1966 Eduardo e Zeffirelli: Un grido d’allarme per il teatro libero (parte III)

Da SIPARIO N. 247 Novembre 1966:

  • Eduardo e Zeffirelli: Un grido d'allarme per il teatro libero (parte III)
  • Autore: Eduardo De Filippo - Franco Zeffirelli

 

 

Eduardo e Zeffirelli a colloquio: UN GRIDO D'ALLARME PER IL TEATRO LIBERO (Parte III)

SIPARIO - ll quarto argomento che avevamo preparato sul quale volevamo la vostra opinione, anche brevemente, era quello della critica. La critica drammatica è stata spesso indicata, soprattutto negli ultimi tempi, come uno dei punti più dolenti del nostro teatro. Ci si è riferiti in particolare alla decrepitezza sia del linguaggio che dei metodi, alla sua incapacità a porre il teatro in relazione con le altre manifestazioni artistiche e a quella, non meno grave, di incomprensione verso i fenomeni nuovi - annorché pochi - che sono nati in questi anni. Vorrei sapere se condividete queste critiche e, comunque, qual'è la vostra opinione sull'argomento.

ZEFFIRELLI - A me, avendo lavorato in lnghilterra, in Francia, in America, nonché in ltalia, della critica non me ne importa proprio niente. Sono affari loro: se scrivono bene, se scrivono male. ln ltalia mi pare che i critici non abbiano nessuna funzione di orientamento del pubblico. L'hanno persa attraverso trent'anni di linguaggio assurdo, per cui il pubblico non capisce mai quello che voglion dire, poi viene avviato a vedere uno spettacolo e si trova con un'opinione completamente diversa da quella che il critico ha espresso. Quindi c'è una rivolta contro la critica proprio nell'opinione pubblica. Sono rimasti come i politici, in realtà, che parlano, parlano, parlano e la gente non li segue, non sa neanche di cosa stanno parlando. ln lnghilterra i critici sono molto più bizzarri; sono molto letti, però il pubblico inglese prende poi le sue decisioni. Cioè ci sono stati degli spettacoli stroncatissimi che poi il pubblico è andato a vedere: se era d'accordo col critico decideva di non andare più a vederli e seminava in giro, nel suo giro di amici, di conoscenti, la propria opinione. Ouella che conta in lnghilterra soprattutto è la presse parlée: I'opinione del cittadino. E mi sembra che questo è successo recentemente anche in Italia: perché noi abbiamo visto spettacoli osannati dalla critica che hanno fatto dei fiaschi spaventosi e viceversa. ln America invece è pauroso il condizionamento della critica; perché gli americani come in tutte Ie loro manifestazioni non hanno il coraggio di esprimere un giudizio da soli. Hanno bisogno sempre di un papà che li orienti, per cui non tanto I'opinione scritta di un critico - non sanno neanche chi è Kaufmann o Taubman o Kerr - quanto il fatto che il New York Times, che per loro è il dio in terra, esprima un certo giudizio per loro è sufficiente a condizionarlo ciecamente. Anche in Francia c'è un fenomeno abbastanza analogo, il critico del Figaro, che ha un potere enorme; ma questo vale per la gente della banlieue. Oui si parla di un teatro che dipende molto dalla banlieue, come anche in America: i successi e i fiaschi a New York li fanno quelli che vengono da fuori. Per quello gli spettacoli durano tre, quattr'anni quando vanno bene; perché tutta la provincia intorno, il New Jersey, il New England, viene a Broadway a vedere gli spettacoli. E in Francia lo stesso: il grosso pubblico del secondo, terzo cerchio, è quello che fa i grandi successi. La critica non ha molto potere sul parigino, che va e giudica di persona; però una critica avversa può determinare il crollo di uno spettacolo dopo cinque o sei mesi di vita. L'ltalia e l'lnghilterra mi pare che siano analoghe come situazione, ma per motivi diversi perché in ltalia la critica secondo me non si merita che il pubblico la legga dato che non è mai orientativa, non usa un linguaggio comprensibile; in Inghilterra perché fa parte della costituzione fondamentale degli inglesi un ragionamento tipo: "Si, si, benissimo, anche questo intelligentissimo, dio in terra mi dice cosi; però io voglio verificarlo di persona". EDUARDO - In Italia io penso che la critica funziona nei confronti di un ristretto pubblico, perché un vero teatro popolare non c'è. ll teatro popolare, nel senso buono della parola, lo uso io. E nei miei confronti Ia critica non ha funzionato. Dicessero bene o dicessero male, io ho sempre avuto il teatro pieno. Praticamente il teatro in ltalia si svolge a Roma all'Eliseo, per un ristretto pubblico; possiamo contare su ventimila spettatori. Le pare che Roma possa fornire ventimila spettatori solamente? Esiste tutta una città, esiste tutta una popolazione a Roma di tre milioni e più di abitanti. Dove sta quest'altro pubblico, sul quale la critica potrebbe funzionare? È un fatto snobistico: e forse nei confronti di quel pubblico la critica può funzionare. ZEFFIRELLI - lo devo dire una cosa, dò un'arma ai critici: che la sola cosa che influenza il pubblico nella critica è il titolo. Perché quando legge un pezzo il pubblico non capisce niente, non solo, ma è preso da una forma di dispetto giustificato contro questo signore che ha espresso un giudizio cosi professonale, cosi accademico, cosi verboso, che non ha nulla a che vedere né col teatro, né con la orientazione del pubblico. ll titolo invece dev'essere necessariamente economico, al massimo di dieci parole, tuttalpiu con un sottotitolo che ha un certo potere orientativo: "Grosso fiasco all'Eliseo della Compagnia..." "Orrende le scene, magnifici (o terribili) i costumi" "Spaventosi gli attori"; quello può avere un certo potere. Perché li per forza devono usare un linguaggio che parla chiaro. Cosi d'ora in poi i critici saranno là in combutta a sorvegliare i titoli.
 
SIPARIO - E ora dovremmo cercare di trarre delle conclusioni: si è molto parlato della precarietà delle leggi e di un costume che minaccia di uccidere il teatro. Ma vi è anche una situazione di apparente floridezza, di boom, di nuove compagnie; il ministero squaderna statistiche incoraggianti. Quali prospettive dovremmo ricavarne per il futuro?
 
ZEFFIRELLI - ll pubblico torna a teatro perché l'ha riscoperto come mezzo di trattenimento. ll boom è stato, secondo me, una congiunta reazione alla televisione. E ha agito anche I'elevazione del livello culturale del pubblico, perché andare a teatro è sempre un fenomeno di cultura; il pubblico ama andare a teatro perché ama vedere gli spettacoli. Ma questo l'abbiamo fatto noi: chi fa il teatro sul serio serve il pubblico. Se però la situazione resta quella che è, il teatro si avvia a un sicuro disastro e suicidio, alla distruzione completa.
 
SIPARIO - Nonostante questi elementi positivi che abbiamo visto in questi ultimi tempi?
 
ZEFFIRELLI - Certo, certo. Assolutamente. Perché a un certo momento verrà frustrato il pubblico nel suo ritorno a teatro e non tornerà più. EDUARDO - lo stesso e tanti altri come me non avranno la possibilità di fare compagnia libera; di non sottoporre un programma a una commissione, alla direzione generale del teatro, per cui avremo le mani legate e dovremo inserirci; perché quando un foglio paga arriva a 350 - 500.000 lire con le ritenute, Ie trattenute, ecc., il privato non può fare compagnia. Tanto è vero che io quest'anno non faccio compagnia perché non mi interessa. ZEFFIRELLI - lo quest'anno faccio una compagnia con tutti testi stranieri. Ho cercato disperatamente un testo italiano; non mi è riuscito di trovarlo; avrei potuto benissimo rimediarne uno; ne avevo diversi, ma mi ripugna di sottostare a questa regola, a questo ricatto. Mi sembra di far torto ai pochi italiani che scrivono bene per il teatro e di trattarli come merci di contrabbando. ll giorno che un autore italiano mi offre un testo - anzi c'è un autore che lo sta scrivendo e spero veramente di farlo I'anno prossimo - lo rappresenterò con entusiasmo, con veramente sincero entusiasmo, ma finché non ho un'occasione viva da presentare al mio pubblico, che da me si aspetta uno spettacolo che abbia sempre interesse, io non glielo dò, non investo né capitali, né fatica, né talento, né chiedo ai miei attori di recitare una cosa di cui non son convinto. Quest'anno appunto ho fatto un programma di tre spettacoli stranieri. E non godo di nessun beneficio; anzi la mia attività sarà un disastro economico. Ma lo faccio lo stesso. Potrei fare benissimo teatro all'estero in condizioni infinitamente più favorevoli: ho deciso di farlo in Italia per motivi morali miei, perché non voglio mancare all'appuntamento col pubblico italiano, col pubblico del mio paese, dato che sono italiano e non voglio fare I'italiano d'esportazione, a costo di rimetterci i soldi che guadagno fuori. Però io il teatro lo faccio solamente per servire il mio pubblico. Se c'è un testo italiano che serva al mio pubblico lo faccio subito, ma se non riesco a trovarlo non lo faccio, perché farei un torto al pubblico, agli attori, alla mia coscienza.
 
SIPARIO - Sicché dalle decisioni di questo genere a quella di Eduardo di non fare addirittura compagnia, mi pare che la conclusione di questo colloquio sia nel più nero pessimismo.
 
ZEFFIRELLI - No, c'è una riforma molto semplice, talmente semplice che ci si sbalordisce che non sia stata attuata. Ed è I'abolizione dell'interferenza statale che comincia con la tassazione. La tassazione introduce nell'attività teatrale un elemento di controllo e di sfruttamento da parte dello Stato le cui conseguenze sono incalcolabili; è veramente la morte del teatro libero.
 
SIPARIO - E per lei, Eduardo?
 
EDUARDO - lo l'ho già detto. È la stessa cosa. Volevo dire soltanto a Franco che questa sua decisione di fare la compagnia I'anno prossimo con tutto un repertorio straniero è un fatto morale suo, encomiabile, ma resta un caso isolato, che potrà avere un enorme successo - anzi io te lo auguro senz'altro. Ma non potrà determinare, a mio avviso, il capovolgimento di questa situazione, e un miglioramento in quello che avviene oggi e che potrà avvenire se questa legge sarà varata e approvata. Che cosa possiamo fare noi per decidere il governo ad addivenire a quello che abbiamo detto fino adesso, cioè a lasciare libero il teatro, con i teatri stabili che funzionano per conto loro, creando questo distacco assoluto, fra il teatro che noi abbiamo fatto fino a oggi e il teatro che loro vogliono fare, controllato come vogliono loro, che non ci interessa? Che cosa proponiamo? ZEFFIRELLI - lo proporrei, se siamo d'accordo, di creare un - non direi comitato perché qui le parole sono ormai sospette - un'associazione, come vogliamo chiamarla, di gente che fa il teatro contando soltanto sulle proprie forze, sulla propria capacità e sul proprio talento. Cioè quella che è stata la linfa del teatro sempre. E mi pare che posta la questione in questi termini, credo che l'80% dei teatranti italiani dovrebbe aderire, per chiedere al governo soltanto di abolire Ia tassazione e di precisare che I'attività dei teatri stabili è un'attività eccezionale: cioè il teatro non è quello fatto a quel livello li, ma a livello nostro; quindi tutti gli aiuti e sovvenzioni e facilitazioni dovrebbero essere fatti al teatro libero, non al teatro politicizzato. Purtroppo in ltalia adesso c'è una precipitazione politica per cui tutta I'attività dev'essere in qualche modo politicizzata. Ora questa tendenza va stroncata e limitata comunque ai teatri stabili, per quanto anche li è una vergogna che avvenga; infatti i risultati artistici poi li vediamo. ll grande equivoco dei teatri stabili è il Piccolo Teatro di Milano: perché Ia forza del piccolo Teatro di Milano è il genio di Strehler, è il talento organizzativo di Grassi, nient'altro, non è I'istituzione. Guardate il Teatro Stabile di Roma: è un disastro. perché non c'è Strehler. ll Piccolo è il teatro privato di Strehler e di Grassi: una rondine che non fa assolutamente primavera. E il Teatro di Genova è il teatro di Squarzina che è un regista qualificatissimo, di prim'ordine. E basta. Ma il principio è errato. Ouesti due complessi hanno creato un equivoco nazionale. EDUARDO - SI, perché in fondo - per praticizzare quello che tu hai detto - lo Stato sottrae le intelligenzee le assorbe a questo settore dei teatri stabili. E anche loro si sentono limitati. Quindi io spero che se noi creiamo questa associazione e la mettiamo insieme probabilmente possiamo distinguere in due settori le due branche del teatro. Allora solamente si possono avere dei frutti, mentre un caso isolato non può avere dei frutti, può avere un senso di rivolta, di ribellione encomiabile, ma non può essere determinante; dall'altro canto poi tu ti troverai sempre di fronte Strehler, ti troverai sempre di fronte Squarzina, ti troverai sempre di fronte altri registi di nome, quotati, che vanno al Piccolo Teatro. ZEFFIRELLI - Ma non ce ne sono tanti. lnfatti il Piccolo Teatro di Milano quando manca lo spettacolo di Strehler piomba nel Medio Evo, nel manierismo, proprio in uno stile di ricalco di quello che fa Strehler, che non è lo stile del Piccolo Teatro, è lo stile di Strehler, è il discorso di Strehler che gli epigoni imitano; e hanno creato una scuola che viene fraintesa, con la scuola del Piccolo Teatro. EDUARDO - Allora io alla proposta tua, ne faccio seguire un'altra. Ouesta associazione deve basare le sue forze su un fatto concreto e a lunga scadenza, non a breve scadenza. Siamo sempre alla semina e al raccolto dei frutti che deve venire a lunga scadenza. Dobbiamo andarci a gradi, però dobbiamo ottenere questo. ZEFFIRELLI - lnsomma a questo punto tutti parlano a nome del teatro, tutti i grandi professoroni stanno parlando a nome del teatro, e nessuno di noi parla. E noi chi siamo, i figli della serva? Siamo noi che facciamo il teatro, noi abbiamo fatto il boom teatrale, noi abbiamo riportato il pubblico a teatro, noi abbiamo presentato dei testi internazionali; I'ha fatto l'iniziativa privata, malgrado sia vessata, e messa nelle peggiori condizioni possibili. Non I'hanno mica fatto i Piccoli Teatri. Strehler ci ha ripresentato il signor Brecht, di cui ne abbiamo fin sopra i capelli ormai - ha fatto cento e più spettacoli, in passato, ma prima che nascesse il boom del teatro stabile, una politica creativa interessantissima. Ma ora perché non dobbiamo parlare noi? Parlano tutti e non dobbiamo parlare noi. ll pubblico conosce noi, non conosce mica il signor Grassi o il signor Chiesa, conosce Eduardo, conosce Albertazzi, conosce Valli, conosce Stoppa, conosce me, conosce Visconti, conosce noi. Noi per il pubblico siamo il teatro. Bisogna ridimensionare il problema secondo me. Perché io credo che questi qui a furia di discutere tra loro, tra commissioni, incontri, contatti, credano di essere loro il teatro. Non si rendono conto della forza immensa che abbiamo noi, appena appena la canalizziamo; non c'è mica bisogno di far molto, non c'è bisogno di andare coi cartelli, semplicemente far sapere alla pubblica opinione che quelli che fanno il teatro siamo noi, e che quegli altri non sono il teatro, ma dei burocrati che cercano di canalizzare il loro teatro per fini politici o personali. Cose che al pubblico non interessano, non riguardano il pubblico. Siamo una forza immensa che ha bisogno soltanto di mettersi un momentino insieme.
 
SIPARIO - E lei Eduardo, per finire questa conversazione, è d'accordo con Zeffirelli?
 
EDUARDO - Si, si, d'accordissimo. Di creare questa associazione con la speranza che non l'80 ma anche il 50% degli attori e delle forze teatrali vi aderiscano, e che si spieghino, che parlino, che possano esprimersi in termini chiari per costruire non per demolire, per dividere in due settori precisi questa attività. ZEFFIRELLI - Noi difendiamo la costituzione, loro fanno degli atti anticostituzionali. Hanno fatto una legge, hanno formulato una legge senza consultare noi. E noi chi siamo? Ci hanno consultato noi nel formulare la legge? Chi sono quelli della nostra professione che hanno consultato? Gente che hanno condizionato loro. Non è una ribellione: è semplicemente precisare a chi è preposto. EDUARDO - Anzi, da questa conversazione risulta che noi non abbiamo niente contro di loro e invece difendiamo quello che loro hanno contro di noi. ZEFFIRELLI - E poi se vogliono far guerra, la facciano pure. Facciamo le barricate. Io sono dispostissimo a farlo.
EDUARDO DE FILIPPO - FRANCO ZEFFIRELLI

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