1966 Leonardo Sciascia – Presentazione della commedia “I mafiosi”

Dal Programma di sala I MAFIOSI 1966:

  • Presetazione della commedia "I mafiosi"
    Autore: Leonardo Sciascia

 

 

I MAFIOSI di Giuseppe Rizzotto

libero adattamento in 2 tempi e 4 quadri di Leonardo Sciascia

Presentazione

L'edizione del 1885, stampata a Roma da Perino, ha come titolo "I mafiusi", autore Giuseppe Rizzotto. Ma nella prima redazione in due atti pare si intitolasse "I mafiusi di Ia Vicaria" e vi apparisse come coautore un Gaspare Mosca di cui si sa ben poco. Come commedia di Rizzotto e Mosca Ia presenta, integralmente nei suoi quattro atti, Achille Mango nella vasta antologia del teatro siciliano pubblicata a Palermo nel 1961; mentre in appendice al libro "Cent'anni di mafia", Giuseppe Guido Loschiavo riporta una redazione in tre atti, testo in dialetto e versione italiana a fronte. Manca, nella commedia pubblicata da Loschiavo, il primo atto dell'edizione Perino; e dal punto di vista drammatico, il lavoro regge meglio togliendo anche il quarto, il nucleo vivo restando in quei due atti che si svolgono nel carcere, cioè nel secondo e terzo. Ma così come la commedia si presenta nell'edizione licenziata dal suo autore, cioè nei quattro atti dell'edizione Perino, c'è non sappiamo se una incongruenza o un mistero: ed è quel personaggio denominato l'lncognito. Ma conviene prima dire che la commedia si svolge, presumibilmente, tra lo spirare del Regno borbonico e i primi fasti della unificazione, e ne sono protagonisti mafiosi di mezza tacca, camorristi più precisamente: campioni di una guapperia rionale prepotente e rissosa, che niente hanno a che fare con quella grande mafia che già allora cominciava a manifestarsi nelle plaghe del latifondo e di cui il procuratore generale Pietro Ulloa tentava una definizione ("Vi ha in molti paesi delle "fratellanze", specie di sètte che diconsi "partiti", senza riunione, senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, Ià un arciprete... ll popolo è venuto a convenzione coi rei. Come accadono furti, escono dei mediatori ad offrire transazioni pel recuperamento degli oggetti rubati. Molti alti magistrati coprono queste "fratellanze" di un'egida impenetrabile...": relazione al ministro della Giustizia, 3 agosto 1838). ll primo atto si apre infatti su una piazzetta del quartiere dell'Albergheria, e offre l'antefatto, le ragioni dì pettegolo qui pro quo per cui Gioacchino Funciazza, ciabattino, va a finire nel carcere della Vicaria, dove nel secondo e terzo atto lo troviamo a spadroneggiare. Nel quarto atto assistiamo alla redenzione di Gioacchino, al suo rifiuto di partecipare a un buon colpo che i compagni gli propongono e alla sua finale professione di fede nell'onesto lavoro. "Perchè il lavoro", dice, "è l'unico mezzo che può rendere felice e contento l'individuo, la famiglia e formare la grandezza d'una intiera nazione". A questa redenzione Gioacchino arriva grazie all'aiuto dell'lncognito incontrato alla Vicaria. E togliendo via il primo atto, Ia storia fila perfettamente (anche se ingenuamente): un politico, indubbiamente nobile, viene a capitare alla Vicaria tra delinquenti comuni; riceve da questi, e più dal loro capo, che è Gioacchino, espressioni di rispetto, di devozione (il che sempre si è verificato nelle carceri da parte dei comuni verso i politici); una volta fuori, e in un mutato clima politico, si adopera ad inserire nella società un uomo come Gioacchino, non privo di buoni sentimenti, di viva umanita, sotto il suo prepotente e violento comportamento. Ma il fatto è che l'lncognito già nel primo atto era andato a cercare Gioacchlno: e qui sta l'incongruenza o il mistero. Lo si vede infatti, nel primo atto, cercare, intabarrato, I'abitazione del ciabattino camorrista. E tra sè dice: "Egli non mi conosce, quindi mi sarà facile con arte studiarlo, prima d'affidarmi alla sua discrezione". Evidentemente, non lo cerca per redimerlo ma per dargli una qualche commissione: e si può congetturare che Rizzotto avesse intuito un rapporto tra il politico e il mafioso al di là della edificante redenzione finale e che lo avesse poi lasciato cadere: o perchè superiore alle sue intenzioni e alle sue lorze o semplicemente perchè superiore alla sua vocazione al quieto vivere. Per cui questo personaggio resta sospeso, aperto a possibilità che avrebbero potuto rendere la commedia ben diversamente significante; inquietante in un certo senso. E dà Ia curiosa impressione di essere stato messo lì come una "avance" ricattatoria: tre atti, e tu sei un politico che redime un mafioso; quattro atti, e sei un politico che ricorre al mafioso; se mi pare, posso anche dire per quale ragione, nel primo atto, sei entrato nel quartiere dell'Albergheria a cercare Gioacchino Funciazza. Considerato che per Rizzotto come per tutti i capocomici e i filodrammatici che da un secolo la rappresentano sulle scene siciliane (in dialetto o in Iingua; in due, in tre o in quattro atti), quésta commedia è stata soltanto un canovaccio, ho creduto di poterci mettere mano anch'io, accettando Ia proposta del Piccolo Teatro di Milano: sotto la suggestione del personaggio dell'lncognito e nel ricordo, lontano ma tuttora vivido, di una rappresentazione fatta dai filodrammatici del mio paese, che allora mi impressionò moltissimo. E ho voluto salvare lo spirito e il tono popolaresco del lavoro, e I'andamento delle scene del carcere (ma, per così dire, rifacendone la "dicitura": e con più verità, spero, di quanta se ne trovi nell'originale) ; però con libertà ne ho rovesciato la morale, tenendo presente la realtà storica, e di cronaca in atto, della mafia. ln verità, tra il Regno dei Borboni e quello dei Savoia i Gioacchino Funciazza passarono dalla piccola alla grande mafia, ebbero la loro rivoluzione. Associandosi alla macchina elettorale consumarono una specie di metamorfosi borghese: inserendosi nella disgregazione della grande proprietà fondiaria, nell'alienazione dei beni ecclesiastici, nello sfruttamento del proletariato contadino e urbano, nella intermediazione parassitaria tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato. E non c'è bisogno di rimandare alle pagine di Colaianni e di Franchetti: il fenomeno è ancora sotto i nostri occhi, e gli lncogniti, con precauzioni e schermi nei momenti di pericolo, con sfacciata apologia nei periodi sicuri, si sono serviti della mafia e I'hanno servita per circa un secolo, fino ad oggi.

LEONARDO SCIASCIA

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