1962 Roberto Rebora – “Don Giovanni Involontario” in scena a Torino

Da SIPARIO Num. 189 - Gennaio 1962:

  • "Don Giovanni involontario" di Brancati in scena allo Stabile di Torino
    Autore: Roberto Rebora

 

 

GLI SPETTACOLI IN ITALIA - 28 novembre 1961: "DON GIOVANNI INVOLONTARIO" di Vitaliano Brancati.

Compagnia del Teatro Stabile di Torino. Regia di Gianfranco De Bosio. Scene e costumi di Emanuele Luzzati.

ll Don Giovanni involontario, Riproposto al nostro pubblico dal Teatro Stabile di Torino, è una commedia tristissima. Dove nell'animazione, nella comicità, nell'umorismo, nel grottesco che danno vita ai tre atti, la costante satirica tende veramente al silenzio perché al di là del ritratto del protagonista (e della particolare società attorno a lui che, giustamente, De Monticelli nel programma dello spettacolo avverte non essere soltanto siciliana) non si può continuare se non constatando il vuoto assoluto. Già il tema della morte era affiorato qua e là durante lo svolgimento delle stanche avventure di Francesco Musumeci, seduttore obbligato dall'educazione e dal costume, collezionista di donne annoiato fino al disgusto, bel ragazzo pronto a farsi rapinare dall'altro sesso perché non ha la forza di dire di no, passivo conformista al punto di diventare seduttore di professione (Le donne, ecco il grande tema! gli dice il padre per spingerlo lungo la strada delle conquiste erotiche) per quanto le donne gli siano indifferenti e abbia scelto - per le sue imprese galanti - una bella casa accanto al cimitero. E accennare al tema della morte non significa di certo tentare un accostamento banale e retorico di valori, significa invece indicare come la satira di Brancati voglia indicare un altro fallimento nell'esistenza emblematica di Francesco Musumeci, il fallimento della morte (fallita nel sogno, e fallita nella realtà in quanto si tratta appunto di morte sognata) accanto al fallimento del peccato. Il don Giovanni di Brancati non ha ostacoli di fronte a sé, e tanto meno non incontra nulla che abbia una lontana somiglianza con il richiamo della coscienza. Non si accorge di nulla, tranne che della propria noia, ma segretamente si compiace di una situazione che in qualche modo lo fa sembrare un protagonista. Di ciò che ha attorno, cioè dei valori che in qualche modo potrebbero fargli pensare al bene e al male, non sembra accorgersi. L'Inferno e il Paradiso sognati nell'ultimo atto (con il giudizio dei suoi peccati che risultano inesistenti, nemmeno un peccatore vero è stato, e con il paradiso al quale è destinato perché chi ha sofferto nella vita è stato lui e non le donne che lui crede di aver fatto soffrire) sembrano appartenere alla capacità del personaggio di diminuire tutte le cose, anche i valori che preparano la morte e che sotto molti aspetti la condizionano. Qui il moralista Brancari, nei suoi modi umoristici e veloci, è inflessibile. Anche nell'evidente divertimento della scena (ma quanti signifcati può assumere la parola divertimento che sembra avere una dimensione unica) non c'è la possibilità di gioco di cui nei due atti precedenti a tratti si può avere il sospetto. Il disfacimento del protagonista è completo. Il processo al peccatore trova un pover'uomo che ha sofferto soprattutto per miseria morale (rivalutiamo una buona volta la parola che siamo troppo abituati ad unire a passività), e la sua entrata in paradiso dove la madre, meccanicamente madre, ha pregato per lui, diventa il coronamento più incolore e squallido di una vita totalmente conformistica. Il paradiso come una casa di ricovero. La bella commedia, che si crea sulle sillabe, è stata presentata in un'edizione variamente giudicabile. Mi è sembrato che questa volta il regista Gianfranco De Bosio non abbia trovato che a tratti la unitarietà dei toni della rappresentazione. L'umorismo della bellissima prima scena è andato in parte perduto perché - mi è sembrato - gli attori non si sono trovati fra loro. Peccato veramente, perché si tratta di una scena d'importanza capitale per la comprensione di tutto il resto. Anche certe lentezze, certo pausare, mi sono sembrati dannosi. E l'eccessivo macchiettismo di alcuni personaggi. Il sarcasmo della commedia dovrebbe risultare prevalentemente dalla sua serietà. Ma la rappresentazione si è svolta in crescendo, fino a darci un equilibratissimo terzo atto. Nella bella e intelligente scena di Emanuele Luzzati (suoi anche i costumi) iI protagonista Renzo Giovampietro ha dato un'altra prova delle sue attuali capacità. È uscito ggradatamente dal poco ordine iniziale e si è affermato lungo la rappresentazione con stile sorvegliatissimo e bella autorità. Con lui sono da ricordare il bravo Franco Parenti, comico e patetico nella parte di Rosario Zappulla, giovane che non riesce con le donne; Gianna Giachetti, che deve stare attenta a non ripetere troppo lo stesso personaggio; Cecilia Sacchi, al suo debutto, e dobbiamo accogliere con piacere la sua prova totalmenie positiva; la brava Giovanna Pellizzi, Isabella Riva cosi comunicativa, Annamaria Bottini, Cristiano Censi, Giulio Oppi, Mimmo Craig, Carla Parmeggiani.


Roberto Rebora

Nelle fotografie: 1) Renzo Giovampietro protagonista di "Don Giovanni..." 2/3) Enrico D'amato - Valeria Moriconi - Mario Scaccia,  protagonisti de LA BARRACA di Federico Garcia Lorca in scena al Teatro Quirino di Roma con la regia di Franco Enriquez.

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