1959 SIPARIO pubblica la novità di Eduardo “Sabato, domenica e lunedì”

Da SIPARIO Num. 162  Ottobre 1959:

  • La novità di Eduardo "Sabato, domenica e lunedì" - Gli arrabbiati della domenica
    Autore: Gigo de Chiara

 

 

SABATO, DOMENICA E LUNEDI' Tre atti di Eduardo De Filippo
PERSONAGGI: ROSA - VIRGINIA - PEPPINO - ROCCO - FEDERICO - ANTONIO - GIULIANELLA - AMELIA - ATTILIO - RAFFAELE - LUIGI IANNIELLO - ELENA IANNELLO - IL SARTO CATIELLO - MICHELE - MARIA CAROLINA - ROBERTO - Dottor CEFERCOLA
 
ATTO PRIMO
Ampia e linda cucina. L'arredamento è costituìto da cose antiche e modernissime. Sulla parete di fondo accanto al finestrone; sono state disposte in ordine simmetrico una diecina di antiche forme in legno di cappelli e numerosi attrezzi del mestiere. Nel medesimo punto ci sta un fornello di ferro a quattro zampe, malfermo e arruginìto, e un piccolo tavolo dal ripiano massiccio unto e bruciacchiato dall'uso. Siamo alla conclusione di una magnifica giornata di marzo. L'ultimo sole che entra dall'ampia finestra indora le pareti e fa brillare la nutrita batteria di pentole in rame, fuori d'uso, che è lì, tutta intorno, al solo fine di testimoniare l'antica tradizione e la solidità finanziaria della famiglia Priore. Presso il tavolo centrale c'è' donna Rosa che sta preparando il rituale ragù. Sta legando il girello, "il pezzo d'annecchia" di cinque chilogrammi che dovrà allietare la mensa domenicale dell'indomani. Virginia la cameriera gomito a gomito con la padrona affetta cipolle; ne ha già fatto un bel mucchio: ma ne deve affettare ancora. La poverina ogni tanto si asciuga le lacrime o con il dorso della mano o con l'avanbraccio: ma continua stoicamente il suo lavoro.
Rosa - Hai fatto?
Virginia (piagnucolando) - Devo affettare queste altre due.
Rosa - E taglia, taglia... fai presto.
Virginia - Signò, ma io credo che tutta questa cipolla abbasta.
Rosa - Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù? Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo.Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che...
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GLI ARRABBIATI DELLA DOMENICA di Ghigo de Chiara
Con Sabato, domenica e lunedì Eduardo De Filippo ritorna apparentemente al tema delle incomprensioni familiari: un tema che ha avuto le sue punte più clamorose in Napoli milionaria e Filumena Marturano. Apparentemente, dicevamo: e proprio nel senso che dietro la commedia di costume (e non è "costume" la piccola borghesia napoletana ritratta nei suoi slanci patetici, nei suoi mediocri egoismi, nei suoi gusti segreti?) si dilata una più vasta geografia sentimentale che finisce per travalicare i confini del dialetto e della lingua stessa ed imporsi come dato autenticamene universale. Occasionalmente, dunque, c'è Napoli alle spalle di questa famiglia che nella breve pausa tra un sabato e un lunedi (accidenti ai giorni di festa quando l'ozio obbliga a guardarsi negli occhi!) viene fuori tutto ciò che è stato taciuto e mal sottinteso per troppi anni: ma potrebbero esserci Vienna o il Cairo, che basterebbe cambiare in goulash o in cuscùs il doveroso ragù partenopeo del pranzo domenicale. Commedia senza patria insomma, o con una patria casuale, ma non senza tempo storico: perché davvero sarebbe impossibile collocare tanta sedimentazione di rancori in epoca diversa da questa, che abbiamo ereditato cosi gravida di affanni privati, di insicurezza, di pubbliche angoscie, di deserto morale e di astratti furori. Come entra tutto questo nel piccolo mondo d'una famiglia di piccoli commercianti che tengono bottega sulla strada più popolare di Napoli? Ecco: Rosa e Peppino, due coniugi che hanno largamente superato la cinquantina ed hanno fatto in tempo a diventare nonni, debbono proprio aver speso i loro trenta anni di matrimonio senza conoscersi e senza che il loro amore (ce n'è stato, e tanto, sapremo: e ce n'è ancora dietro la logorante routine familiare) riuscisse mai a guidarli verso una completa, reciproca comprensione. Lei a sfacchinare per casa intorno ai figli e ai fornelli, Iui a sfacchihare al negozio: Iei col suo orgoglio di cuoca, lui col suo orgoglio di mercante alacre, che non si concede riposo. Ma si sono mai intesi per davvero Rosa e Pasquale se soltanto con la medicina del silenzio hanno regolarmente curato i loro attriti? "Ma perché non vi dite le cose appena succedono? - giungerà a rimproverarli la figlia, evidentemente legata ad una generazione meno pietosa ma anche meno incline alla riserva mentale. - State insieme da tanti anni e non avete saputo raggiungere un'intimità che vi possa permettere di dire pane al pane e vino al vino, l'uno con I'altra? Quando vi chiudete in camera per delle ore intere, io li conosco i vostri discorsi perché quando ero piccola mi mettevo dietro la porta a sentire; adesso non lo faccio più perché mi sono scocciata di sentire sempre le stesse cose. Vi raccontate i sogni che vi siete fatti, Ie malattie che vi sentite e tu vuoi mangiare questo e io voglio mangiare quello, pigliate a pretesro un motivo qualunque per litigate e il dito sulla piaga nessuno di voi due Io vuole mettere... ". Nel silenzio, si sa, le ombre prendono corpo: cosi i due anzianì coniugi (lui perché un vicino di casa usa a lei qualche innocente cortesia, lei perché lui osò lodare, nientedimeno!, una pietanza cucinata dalla nuora) sono capaci, cinquantenni e nonni come si ritrovano, di mettere in moto dal nulla il dramma della gelosia e della dignità calpestata. Un dramma che certo non scoppierebbe mai - col rinvio all'infinito di ogni spiegazione - senon esistessero domeniche: e, di domenica in domenica, non arrivassero anche a questa, finalmente e fortunatamente funestata dalla grande lite: assurda, ridicola ma capace di obbligare i due a scoprirsi, a scaricarsi e, naturalmente, a rendersi conto di aver accumulato addirittura l'odio su fondamenta inesistenti e inconsistenti. Ancora una volta è una lezione profondamente umana, quella di Eduardo De Filippo: tempo di rabbia e di arrabbiati, certo, ma nella sfera cecoviana delle piccole cose che si allargano come una cancrena. I nostri anni (ed è qui il prodigioso "sentimento del tempo" di Eduardo) paiono spaventosamente ricchi di suscettibilità, forse il vocaboIario è rimasto troppo indietro nella corsa alla verità, Un autore-attore scrive necessariamente sulla propria statura: ma Peppino, il protagonista di Sabato, domenica e lunedi che Eduardo si è scritto addosso, è sostanzialmente un personaggio muto, una presenza incapace di "inserirsi". Cova torvo la sua insufficienza, nemico degli altri e di se stesso: e quando sbotta precìpita nell'assurdo, accusando di infedeltà una moglie anziane, non bella, tagliata fuori da ogni altalena delle passioni. Il fatto è che, zitti oggi e zitti domani, Rosa e Peppino non hanno saputo invecchiare insieme: furono sinceri in una lontana stagione d'amore e poi, tra chiacchiere futili e sempre marginali, videro crescersi intorno i figli e diventar vecchi e morire i genitori, senza consumare insieme il tempo. Cosi, la lunga crisi di infantilismo li coglie alla vigilia della fine: resta loro ancora un breve margine e, dopo la tumultuosa schiarita, non c'è dubbio che sapranno profittarne. E la battuta finale di Rosa ("Io credo che è cominciato adesso") ripropone - come la conclusiva "Ha da passà 'a nuttata" di Napoli milionaria - la patetica speranza di riagguantare il tempo perduto.
GHIGO DE CHIARA
 
 
 
 
 

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