1957 Carlo Terron – Ricordo di Memo Benassi

Da SIPARIO N. 131 Marzo 1957:

  • Ricordo di Memo Benassi
  • Autore: Carlo Terron

 

 

Ricordo di Memo Benassi

S'è placata una tempesta. Il silenzio eterno è sceso su colui che, per mezzo secolo, fu la presenza inquieta ed inquietante della nostra scena: bersaglio di lodi iperboliche e di critiche demolitrici, sconfinatamenie ammirato e accanitamente disprezzato, indifferente mai. Questo tempestoso ed allarmante eroe dell'effimero Olimpo della cartapesta, salvo certi larghi e plastici impianti di modellazione vagamente zacconiana - un generico atteggiamento mattatorio, più che una specifica reminiscenza di modi - non doveva niente a nessuno degli altri attori che hanno imposto il loro stile o, più spesso, la loro maniera, sulle nostre scene negli ultimi decenni. Troppo breve e tardiva anche la meteora della stagione italiana di Alessandro Moissi per poter parlare niente di più che di coincidenze e, anche queste, del tutto esteriori. Si può dire che fosse rimasto indenne perfino da quelle lusinghe ruggeriane alle quali, più o meno, nè i giovani nè i meno giovani, nessuno dei nostri migliori attori è riuscito a sottrarsi completamente. Un'arte composita, la sua, centrifuga, cangiante, polemica, aggressiva e sopraffattrice, qualche volta arbitraria ed inconseguente; ma personalissima, svincolata, originale, anzi sorprendente; e geniale, sempre, fino all'eccentricità; ricchissima di estri suggeriti da una fantasia dalla volubilità controllatissima che trascorreva, spesso e volentieri, dalI'esuberanza all'incontinenza. Una parte contrappuntata, a piena orchestra, sempre. sopra Ie righe, naturalmente tendente alla meraviglia. Essa deformava e degradava i propri pregi fino a farli rasentare il difetto, mentre sviluppava e trasfigurava i propri difetti al punto da farli risultare come pregi: il piacere e il gusto eccezionali insomma, di una continua, superiore mistificazione travasata dallo scandalistico cittadino Benassi Domenico nel fantastico artista Memo Benassi, commediante esemplare. S'affacciano in trasparenza i funambolismi di Salvador Dalì, commediante onorario. Eleonora Duse fu, si può dire, la prima ad accorgersi di lui quando, ancora giovane, ma non più giovanissimo, egli non doveva offrire una personalità ancora precisamente definita; fu I'unico che essa riconoscesse come allievo; a lei dovette, dopo solo un anno, la promozione a primo attore che ebbe come tesi di laurea I'Osvaldo degli Spettri: un atto di rottura, un guanto di sfida, un gesto di polemica audacia che la rompeva, con la creazione veristica, anzi naturalistica, imposta sulle nostre scene, da Ermete Zacconi. Se non altre, questa dovremmo ritenerla una interpretazione tipicamente dusiana. Sia contenutisticamente, sia formalmente, essa non si rivelava diversa da altre interpretazioni, per così dire autonome, venute più tardi. E allora, anche per i gesti, le intonazioni e le modulazioni di un attore resta valido ciò che Pirandello diceva dei fatti, i quali non sono niente più che dei sacchi vuoti che si afflosciano e non stanno ritti altro che in dipendenza di ciò che ci viene messo dentro. Può darsi benissimo che aIcuni, e magari molti, dei modi di Benassi siano stati della Duse. Con Ia differenza sostanziale, però, che mentre per Ia maestra essi rappresentavano la naturale proiezione d'una interiorità spiritualmente decantata, eran diventati per l'allievo tutt'altra cosa, anzi, si potrebbe arrivare a dire, il suo preciso contrario: ornamento, dilatazione, moltiplicazione decorativa; in un certo senso, scenografia recitativa e, di conseguenza, elemento di secondaria importanza, tale da non intaccare Ia sostanza della sua espressività. E proprio da ciò' potè derivare l'mpressione, che spesso ci colse ascoltandolo recitare, di un indeflnibile disagio per non so quale sconcordanza, talora un vero e proprio contrasto, fra la parola ed il gesto; non solo, ma qualche volta, perfino, fra il tono e l'intenzione del dire: quel tanlo di gratuito, lo stridore, percepibile nei passaggi e nei raccordi della sua meccanica scenica, e che avrebbe potuto far parlare di recitazione impressionistica. È un'idea come un'altra, nè meno nè più attendibile di un'altra, ma mi pare che essa ci aiuti e ci indirizzi a deflnire questo attore sempre così inaspettato. Egli testimoniò la contraddittoria equazione di un'arte monotona per eccesso di varietà, e artefatta per esagerazione di ricerca stilistica. Il favoloso Benassi, artista scarso, vorrei dire privo di sentimento e, viceversa, sovraccarico dell'interiore dinamismo di una eccezionale capricciosità ed autosuggestionabilità nevrotica, e, perciò, tendente alle soluzioni di stile appoggiate alle sorprese emozionanti ed eccentriche, fu I'autore barocco della nostra scena. Su questo equivoco termine "barocco" è bene intendersi subito. Esso va riportato al suo significato originario, spoglio, cioè, dalle variazioni aggettivate e spregiative assunte nella sua accezione corrente: quelloo di un'arte che ha per caratteristica espressiva l'interna, energetica, inconciliabile e drammatica dialettica fra vortici di contenuti tumultuosi, contraddittori e in perpetuo movimento, e una forma definitiva atta a comunicarli nella loro dinamica instabilità. Come non pensare, infatti, davanti all'esasperazione espressiva, alle sconcertanti dissonanze, alla cangiante volubiìità, ai gonfi decorativismi, alle sorprendenti spezzature, alle turgide violenze e alle polemiche provocazioni, adunate per fare di ogni sua interpretazione una perpetua meravigÌia, come non pensare a certe spettacolose statue del Bernini o del Borromini impetuosamente librate in assurdi equilibri, contro ogni legge di statica, apparentemente prive di un centro di gravità,  impegnate ad imporre allo spazio il loro movimento e il loro ritmo; teatralmente atteggiate, tutte smorfie e svolazzi, sempre sul punto di precipitare e sempre vittoriose delle comuni leggi fisiche. Più di ogni altra, quest'arte del doppio, del triplo salto mortale, del salto mortale a vita, naturalmente e continuamente affacciata sull'esagerazione e l'artificio, presenta i suoi pericoli. E il principale di essi si chiama barocchismo. Dal barocco al barocchismo, purtroppo, il passo è sempre stato breve. Che Benassi, spesso e volentieri I'abbia compiuto, non si può negare. Ma non si può nemmeno, per converso, negare che in questa disarmonia fosse la sua grandezza. L'errore è nostro di volerlo addomesticare e fissare in limiti ragionevoli e quotidiani, come se fosse possibile incanalare e far scorrere, placide e monotone, fra argini geometrici, le cascate del Niagara. Chi più di lui dotato dalla natura di tutte le qualità che fanno il grande attore? Quale altro visse altrettanto esclusivamente e forsennatamente del teatro, con la sua meseolanza indissolubile d'oro e d'orpello, di vero e di falso, di sincerità e di menzogna, di- schiettezza e di mistificazione,  di miseria e di splendore; fino ad - alienarsi qualsiasi altro interesse personale ed umano; al punto di non saper più distinguere il palcoscenico dalla vita, trasformando se stesso in un personaggio mitomane ed irreale, occupato a fare dlla propria esistenza un perpetuo spettacolo? Nellla tomba di Sorbolo non giace l'attore Memo Benassi, giace ii Teatro.

CARLO TERRON

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