1967 Pietro Pancrazi – Petrolini o l’idiota come umorista (1920)

Da SIPARIO Num. 260 - Dicembre 1967:

  • Un attore futurista: Ettore Petrolini o l'idiota come umorista
    Autore: Pietro Pancrazi

 

 

Un attore futurista: ETTORE PETROLINI O L'IDIOTA COME UMORISTA

(1920. Da Scrittori d'oggi, Giuseppe la Terza, Bari)

Petrolini, fino e lungo, si ripresenta da solo alla fine della serata, con un trotterello da scemo; si ferma sul proscenio, stende nell'aria le mani in fuori all'altezza delle spalle e, cosi fermo e impassibile come un pinguino, comincia a rovesciare la filastrocca delle idiozie su tutta una platea di facce che si divertono. C'è qualcuno, più tardi, che fa le boccucce: "ma questa non è arte, non è umorismo, è soltanto buffoneria". Un letterato di buon nome ha confessato però di recente di aver infilato in libreria il testo che raccoglie il fior fiore delle facezie petroliniane, tra un Ariosto e un testo che non si sa. Segni, anche questi, dei tempi (caro Baldini). Diceva Flaubert (salv'errore) che ogni artista di teatro oltre al valore teatrale, ha un significato letterario e sociale; e quanto a Petrolini, è certo che egli, tra futuristi ed umoristi, ha ormai il suo posto, non solo alla luce elettrica della ribalta, ma anche al solicello della patria letteratura. ll segreto di Petrolini, come tutti i grandi segreti, è stato assai semplice. Petrolini ha avuto il coraggio di essere idiota; apertamente, liberamente e allegramente idiota; più idiota che poteva. E c'era in realtà - e forse c'è ancora - tutta una letteratura che tende segretamente all'idiozia come a una suprema liberazione, senza tuttavia avere il coraggio delle ultime risoluzioni. Petrolini invece questo coraggio, l'ha avuto; e, per ciò, egli ha ora il diritto di figurare come un modello e un maestro tra quelli che forse credevano di nobilitarlo accogliendolo come compagno. È invece ancora lui che può insegnare agli altri.
Volendo alzare il tono, potremmo dire che Petrolini rappresenta un momento dell'umorismo; forse l'ultimo estremo momento. Nelle epoche costruttive, fattive, ricche di temi sociali da svolgere e di valori umani da difendere, l'umorismo, I'ironia, lo scherzo hanno anch'essi un valore morale che Ii sorregge e nobilita. Dio si serve anche in letizia, e magarl in maschera, e al suo trono salgono, ugualmente graditi, i salmi dei devoti, e i lazzi dei giullari; gli uni, anzi, possono servire agli altri; non per nulla alcuni mistici si dissero giullari di Dio. Nei momenti pieni e sereni della vita umana, ogni atto, per diversa via, concorre al significato e alla integrazione dell'epoca: cosl come in uno stesso dramma il clown e I'uomo toccato da Dio o dal fato concorrono ugualmente, anche se in misura diversa, al nodo e alla soluzione della tragedia. E non era solo per rallegrare lo spettatore coi lazzi del riso dopo Ie lacrime del dolore, ma era per'una più intima e sostanziale ragione, che nel vecchio teatro, al dramma seguiva fedelmente la farsa; e una coscienza giusta e misurata non avrebbe saputo allora immaginare l'uno diviso dall'altra. Tempi pieni. Ma, nella vita degli uomini, ci sono anche momenti in cui gli atti diversi perdono questa significazione ideale unitaria; e allora anche il riso, I'umorismo, l'ironia, Io scherzo, gradatamente si vuotano di contenuto e di scopo, e restan fine ed oggetto a se stessi. Non hanno più niente, né da correggere, né da modificare, né da dire. L'ironia, rimasta vuota, non ha allora altra risorsa che quella di piegarsi e rivolgersi su sé: e in questo sterile esercizio si fa più sottile, più rada, si consuma e divora, come il mistico serpe che prende a succhiarsi e ingoiarsi per la coda fino a sparire. Abbandonato a sé, lo scherzo diventa soltanto lazzo e buffoneria; e gli uomini, da una faccia all'altra, si rimandano all'infinito il riso della loro vuota allegria come nei riflessi di un tragico specchio. Chi fu affetto da questo male, poté uscirne accettandolo, esprimendolo con la sapiente leggerezza di un Laforgue, o portandolo alle estreme conseguenze, fino cioè a ritrovare I'ordine attraverso I'anarchia, e Dio attraverso il diavolo, come Chesterton, o scrollando appena le spalle; - Lasciatemi divertire! - è il programma di Palazzeschi. I mediocri, al sollto, soffrono questo male mediocremente e l'esprimono senza intuirlo. È impossibile spiegarsi il futurismo senza tener conto dell'idiozia umana, e dell'involontario umorismo che l'uomo, abbandonato a sé e sul punto di perdersi, esprime dalla sua propria idiozia. E nelle più consumate intelligenze moderne c'era da tempo la tendenza a considerare con serietà, e quasi con apprensione lirica o tragica, le cose e gli aspetti più poveri, o decaduti della vita: il balbettio di un pazzo, la nenia di un bimbo, i tre colori di un cartellone, quattro freghi osceni su un muro, più di una volta ci hanno turbato col dubbio di una superiore espressione di intelligenza. Dalla testa dell'idiota ci sembrò che dovesse scaturire la sorgente di un nuovo riso: ll riso bianco dello scemo. Cosi un po' alla volta imparammo a ridere delle cose sceme, col sottinteso e l'ammiccamento di un'intelligenza più raffinata.
E allora battiamo pure le mani al poeta e interprete Petrolini. Egli ha tutta I'aria di avere una esatta coscienza critica della sua posizione: tutte le più vecchie e scadute risorse buffonesche di un comico, che gli venivano dalla stessa tradizlone dell'arte sua, le ha sapute riprendere e rinnovare, stilizzandole in un senso di completa cretineria. I tre o quattro numeri più veramente personali del suo programma fanno di lui un maestro e quasi un profeta; tutta la creazione dei salamini, le filastrocche dei s'io fossi, gli infiniti interrogativi dei t'ha piaciato? sono pagine del vangelo di una religione che era nell'aria. E l'interpretazione di Amleto e di altri eroi apre al senso umoristico del cretino orizzonti critici non previsti. Ma Petrolini, asciutto e brusco com'è, neppure mostra di badarci: si ripresenta ogni sera alla ribalta, stringe occhi e bocca, allunga in fuori la testa con un ermetismo di testuggine; e ricomincia la filastrocca. C'è tutto un teatro di facce che ride o sorride: solo qualche volta, nel sorriso di taluno passa come lo scontento di un dubbio, il disagio di un pericolo. Non è niente. Finito il numero, riaccesi i lumi, le facce si rischiarano. E chiamato dagli applausi, Petrolini si ripresenta: ora è lui che, guardando in giù, ride franco e ringrazia.

PIETRO PANCRAZI

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