1985 Gilles Deleuze – A proposito del “Manfred” di Carmelo Bene alla Scala

Dal Programma di sala OTELLO 1985:

          A proposito del "Manfred" alla Scala

          Autore: Gilles Deleuze

 

 

A PROPOSITO DEL "MANFRED" ALLA SCALA

La potenza di un artista è il rinnovamento. Carmelo Bene ne è la prova. Grazie a tutto ciò che ha fatto, può rompere con quanto ha fatto. Attualmente traccia per se stesso un nuovo cammino. E per noi tutti, costruisce un nuovo rapporto, attivo, con la musica. Anzitutto, ogni immagine comporta, in principio, elementi visivi ed elementi sonori. A lungo, "facendo" teatro o cinema, Carmelo Bene ha trattato contemporaneamente questi due elementi (colori delle scene, organizzazione visiva della regia, personaggi visti e al contempo uditi). Attualmente s'interessa sempre più all'elemento sonoro preso in se stesso. Egli ne fa una punta che trascina tutta l'immagine; l'immagine è passata interamente nel sonoro. Non è più questo o quel personaggio che parla, ma il suono stesso diventa personaggio, tale preciso elemento sonoro diventa personaggio. Carmelo Bene prosegue dunque il suo progetto d'essere "protagonista" od operatore più che attore, ma lo prosegue sotto nuove condizioni. Non è più la voce che si mette a bisbigliare, o a gridare, o a martellare, secondo che esprima questa o quell'emozione, ma il bisbiglio spesso diventa una voce, il grido diventa, una voce, mentre al cotempo le emozioni corrispondenti (affetti) diventano modi, modi vocali. E tutte queste voci e questi modi comunicano dall'interno. Da qui il ruolo rinnovato delle variazioni di velocirà, ed anche del play-back, che non è mai stato per Carmelo Bene un mezzo di comodità o di facilità, bensì uno strumento di creazione. In secondo luogo, si tratta non solo di estrarre il  sonoro dal visivo, ma di estrarre dalla voce parlante le potenze musicali di cui è capace, le quali non si confondono tuttavia col canto. In effetti, queste nuove potenze potranno accompagnare il canto, cospirare con esso, ma non formeranno né un canto e neppure uno Sprechgesang; è I'invenzione d'una voce modalizzata, o piuttosto filtrata. È un'invenzione forse altrettanto importante che lo stesso Sprechgesang ma essenzialmente distinta da esso. Si tratta al contempo di fissare, creare o modificare il colore di base di un suono (o di un insieme di suoni), e di farlo variare o evolvere nel tempo, di cambiarne la curva fisiologica. Carmelo Bene rinnova con questo lavoro tutte le sue ricerche sulle sottrazioni e addizioni vocali che lo mettono sempre più in rapporto colle potenze del sintetizzatore. Il Manfred di Carmelo Bene è dunque il primo risultato d'un grandissimo lavoro e di una nuova tappa nella creazione. In Manfred, questa voce, queste voci di Carmelo Bene si insinuano tra i cori cantati e la musica, e cospirano con essi, vi si aggiungono o se ne sottraggono. È falso dire che Carmelo Bene abbia reso più servizio a Byron che a Schumann. Non per caso, ma per amore Carmelo Bene ha scelto Schumann la cui musica dischiudeva tante nuove potenzialità per la voce e comportava una nuova strumentazione della voce. Non si sono sbagliati alla Scala di Milano. Tra il canto e la musica, Carmelo Bene inserisce il testo divenuto sonoro, lo fa coesistere con essi, reagire su di essi, in modo tale da farci sentire l'insieme per la prima volta e da ottenere una profonda alleanza dell'elemento musicale e cantato con l'elemento vocale inventato, creato, reso necessario. Davvero una straordinaria riuscita che inaugura le nuove ricerche di Carmelo  Bene.

GILLES DELEUZE (Traduzione dal francese di Jean-Paul Manganaro)

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