1960 Gianfranco de Bosio – “La Moscheta” l’Italia che non si vede

Dal Programma di sala LA MOSCHETA 1960:

  • L'Italia che non si vede
    Autore: Gianfranco de Bosio

 

 

L'Italia che non si vede

La Moscheta ci introduce in un mondo di uomini elementari, per i quali vige assoluta Ia legge del più forte. Uomini "terrestri" ancora prigionieri della terra su cui vivono, ancora in balìa degli elementi e degli istinti, sempre in balìa degli altri oltre che di se stessi. Insomma, nel mondo dei contadini dei primi lustri del Cinquecento. Le nostre convenzioni sociali, molta ipocrisia e un certo ìnnegabile progresso ci hanno falto dirmenticare gli uomini di questo tipo. Eppure l'uomo e il mondo non mutano troppo; e troppo poco negli ultìmi quattro secoli è mutato il mondo dei contadini, che del resto oggi male conosciamo e che, per usare una felice espressione, potremmo definire "l'ltalia che non si vede", contrapposta all'ltalia ufficiale "quella che si vede", composta di solito (anche sulle scene di teatro) da intellettuali e borghesi. Accostarsi al Ruzante significa quindi gettare uno sguardo in una materia umana che conserva, a dispetto dei secoli trascorsi e dell'evoluzione del costume, intatta la sua vÌtalità e che di generazione in generazione occorre continuamenle riscoprire. Mondo arretrato, chiuso, quello dei contadini, con in serbo forze incontenibili. Nella descrizione di questo mondo, pittoresco, folcloristico non interessano il Ruzante. Come sapientemente nota Benedetto Croce, Beolco "sente la psicologia e il costume dei villani, la loro elementarità, bestialità, avidità, codardia, mancanza di scrupoli, facilità a transigere in fatto di morale, continuo calcolo dell'utile, estraneità a ogni elevazione ideale e, insomma, l'ostinata loro inferiorità; ma sente anche quel che v'ha in questa psicologia di naturale e necessario, di non mutabile in quelle non mutate condizioni, e non gli sfuggono l'angoscia, l'affanno, Io strazio, la passione che scontorce quelli che son pur esseri umani e talvolta li spinge a scatti irriflessi e violenti". Coglie, insomma, lo scrittore cinquecentesco, il modo di esistere del contadino non solo negli aspetti contingenti, nel costume e in rapporto alla società del suo tempo, ma nella sua radice, individuando le energie elementari che vi predominano (primissima quella dell'istinto sessuale), fissandone l'antica semplicità e l'antica miseria. L'atteggiamento di Beolco, di fronte a questi suoi personaggi, non è però di passione e di compassione e nemmeno di giudizio, ma osservazione diretta, ricerca di obiettività. La stessa intenzione comica consegue a quest'esigenza fondamentale, che noi porremmo all'origine dell'ispirazione dello scrittore, come un bisogno di constatare la verità di un'osservazione nel prisma spietato e paradossale della comicità. La Moscheta, opera rude, dunque, vlolenta, aggressiva, spregiudicata, potente, come quel dialetto pavano - fatto di parole dure, scabre, cupe - che parlano i personaggi. Ma allo stesso tempo opera schietta e vigorosa, moralmente sferzante. Ritorno alle originì, ritratto d'uomini ferini. Un ammonimento, giacchè il suo mondo è sempre vivo nel fondo di ognuno di noi, che certamente non con gli infingimenti formali, ma soltanto con un'autentica maturazione civile riusciremo a dominare.

GIANFRANCO DE BOSIO

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