1955 Orio Vergani – LI-MA-TONG al Teatro Olimpia di Milano

Da IL DRAMMA Num. 224 Maggio 1955:

  • "LI-MA-TONG" Nuvoletta rosa
    Autore: Orio Vergani

 

 

Nelle fotografie: 1/2) Paola Orlova e Nino Benozzi 3) Ferrari, Rivera, Bizzarri, Rondinella, Orlova 4) Rivera, Ferrari, Besozzi, Orlova, Rondinella
 
"La commedia ha avuto vivissimo successo. Calorosi applausi hanno chiamato numerose volte alla ribalta gli attori e dopo il secondo e il terzo atto è stato insistentemente festeggiato anche Orio Vergani che con la sua arte fine e delicata e con una comicità cordiale e comunicativa ha dilettato gli spettatori con una vicenda dettata dall'umanità e dotata della grazia di una fiaba moderna. Tutto ciò che pensa e scrive Orio Vergani, giornalista, novelliere, romanziere e commediografo, è di scintillante talento e di elevata qualità. Anche questa commedia, dialogata con disinvolta immediatezza, muove da un'idea originale venata di un umorismo di gusto pirandelliano e ispirata a una poetica leggenda cinese di quatttomila anni fa, secondo la quale Nuvoletta rosa, percorso a ritroso il sentiero della vita e tornata fanciulla, vede il vecchio principe Li-Ma-Tong, suo sposo, come in sogno e, per Ia disperazione di non sapere se ella stessa vive nella realtà o no, si getta  in uno stagno. Tema difficile da condurre innanzi e da conchiudere e perciò tanto maggiore il merito di Orio Vergani d'aver saputo giungere cosi felicemente in porto dopo un gradevole viaggio. Soprattutto da rivelare quell'aria fiabesca di cui ha saputo circondare la realtà dei fatti inconsueti proposti alla ribalta".      
Eligio Possenti
 
LI-MA-TONG Nuvoletta rosa
Commedia in tre atti di Orio Vergani rappresentata al Teatro Olimpia di Milano il 22 febbraio 1955 dalla Compagnia diretta da Nino Besozzi.
Personaggi e interpreti: (Il Conte Max Solari) NINO BESOZZI - (La Contessa Erni Solari) PAOLA ORLOVA - (Giorgio) FRANCO FERRARI - (Paola) GIULIANA RIVERA - (Il professore) ANGELO BIZZARRI - (L'infermiera) MARIA DONATI - (Roby Cangemi) LUCIANO RONDINELLA - (Maria) ANNA LUCIANI
 
ATTO PRIMO
In un isola, sula cresta di un promontorio - che sul fondo della scena si immagina affacciato verso il mare aperto, e verso la platea su un golfo - siamo nel giardino della solitaria villa del conte Max. Il giardino occupa tutta la scena, lasciando libera la zona centrale. Nello sfondo le piante inquadrano un tratto di cielo e la piccola terrazza praticabile dalla quale gli ospiti della villa possono scendere ad una piccola spiaggia privata. A destra, quattro scalini portano ad una veranda in stile rustico dalla quale si accede all'ingresso della casa, nascosta dal verde. Dalla veranda, attraversando la scena, un loggiato delimina la zona del giardino dove si intrattengono gli ospiti. Tende colorate, fra le colonne, per costituire durante il giorno, zone di riposo nella grande luce dell'isola. Il loggiato si collega alla sinistra con il parapetto di un piccolo belvedere, collocato in ribalta, leggermente sopraelevato e praticabile, da cui i personaggi, rivolti verso la platea, si immagina possano guardare il panorama del golfo. Dietro al belvedere, fra siepi, agavi e alberi, a sinistra l'uscita della villa. Fra le colonne del loggiato mobili da giardino; sedie a sdraio, un grande divano a dondolo, un tavolo per riviste, carrelli per il tè, un carrello per bottiglie di liquori. Il loggiato può essere illuminato nelle sue varie sezioni. Su un tavolo una grande lampada con abat-jour. La scena è fissa per tre atti. All'inizio del primo atto sono le dieci di sera. Le lampade del loggiato sono illuminate. Il resto del giardino è buio. Resta in penombra la veranda della villa, con un lieve chiarore che viene dlla porta dell'atrio. Max e il professore sono in scena. Un momento di immobilità. Max è seduto, con la testa fra le mani. Poi si alza e percorre due volte la scena. Quando si ferma sembra che debba dire qualcosa; fa un cenno per rivolgersi al professore, ma poi s'interrompe come se non potesse parlare.
IL PROFESSORE - Si. Io so cosa lei pensa, conte.
MAX - E' impossibile, professore. Non so nemmeno io, cosa penso!
IL PROFESSORE - No. Cosa pensa di me. Anch'io nei suoi panni, penserei, di me, la stessa cosa. (Pausa. Molto tranquillo) Che io sono un pazzo, che l'aria di quest'isola mi ha fatto dar di volta il cervello: che sua moglie è affidata alle cure di un pazzo.
MAX - No. Piuttosto dovrei dire: Professore, curi me adesso... Il malato sono io... adesso. La testa, il cuore, il respiro... Mi sembra che tutto si sia fermato.
IL PROFESSORE - Io ho cercato di dirle la verità con tutte le precauzioni. Appena ho tirato le conclusioni della mia diagnosi ho compreso che non potevo ritardare un momento. Per questo le ho telegrafato di venire subito. Avevo paura anch'io sa?
MAX - Paura di cosa?
IL PROFESSORE - Non del mio: del suo cervello, conte. Io, alla verità, sono arrivato per vie lentissime. Crede che la verità non abbia sconvolto anche me? Crede che mi sia stato facile nascondere quella verità a sua moglie, per quanto la signora Erni sia, in tutto quello, che accade, Ia più interessata?
MAX - Erni non deve sapere!
IL PROFESSORE - E' fatale... É' fatale che lo sappia... che lei stessa se ne accorga.
MAX - Ma ,come, potrà resistere?
IL PROFESSORE - Erni ha ormai delle risorse infinite. Cosa possiamo sapere, noi, di lei? Noi non lavoriamo più alla superficie della natura, ma, per la prima volta, nel suo sottosuolo misterioso. E' probabile, è quasi certo che Erni potrà resistere a tutto. Essa si troverà nella verità con la naturalezza con la quale gli uccelli, quando volano, si trovano nell'aria. Lei, per esempio; crede, conte, che la tigre si stupisca d'esser tigre?
MAX - No.
IL PROFESSORE - Tigre è. Si nasce tigri, come lei ed io siamo nati uomini, e non topi, e non ci meravigliamo del nostro destino di uomini. Adesso, certo, la posizione più difficile, conte, è la sua.
MAX - Difficile? Dica, pazzesca! E, per non impazzirne, scusi, dovrei dire che non io, ma lei, dottore, è uscito dal cerchio normale della ragione.
IL PROFESSORE - Vede che non mi dà torto?
MAX - Come il pazzo che crede di essere un orologio a pendolo, e tutto il giorno e tutta la notte, finché non casca fulminato dal sonno, fa andare a destra e a sinistra, così, le braccia... e ogni tanto suona le ore, così... Dan! Dan!
IL PROFESSORE - Ma né io né lei ci crediamo un orologio a pendolo. E' la scienza che parla. E' Ia vita stessa che parla con la sua realtà che lei stesso potrà toccare, e nella quale Erni entrerà senza scosse, appena uscita da questa crisi misteriosa.
MAX - Tre anni! Tre anni di matattia per arrivare a questo!
IL PROFESSORE - Tre anni di clausura, in questa villa, come una prigioniera...
MAX - Non sono io che l'ho chiusa qua dentro, lei Io sa.
IL PROFESSORE - Lo so. Lei non può rimproverarsi nulla.
MAX - Chiusa qui, lo ha voluto lei, per nascondersi al mondo, per trovarvi in pace l'annullamento, quella specie di letargo nel quale sembrava avesse deciso di aspettare lentamente la morte.
IL PROFESSORE - Ma adesso tutto è finito. E tutto ricomincia.
MAX - Sì, per Erni! Ma per me? Ci mancherebbe altro che toccasse anche a me! Per me tutto è finito...
IL PROFESSORE - Bisogna evitare le affermazioni... ... ...
 

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