1966 Intervista a Diana Torrieri al suo ritorno nel teatro regolare

Da SIPARIO N. 239 Marzo 1966:

  • Intervista a Diana Torrieri al suo ritorno nel teatro regolare
  • Autore: Redazionale

 

 

Intervista con Diana Torrieri al suo ritorno nel teatro reolare

Otto anni e una voce

Accettando un ruolo in Pietà di novembre di Franco Brusati, accanto a Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer e Sergio Tofano, lei ha acconsentito a rientrare nel teatro italiano dopo anni di lontananza dalle scene ufficiali del nostro paese e in una parte di fianco. Ci vuol spiegare questa sua decisione e le sue impressioni nel reinserirsi nei ranghi "regolari" dopo tanti anni?

Sono passati esattamente otto anni, otto anni in cui ho fatto di tutto in ogni parte del mondo, sempre sola, sempre alle prese soltanto con il mio personaggio e masse di spettatori ogni volta nuove; otto anni in cui ho dato 622 spettacoli, come unica interprete, regista, organizzatrice, scenografa, direttrice di scena. Dopo essere stata abituata a chilometri di parole con le compagnie mie, in guesto lungo tour de force a una voce sola, avevo dimenticato la coesistenza. Ed eccomi quindi a voler riprovare ricominciando da capo in una parte che mi consente soltanto delle apparizioni e una cinquantina di battute, non di più. Può capitare, anzi capita a una donna istintiva come me, spinta soltanto da passioni, mai da ambizioni, di avere ogni sette-otto anni la necessità di riscoprire tutto senza adagiarsi in nessuna delle forme note. Il mio è un atteggiamento di disponibilità assoluta: mi piace ricominciare da capo con gli stessi timori e pudori, come una che entra in una compagnia per la prima volta; un fenomeno curioso che può anche essere assai pericoloso.
Cosa ci può dire di questa sua nuova prova?
Pietà di novernbre è un testo apparentemente semplice con moltissime insidie. Il mio personaggio è singolare: un grosso scheletro con pochissima carne attaccata; un personaggio fatto di niente, che appare e scompare, ma con un'importanza determinante nel dramma, perché esisteva "prima" e esiste continuamente "durante". Greta infatti è proiettata completamente nel figlio Luca, il personaggio di Albertazzi: la sua influenza è determinante di tutte le azioni giuste e sbagliate che poi compie il ragazzo immerso in una società che lo spinge ad avvalorare i fatti negativi; lei se ne è creata una sua emanazione, insegnandogli, come in un gioco, a inventarsi una realtà meravigliosa. Direi che il ruolo, definito com'è attraverso gli accenni e vivendo praticamente di vita riflessa, è affascinante. E pericolosissimo.
Quali motivi avevano dato inizio al ciclo precedente, solitario e girovago, della sua carriera?
La causa immediata fu I'enorme successo della mia Fedra al S. Erasmo nel 1957; mi ero trovata alle prese con un personaggio troppo più grande di me, con I'assoluto della poesia. Sentii il bisogno di sapere cosa c'era dietro quel successo, di conquistarmelo veramente con piena coscienza. Mi proposi quindi di ricominciare da sola, rinunciando a tutte le comodità della routine e della fama. "Vediamo se so guadagnarmi da vivere da sola - mi dissi - lavorando come attrice in un paese straniero dove nessuno mi conosce." Iniziai dapprima con una tournée di sei mesi di un mio recital: il risultato fu tale che fui chiamata dal Ministero e mi sentii proporre di divenire con quel mio spettacolo una specie di ambasciatrice della culrura italiana nel mondo. E cosi per otto anni dentro e fuori Europa: prima in Sudamerica, in un giro d'assaggio di tre mesi, poi negli Stati Uniti e nel Nordamerica, dove nel corso di guesti anni sono tornata undici volte, di nuovo nell'America Latina, e nell'Africa che ho percorsa tutta. Dovunque con la stessa entusiastica reazione, con le identiche acclamazioni di un pubblico che orima non aveva mai sentito parlare di me, ma che sempre, dalla Polonia al Messico, da Sanla Fé a Accra, cercava solo un tramite di questa Italia che tutti chiedono di amare. Sempre gratis, con quello che dava il Ministero, rimettendoci del mio, senza mai far pagare il biglietto, dato che era la cultura italiana che si voleva propagandare e I'interesse era di incontrare il maggior numero di persone di tutti gli ambienti. Per me il teatro è sempre stato lotta e fatica e per questo l'idea di dissodare terreni lontani mi sorrideva. L'emozione ricompensava comunque ii sacrificio di dover preparare ogni sera le scene da zero, a cominciare dalle luci e poi entrare in una specie di trance necessaria a inchiodare lo spettatore soltanto a me in una muscolatura di tensione che frantumata dà l'impressione di disperdersi.
Qual'era il repertorio di queste sue tournée?
Vastissimo. Basti dire, Per esempio, che nella tournée in cui affrontai 47 Università americane sapevo 18 ore di parole a memoria. Il repertorio era diviso in diverse sezioni, quella eminentemente culrurale comprendeva cinquanta testi di scrittori italiani e stranieri di tutti i tempi da Rinaldo d'Aquino a D'Annunzio, da Leopardi a Ungaretti, a Montale a Rilke a Dino Campana, oltre a Saffo, Catullo, Lorca e la Dickinson in lingua originale; poi brani di tragedie, testi di poeti dialettali, letture di Dante, Tasso, Manzoni. La sezione degli atti unici a una voce comprendeva i monologhi della mia prima tournée, di Carlo Terron, Massimo Binazzi, Sergio Velitti, altri lavori che poi commissionai agli stessi autori, a Salvato Cappelli e a Sergio Miniussi. Quest'ultimo mi fece interpretare i personaggi di tre grandi scrittrici, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e Emily Brontè. Cosi nella stessa sera avevo modo di passare dalla dolce e classica personificazione della Dickinson al romanesco spezzato e duro della Marialaò di mio figlio, Sergio Velitti, che divenne uno dei successi più grandi e a me più cari.
C'è qualche episodio di queste sue peregrinazioni che ricorda con particolare piacere?
È stata un'esperienza troppo più grande di me, che in fondo c'entravo così poco. Ho girato il mondo a contatto con personalità altissime a Boston, a sentirmi c'erano quattro Premi Nobel; nelle Università americane ero dovunque accolta da uomini di cultura di primissima importanza. Ma poi ricordo centinaia di episodi curiosi e piacevoli: dalle recite in Africa sulle dighe in costruzione a quelle in California su un sottomarino calato nell'Oceano Pacifico emi ricordo di Broadway dove fui costratta a rectare su un tavolo perché non c'era la pedana, di Hollywood dove 800 persone erano stipate in una sala che ne conteneva 400, di S. Francisco dove un gruppo di giovani attori mi chiese di trattenermi 25 giorni per dirigere una rappresentazione di Romanticismo, di Buenos Aires dove recitavo sei ore di seguito a orario continuato come al cinema...
Che cosa l'ha spinta a rientrare nel circuito più ristretto e ordinario del teatro nazionale dopo tante soddisfazioni?
A dir la verità avevo già in cantiere, lo scorso anno, una lunga tournée che dalla Russia mi doveva portare fino a Tokyo; ma mi trovai travolta da un esaurimento nervoso, dovetti subire la mia quattordicesima operazione, persi completamente la vista da un occhio. Non bastasse sono subentrate varie spiacevoli difficoltà di ordine burocratico-ministeriale. In otto anni mi sono trovata tra l'altro ad anticipare molti e molti soldi al Ministero; mentre avreipotuto arricchirmi lavorando in Italia, ho finito col rimetterci del mio, ho bruciato tutto quello che avevo e ora avanzo dallo stato una somma di ben 14 milioni. In queste condizioni ho dovuto rimandare il mio impegno. Avevo anche in progetto di percorrere con i miei recital l'Italia, quella minore, i paesi dove nonn esistono più i teatri: ma viviamo in un curioso e incivile paese in cui certe cose no sono possibili. Dal Sudamerica ancora mi scrivono chiedendomi di ritornare. In Italia oggi il teatro va bene; ne sono convinta, ma allo stesso tempo ho un etremo timore di reinserirmi in un mondo normale; non ho più le unghie per lottare, ma ho ancora tanto amore dentro di me, e finché la salute mi basta, mi sembrerebbe un vero tradimento non adoperare questa poca forza che mi rimane.
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