1966 Luciano Codignola – Eduardo e la famiglia all’italiana

Da SIPARIO Num. 238 - Febbraio 1966:

  • Eduardo e la famiglia all'italiana
    Autore: Luciano Codignola

 

 

GLI SPETTACOLI IN ITALIA - EDUARDO E LA FAMIGLIA ALL'ITALIANA

Non so fino a che punto il pubblico romano si sia reso conto del valore del nuovo spettacolo di Eduardo De Filippo, il quale ha presentato al Quirino due atti unici, Dolore sotto chiave e ll cilindro, sotto il titolo comune di Due giomì dispari. ll primo per la verità è solo relativamente nuovo, essendo stato proposto la scorsa stagione al pubblico napoletano. Il secondo invece è nuovissimo. Nel primo, interpretato magnificamente da Franco Parenti (Eduardo si è riservato una particina di fianco, che rende gustosissima pur non uscendo mai dal ruolo), si tratta di un pover'uomo la cui moglie è morta all'improvviso da circa un anno; ma lui crede che sia ancora in vita, grazie alle pietose bugie di sua sorella. Le circostanze fittizie inventate da costei (a fin di bene naturalmente, a fin di bene!) gli hanno impedito di vedere la moglie, di sperare che guarisca, di sperare che muoia, di rifarsi un'esistenza, insomma di vivere: lo hanno congelato in un'angoscia senza tempo. Quando finalmente il vedovo che non sa di esser vedovo esplode in un atto estremo che dovrebbe liberarlo dell'ombra che lo soffoca, la verità emerge; ed egli si rende conto del tiro atroce che gli ha giocato la sorella. Fra l'altro iI poveretto aveva incontrato una donna, nel frattempo, dalla quale ora aspetta un figlio; e l'avrebbe anche potuta sposare, se le cose fossero andate diversamente. Il senso di questo atto unico consiste, a mio parere, in una discussione sulla comunicazione possibile all'interno della famiglia italiana. La famiglia all'italiana è il gran tema del teatro di Eduardo. Già in altre commedie, come nel Sindaco del rione Sanità, Eduardo aveva mosirato la forza enorme dell'istituto familiare all'interno del nostro costume e delle nostre strutture sociali, e aveva fatto vedere come la famiglia resti tuttora per moltissimi, in Italia, il solo istituto valido, anzi un istituto che tende a escludere tutti gli altri. Nel Sindaco del rione Sanità,Eduardo mostrava, paradossalmente, come la forza della famiglia riuscisse a prevalere anche contro l'unico istituto relativamente pubblico, anche se clandestino, cioè la camorra - e in questo senso il Sindaco era un'opera pessimistica: piuttosto che la famiglia col suo soffocante potere di mortificazione è quasi meglio la camorra, sembrava dire Eduardo. Il discorso viene portato avanti, più o meno lucidamente, con questo Dolore sotto chìave, che ci mostra al solito modo amaro e paradossale di De Filippo qual razza di comunicazioni siano quelle tipiche della nostra famiglia. Sono comunicazioni quasi esclusivamente emozionali e gestuali, o tutt'al più convenzionali. il protagonista di questo atto unico infatti aveva detto alla sorella che se gli fosse morta la moglie si sarebbe ucciso. La sorella I'ha preso in parola e gli ha nascosto la morte della moglie: per salvarlo dal suicidio, dice lei; per rovinarlo del tutto, dice lui. E il vedovo, all'improvviso (e questa è una novità rispetto alle altre commedie di Eduardo) si rende conto di quanto sia convenzionale il linguaggio familiare, e quale tenue rapporto abbia ormai con i veri contenuti, con gli autentici sentimenti e affetti. Quindi, andando a cercare la donna che ama, si lascia andare a dire, ma solo per abitudine, che se non la trova si ucciderà, però subito dopo corregge: ma non mi prendete in parola. La novità, insomma, sta in una certa modificazione nel punto di vista da cui Eduardo considera il linguaggio delle famiglie. In precedenza la sua critica era radicale anzi metafisica e dava origine a personaggi come Zi' Nicola, che ha rinunciato a parlare e si esprime accendendo fuochi artificiali. Oggi, il vedovo di Dolore sotto chiave parla, usa le parole di tutti i giorni e chiede che siano capite per quello che significano o che potrebbero significare, se solo si volesse porre iI problema della convivenza in famiglia, cioè anche della comunicazione. Con ll cilindro siamo su un altro piano, la novità è in una certa coralità delI'azione e in una ricerca più accentuata di una via di uscita dal naturalismo, che Eduardo cerca dal di dentro del naturalismo stesso, a mio parere correttamente: uscire dal naturalismo è infatti un punto d'arrivo, un traguardo, e non basta volerlo; come non basta voler fare dell'avanguardia per essere scrittori d'avanguardia. La storia è una storiella un po' atroce e un po' spassosa, e comunque attinta al repertorio di Eduardo. Si tratta di una giovine donna che per necessità esercita il mestiere di prostituta ma solo a mezzo, avendo trovato un modo grottesco di incassare il denaro senza concedere nulla, anzi mantenendosi onesta e fedele al marito, che è naturalmente un poveraccio. L'espediente è quello di Napoli milionaria, cioè il morto in casa, che sarebbe appunto il marito complice. Ed è una trovata che funziona perché nessun cliente osa sfidare il tabù della morte. Senonché arriva un rubizzo vedovo che del cadavere dichiara di non preoccuparsi; e, fiutato il trucco, offre una somma sempre maggiore di denari. lmbarazzo, disperazione, grida ecc., ma il vedovo non si dà per vinto. Qui è il momento più napoletano e forse più felice della commedia, quando il coro dei vicini morti di fame, attirati in folla dalla scena, esplode in un commosso entusiastico applauso alla vista del mezzo milione che il vedovo offre in contanti alla finta prostituta. Certo, i vicini del vicolo sono solidali con lei e col di lei marito: ma come si fa a non stare dalla parte di chi possiede tanto denaro? L'applauso ha un sapore di folle equidistanza fra le due parti, ha bruciato ogni considerazione umana e morale, è un applauso estetico: al bel gesto. Un modo insomma di negare la realtà.

 
Luciano Codignola
Nelle fotografie: 1) Gennaro Di Napoli, Gianna Giachetti, Regina Bianchi, Franco Parenti, Eduardo 2) Franco Parenti 3) Eduardo e Gennaro Di Napoli

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