1955 Vittorio Vecchi – Paola Borboni: lezione di Arte Drammatica

Da IL DRAMMA Num. 225 - Giugno 1955:

  • Una lezione di Arte Drammatica
    Autore: Vittorio Vecchi

 

 

PAOLA BORBONI: Una lezione di Arte Drammatica

AI Teatro Nuovo di Milano, Paola Borboni ha recitato, il 26 maggio 1955, cinque monologhi: Emma B. vedova Giocasta, di Alberto Savinio; Figli per voì, di Stefano Pirandello; Bellezza per vivere, di Corrado Alvaro; Minerva tradita nel sonno, di Bacchelli; Sgombero, di Pirandello.

Qualche tempo fa, mentre Paola Borboni in un teatrino di Roma si esibiva in uno di quei recital che sono il suo pensiero dominante, la sua conquisia teatrale di questi tempi, a casa i ladri le sottrassero gioie ed averi. Per il teatro, ancora una volta, la Borboni, che tanto ha rischiato e tanto rischia, aveva perduto ogni cosa. Questo però non la abbatte, lei non ripiega sulle lamentele. Ha invece un ardire di giovinezza, una aggressiva libertà che la fa tanto diversa dai "comici", arrivati o no, dei nostri giorni che aspettano il palanchino per muoversi. Se non hanno contratti, assicurazioni, parti, gli attori, soprattutto i giovani, non si muovono. Il teatro è per loro una fastosa cornice che non attende che la loro presenza per la completezza del quadro. Paola Borboni, invece, no. Ha detto pochi giorni fa: "Ai miei begli anni vi davo la mia bellezza e il pubblico stupiva. Ora non posso darvi che la mia intelligenza, vedete di accoglierla". E nello scardinato teatro d'oggi Paola Borboni, attrice che ha gli avvalli e le commendatizie di un inattaccabile rango, assume le movenze, Ie sfide della irregolare. Anni fa, quando tutti congiuravano per il seppellimento definitivo della continuazione viva ed operente del teatro pirandelliano (al di là degli ossequi celebrativi), si adoperò perché il teatro pirandelliano avesse un'attiva continuazione e che intorno a lei, una compagnia, che chiameremo custode, continuamente proponesse al pubblico, critici e autori, la lezione, sempre presente, oggi, di Pirandello. Ma l'Italia è quella che è. Spendiamo cento milioni in un anno per dare esperimenti sacri e ammutinamenti e non abbiamo in casa un edificio che accolga e tuteli le orme di Carlo Goldoni e di Luigi Pirandello. Paola Borboni, dunque, vistasi sconfitta in questa sua idea, dopo silenzi forzati, si imbatté in una commedia scritta verso il principio del secolo, quando in Polonia c'erano gli czar; commedia ardua, congeniale al temperamento della nostra attrice, che fu recitata con una insistenza che non a tutti garbò. Pazienza. La nostra attrice, però, da quella energica donna che è, da quella fiutatrice di eventi, ed anticipatrice di soluzioni teatrali, si è provata a fare il teatro da sola. C'è riuscita in modo mirabile. Le occasioni qualche volta corrispondono a idee non occasionali, non peregrine; e quella del teatro a monologo, per dirlo all'antica, a recital per dirlo alla moderna, del teatro cioè, attraverso il quale un attore assume I'intera responsabilità degli eventi teatrali e riassume e contraddice gli altri personaggi assenti, e propone un solitario dramma, è idea che si colloca, si inserisce nella crisi, nella precipitazione della scena e ne tenta un riscatto. Noi non crediamo la parola fatto sacrale, verbo prima che spettacolo; crediamo però a una parola sorta da interiori ragioni che genera spettacolo, per una incandescenza, una combustione subito creante. In questi termini il teatro può ritornare al grande conflitto affidato aI soliloquio di Prometeo, abbandonando a margine la confusa folla dei personaggi che un malinteso realismo pensa di erigere a necessari contraddittori nel dramma. La via può essere ancora questa, visto che, per accertamenti tutti moderni, la tragedia è forse indivisibile. Vedete a quali discorsi, propri o no, attenti o sconsiderati, ci ha portato I'audace esperimento di Paola Borboni. Segno è che questo è un esperimento che ha i segni nel futuro, che sollecita il teatro a ricerche ed invenzioni, che muove da una provocatrice e stimolante idea. Il teatro di domani è di certo più in questo apparente disordine, eresia, che sulle ginocchia di chi ha la responsabitità di allevarlo. L'Idi aspetta copioni, e Paola Borboni insegue per l'Italia Riccardo Bacchelli, grande scrittore italiano, perché fornisca un monologo a questo suo nuovo teatro e da una novella dello scrittore viene fuori un brano dove, dalla realtà del libro della spesa, si arriva a vertici galileiani. E così pure sono sollecitati Corrado Alvaro, che fornisce uno scritto di rara e saggia ironia, e Stefano Pirandello che, nel difficile intento di assommare diramati contrasti nell'entità di un personaggio unico, sortisce con esplosioni, accuse giammai viste nel suo precedente teatro. Lo spettacolo comprende anche una novella di Pirandello ed un monologo dello scomparso Savinio. Se vogniamo, alta e buona letteratura, ma divenuta - per la persuasione, Ia cocciutaggine, ll sangue, la voce di Paola Borboni - teatro, teatro, teatro. Che ha trovato in lei, fra l'altro, una attrice di una stupefacente pienezza, perfetta dallo schianto popolaresco alla stordita malizia, che può stare alle soglie della tragedia come al chiacchiericcio della comare: tutta natura, verità, violenta efficacia. A soldi, dicono, la nostra attrice abbia ancora rimesso. Col grande successo di Milano (aveva affittato il teatro) può darsi sia andata alla pari, ma guadagnato, no di certo. Pazienza. Paola Borboni pensa di continuare, e si agita e predica e batte le porte di autori per preparare un altro spettacolo del tutto simile. Il suo vero, alto monologo nel silenzio del teatro d'oggi.
 
VITTORIO VECCHl
 

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