieno!". Quelle parole erano una giustificazione, ma anche una protesta. Una protesta di innamorati traditi, come dicevo, che stentano a credere a nuove e sincere prove di amore. Il desiderio e la passione teatrale della provincia, ha dato qualcosa di più. A Fabbrico, per esempio, un paesino del reggiano, gli operai di una locale associazione hanno costruito un loro teatro andando a cercare mattoni fra le macerie di guerra e prestando gratuitamente la loro mano d'opera nelle ore libere dal lavoro. Uno di essi, F. Pedrazzoli, mentre scavava in un mucchio di pietrame, è rimasto travolto e sepolto. A nulla è valso I'aiuto dei compagni. Che il teatro, oggi, possa avere anche i suoi martiri, non è da annoverarsi fra Ie cose di questa nostra epoca. Eppure è vero. Ritornando all'esito positivo che il "TRE" ha avuto in questo primo anno di attività, bisogna innanzi tutto mettere in giusta luce quello che è stato il merito degli attori della Compagnia emiliana: non solo per Ia loro bravura, ma anche per Ia fiducia e l'abnegazione dimostrata, lavorando fra continue difftcoltà di ogni genere. Essi hanno dato una secca smentita alI'opinione, oggi diffusa, che I'attore italiano appartenga ad una classe di professionisti fra i più esigenti. Speriamo che anche questo serva di esempio a molti di quegli attori che pongono come condizione, all'accettazione dei loro contratti, di recitare solo a Roma e a Milano e in qualche altra grande città. Elena Zareschi, che della compagnia era la prima attrice, Claudio Gora, Adolfo Geri, Michele Malaspina, Carla Bizzarri, Pina Borione, Luciano Rebeggiani, Giorgio Malvezzi, Stefano Varriale e Anna Maria Zamboni, sono stati gli artefici primi di questo successo. Né bisogna dimenticare il regista stabile Sandro Bolchi, ritornato alla prosa dopo i successi della lirica, Luciano Salce e, fra gli scenografi ed i costumisti, Luciano Damiani, Pier Luigi Pizzi, Aldo Carboni e Ebe Colciaghi. Gente di teatro che ha vinto una battaglia per il teatro, fino a qualche mese fa considerata disperata ed assurda, oggi invece segnata già come esempio da seguire anche nelle altre regioni, per la rinascita della scena di prosa.
Giuseppe Pardierl

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