1964 Il giorno della tartaruga: Renato Rascel – Delia Scala

Dal Programma di sala IL GIORNO DELLA TARTARUGA 1964:

  • Renato Rascel - Delia Scala
    Autore: Ufficio Stampa

 

 

IL GIORNO DELLA TARTARUGA

RENATO RASCEL: "Da piccoletto", dice Rascel "ero piccoletto come gli altri ragazzi di Borgo, ma già mi chiamavano Renatino". Lo chiamavano così i colleghi dei genitori - Cesare e Paola Ranucci - attori d'operetta, i callarostari di via del Mascherino, il bidello delle elementari di Borgo Pio. E lo chiamava Renatino anche don Lorenzo Perosi che, apprezzatane la sottilissima voce bianca, lo volle nella sua famosa schola cantorum. Sicché il debutto canoro di Renatino non avvenne in teatro, ma in San Pietro, vestito da chierichetto. Fu il grande Perosi che, per primo, gli insegnò a "battere il tempo". Imparò tanto bene che, dopo aver battuto il tempo su ogni superficie rimbombante gli capitasse a tiro, finì per dichiarare al padre, piuttosto amante della siienziosa quiete domestica, che se avesse avuto in regalo una batteria sarebbe andato a far chiasso fuori casa. Ebbe la batteria e mantenne la parola. Non ancora quattordicenne, già suonava nei locali. Erano modeste sale da ballo quali Giannini in Piazza Adriana e Bruscolotti in Via Paolo Emilio. I suoi assolo facevano spettacolo. Tanto che, notatolo, un'impresario lo scritturò in una compagnia d'avanspettacolo. Era il 1928. Suonava in scena accompagnando i vari "numeri". Il suo nome d'arte, allora, era Ronnie Boy e figurava in locandina. Perche quel nome? "Sapete com'è" racconta, "c'era l'esteromania... ed era anche di moda Al Jolson con Sonny Boy". Una sera, al cine-teatro Diana di Milano, la stella di quel modesto varietà, Lulù Gold, svenne. Come sostituire Lulù nel suo applaudito numero di charleston? L'impresario disse: "se la cavi Ronnie Boy!" E Renatino se la cavò non solo quasi sfondando la batteria, ma balzando verso il proscenio dove improvvisò un frenetico quanto buffo charleston. Da quella sera, di compagnia in compagnia, fece il ballerino, il cantante di tanghi argentini, il fantasista. Intanto s'era trovato un altro nome: Rachel. Era il nome di un colore di cipria fra l'ocra e il giallo chiarissimo che vide in una profumeria di Torino. Nel 1933 fu costretto ad interrompere l'attività artistica per il servizio militare. Appena congedato venne chiamato dal signor Schwartz in persona che, con l'astronomica paga di 250 lire al giorno, gli affidò il ruolo di Sigismondo nel Cavallino Bianco, in una compagnia di oltre cento elementi, accanto a ballerine dagli 1,70 in su. Tornato al vaiietà, prese a portare sulla scena quel tipo di personaggio, di macchiette, di comicitè che, inizialmente sconcertanti, finirono per avvicinare il pubblico. E nacque... la meta agognata... la cognata non c'era e pioveva, pioveva e l'acqua veniva giù tanto che tutti dicevano: "almeno andasse in su". Nacque l'ometto con la grossa palandrana, il taschino sulla schiena e il cappello a caciottella. E a questo punto, assieme all'ometto, tutti gli studenti che ghemivano i teatri cantavano in coro: "Ho il cuore lenero, tenero, tenero". Da allora egli presentò canzoni come: Chiudo gli occhi e penso a te, Mi chiamo Viscardo, E' arrivata la bufera, Il gaucho appassionato, Filippa, Il Corazziere. Era una nuova forma di comicità che diffuse anche collaborando attivamente al Travaso ed al Marc'Aurelio. Le riviste alle quali ha preso parte sono: TUTTO E' POSSIBILE di Nelli e Mangini (1941-42), ALLEGRETTO MA NON TROPPO di Nelli e Mangini (1943-44), VIVA FRA' DIAVOLO di Dino Falconi (1945-46), COMINCIO' CON CAINO E ABELE di Michele Galdieri (1946-47), SOFFIA SO' AI BAGNI DI MARE di Mattoli, Garinei e Giovannini (estate 1947), IL CIELO E' TORNATO SERENO di Polacci (1947-48), ARIA DI ROMA di Amendola e Mac (estate 1948), MA NON E' SUCCESSO NIENTE di Polacci 1948-49), SOGNO DI UNA NOTTE DI QUESTA ESTATE di Garinei e Giovannini (1949-50), PEREPE' PEREPE' di Veltroni, Ferretti, Leoni, Fiorentini (1950-51), E INVECE... PURE di Veltroni, Ferretti, Leoni, Fiorentini (1951-52), e le commedie musicali di Garinei e Giovannini, musiche di Kramer, ATTANASIO CAVALLO VANESIO (1952-53), ALVARO PIUTTOSTO CORSARO (1953-54), TOBIA LA CANDIDA SPIA (1954-55), UN PAIO D'ALI ( 1957-58), ENRICO '61 (1961-62 e 1962-63 in Italia e a Londra). Nell'annata 1956-57, Renato Rascel ha effettuato un "Giro del mondo" esibendosi in recitals teatrali e televisivi a Bangkok, Hong-Kong, Tokio, Honolulu, Los Angeles, - San Francisco, Città del Messico, Hollywood, Washington, New York, etc. Renato Rascel ha composto la musica per l'operetta Naples au baiser de feu messa in scena al Teatro Mogador di Parigi nèll'ottobre del 1957 ed interpretata da Tino Rossi. Rascel è anche autore di libri per l'infanzia e la sua attività cinematografica (che iniziò nel 1942 con Pazzo d'amore) va sempre più estendendosi. Dai "borghi" di Roma il "piccoletto", si è proiettato alla ribalta internazionale come autore, attore e compositore, attraverso una carrierafatta di volontà, sacrifici e intelligenza.

DELIA SCALA: Nel dopoguerra è tramontata la figura della "soubrette", la donna-tutto-fascino, che era I'erede immediata e non immemore delle sciantose-tutto-peccato del "Café Chantant". Soubrette era sinonimo di donna complicata, tortuosa, che dispensava a piene mani arcane seduzioni; che attirava attorno a sé, come una lampada vivissima, mille e mille farfalloni. E c'era chi della "soubrette", dal viso trasformato dal falso strato di cerone, regina delle penne di struzzo e delle scintillanti paillettes, stella della passerella rilucente non di luce propria (la luce era pur sempre quella dei riflettori) non doveva più perdere il ricordo, avesse campato anche cento anni. Nel dopoguerra, c'è stata una radicale metamorfosi. Oggi la gente non cerca più in palcoscenico la donna complicata e fatale; ne cerca un'altra tutta semplicità, dolce e birichina che si imponga soprattutto per la simpatia. E ai volti impiastricciati dal cerone preferisce quelli che si intuiscono lavati col sapone. A un'era ne è subentrata dunque un'altra. E come in ogni era, oggi come ieri, non manca certamente il "dicismo", che è una infatuazione collettiva più vecchia del mondo. Seminate per via le esponenti della "vecchia guardia", per ineluttabile legge naturale, si sono fatte avanti sul proscenio le "nuove leve". Oggi c'è un'attrice che ha, senza riserve, conquistato i favori dei "fanatici" della passerella (anche se la passerella è stata praticamente abolita). Un'attrice schietta, per nulla fataleggiante, che ha bandito dal suo guardaroba paillettes e penne di struzzo. Questa attrice è Delia Scala. Il suo motto è semplicità. Lo stato di grazia di Delia Scala dura ormai dal suo esordio in teatro. La commedia musicale difatti le ha permesso di uscire dalle file delle attrici che a Cinecittà si logorano il fegato in attesa di realizzare i loro sogni. Con Delia Scala il cinema è stato ingrato; nessun regista ha dato più molto credito alla ragazzina tutto pepe dal viso costantemente sbarazzino che non riesce mai a starsene ferma. Garinei e Giovannini giocarono con Delia Scala una carta arrischiata e non se ne sono pentiti. Inclini a rinnovare i quadri, puntarono tutto su di lei come prima attrice della commedia musicaie "Giove in doppiopetto". Da allora Delia ha continuato a salire la scala del successo. E' stata assieme a Dapporto, Walter chiari, Manfredi, Panelli, Carotenuto, Modugno e Tedeschi, in spettacoli che il pubblico, dovunque, ha accolto con calorosi consensi. In televisione la sua  "Canzonissima" con Manfredi e Panelli è così passata alla leggenda. Se ripensa al cinema Delia Scala fa spallucce. Ora il cinema la interessa molto meno: ha finito di rappressentare per lei il sogno-incubo di quando si era presentata a Cinecittà con la valigia piena di illusioni. Oggi sul suo tavolo, insieme con le lettere degli ammiratori, arrivano anche decine di proposte di lavoro, tutte-vantaggiose. E Delia continua a piacere proprio perché è l'antitesi delle "soubrettes" del passato, proprio perché a l''antiritratto del peccato, perché ai pigri movimenti di un puma, pronto ad assalire, ha preferito la diavoleria turbinosa della monella col viso sciacquato con acqua e sapone. Vent'anni fa, alla scuola di Danza della Scala di Milano, era peggio che in caserna. Lezioni mattutine alle otto in punto. chi arrivava alle otto e un minuto via, sospesa per tre giorni. La piccola Odette Bedogni (che è il vero nome di Delia Scala) non fu mai sospesa. La parol disciplina, del resto, non le era nupva. Suo padre era ufficiale. Sicché, prima ancora di sapere come fosse un teatro, Odette seppeche, per il teatro, occorrevano sacrifici, serietà, precisione, umiltà. Cose che, in seguito, non scordò e che ha sempre costantemente applicate. Talento, estro, versalità, doti mimiche, requisiti canori, sensibilità ritmica, spericolatezza acrobatica, d'accordo, costituiscono la bravura di Delia Scala, ma Ia base, Ia vera essenza della sua bravura è la disciplina. Logico, quindi, che in un mondo come quello dello spettacolo popolato in gran parte da gente che gabella di isterismi per genio , l'ineducazione e la maleducazione per temperamento, le bizze per dignità, Delia Scala, ticchettante come un cronometro, abbia fatto strada. Detto questo, detto tutto. Basta. ll fenomeno Delia Scala non ha altre spiegazioni. La sua arte è il lavoro. Niente poesia. Fisica pura. Lavoro, cioè uguale a forza per spostamento. Così come ogni allievo delle medie sa.

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