1963 Giorgio Prosperi – “La Fastidiosa” di Franco Brusati

Da SIPARIO Num. 205  Maggio 1963:

  • "La Fastidiosa" di Franco Brusati - Finalmente una voce in Europa
    Autore: Giorgio Prosperi

 

 

LA FASTIDIOSA di Franco Brusati

Rappresentata a Roma Teatro Quirino, 7 marzo 1963

Regia di Jose Quaglio

Scene di Mischa Scandella

INTERPRETI: Rudi Laurino RENZO RICCI - Lidia Laurino EVA MAGNI - Marco Laurino GIORGIO ALBERTAZZI - Tommaso CARLO HINTERMANN - Stella Varon SCILLA GABEL - Il generale GIANNI GALAVOTTI - Mamma Varon - GINA SANMARCO - La suora ELVI LISSIAK

Finalmente una voce Europea

A scorrere il nostro Teatro più recente - vorremmo dire dalla Guerra in poi - appaiono chìari gli sforzi degli autori per rifarsi a una tradizione. Il che è tipico, appunto, di una letteratura teatrale che di tradizioni è priva, tutta punte luminose, valli oscure e acque stagnanti.
Chi si rifà ai veristi lombardi, chi ai veristi napoletani, chi a un certo modernismo religioso. I più audaci si spingono oltre frontiera, e ci riportano un Mauriac o un Brecht ripassati alla cucina nostrana, bonacciona e provinciale. In un furore di noviziato democratico, si confonde l'arte con la religione e con la politica. E le stesse impostazioni marxiste, lungi dall'esercitarsi in una critica obiettiva dell'intero corpo sociale, si limitano a spingere in scena - con una manata - proletari e piccoli borghesi. Quante ne abbiamo viste, alla luce della ribalta, di codeste ombre smarrite! Ciò che nel nostro cinema aveva la voce breve ma acuta del documento, risultava, sulle tavole del palcoscenico, intenzionale e insincero. Non personaggi vivi, ma alibi dell'autore.
E gli altri? Dov'erano finiti gli esponenti delle classi medie che, tutto sommato, continuavano a governare le cose nostre? Cosa esisteva più di ciò che una volta era stato il loro orgoglioso privilegio: il culto dei valori, la libertà, l'autonomia della coscienza?
Proprio su di loro, sui loro peccati, le loro sofferenze, la loro consistenza di ombre, Franco Brusati ha alzato il sipario. Dapprima in collaborazione con Fabio Mauri, ne Il Benessere, poi solo, ne La Fastidiosa.
E subito si è udita, ed è cresciuta prodigiosamente di tono da una commedia all'altra, una voce dal registro inconfondibile, che varia tra la lirica, la satira, e l'archeologia. Come se Brusati facesse ridere, soffrire e morire sotto i nostri occhi, personaggi di duemila anni fa, i nostri contemporanei.
Alla convenzione drammaturgica, con le sue necessità di raccordi, antefatti, scene informative, Brusati sostituisce qui un contrappunto acuto fra presente e passato, che è poi l'ideale presente dell'azione drammatica. Non più svolto in superficie, ma proiettato in una dimensione profonda. Ed ecco che il tema della Coscienza ("la fastidiosa", appunto, che dà il titolo alla commedia) da sollecitazione morale diventa forma, linguaggio, cioè arte. Il simbolo (quella Venezia, trattenuta sull'orlo della disscluzione) si fa storia concretissima. La parola, da informativa e narrativa, diviene voce interiore. Ora dolce, ora comica, ora struggente, ora stridula, a seconda del rapporto di ciascuno dei personaggi con la verità.
Dove il Ioro conflitto con l'universale è più acuto, come in Marco, il grido diventa tragico, assume non so quale coralità di un'intera generazione frustrata. Dove la coscienza si sclerotizza, come nella vedova Varòn e nel suo amico Generale, che invecchiano irrigidendosi nell'onore come in un busto ortopedico, si fa satira. Dove conserva la luce aurorale di un dolce purgatorio, come nella madre, il tono si fa elegiaco. Dove miracolosamente nasce, come in Stella, si fa acutamente lirico e commosso. Dove è rimasto allo stato infantile, come in Rudi, il tono è struggentemente ridicolo. Ma sempre sostenuto, anche negli attimi più feroci, da una virile pietà.
Tutto ciò, è chiaro, non si improvvisa. La cultura ha, in questo teatro, per lo meno tanto peso quanto l'istinto. E sebbene Ia Fastidiosa non imiti nessuno, non si rifaccia a nessuno, non si scusi con nessuno (ma forse proprio per questo), l'Itatia di Brusati appare qui non un microcosmo provinciale, ma un pezzo di Europa, un angolo del pianeta, dei cui dolori e delle cui consolazioni coscientemente partecipa.

GIORGIO PROSPERI

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