1991 Luigi Lunari – Cyrano: un capolavoro che mette tutti d’accordo

Dal Programma di sala CYRANO DE BERGERAC 1991:

  • Cyrano de Bergerac: un capolavoro che mette tutti d'accordo
    Autore: Luigi Lunari

 

 

Cyrano di Bergerac - Un capolavoro che mette tutti d'accordo.

Tra Ie notazioni singolari del clamoroso successo che il Cyrano colse al suo primo apparire vi è il fatto che esso trovò concordi il botteghino e la critica, il grande pubblico e gli intelletuali. Una unanimità sospetta, se vogliamo, poiché un vero capolavoro non può non contenere elementi di novità, di superiorità o di provocazione che necessariamente scatenano avversioni e ripulse: tuttavia varrà la pena ricordare che in quell'ultimo squarcio di secolo nel quale vide la luce il Cyrano, Ibsen scriveva John Gabriele Borkman (1896) e Quando noi morti ci destiamo (1899), Strindberg Verso Damasco (1898), G.B. Shaw ll discepolo del diavoo (1897), Schnitzler Girotondo (1897) e ll Pappagallo Verde (1899), Cechov ll gabbiano (1896) e Zio Vanja (1899), Hauptmann I tessitori (1892) e La pelliccia di castoro (1897), Wedekind Risveglio di primavera (1891) e Lo spirito della terra (1895), Verga La lupa (1895) e Ciacosa Come le foglie (1900); mentre su altri piani - tanto per completare il quadro - Sardou scriveva Madame Sans-Géne (1893) e Robespierre (1899), Alfred Jarry Ubu roi (1896), Maeterlinck Pelléas e Mélisande (1892), Feydeau Il tacchino (1895) e La signora di Chez-Maxim (1899), Oscar Wilde L'importanza di essere franco (1895) e D'Annunzio La città morta... Oltre, si capisce, tutti quelli che il sottoscritto si è dimenticato. ln questo impressionante panorama non vi è chi non veda la singolarità del Cyrano; paragonato al teatro a tesi del naturalismo, che aveva dominato la scena fin dai tempi di Dumas, esso dovette apparire - il paragone è di De Gourmont - come "un delizioso bicchiere di vino fresco e profumato dopo una lunga corsa nella polvere delle strade". Fu insomma una ventata di giovinezza e di felicità, che ridonava il piacere dell'andare a teatro e dell'uscirne divertiti ma non stupiditi, ricreati ma non proiettati in una vuota evasione, pensierosi ma non annoiati, raffinati ma con juicio, istruiti ma senza affaticamento di meningi, commossi ma senza sdilinquimenti sentimentalistici. Perché di questo soprattutto bisogna tener conto per capire Ia straordinaria fortuna del Cyrano: che nel suo carattere sostanzialmente e rigorosamente evasivo di storia d'amore e di cappa e spada, al riparo da ogni aggancio con la contemporaneità, esso rispondeva nel modo più perfetto ed esauriente a tutto ciò che Ia borghesia della Belle Epoque, e cioè del pubblico teatrale del tempo, chiedeva al teatro in quel preciso momento storico. Mettiamoci - a riprova - nei panni del bravo borghese di fine Ottocento, non stupido, di media cultura, amante del teatro, sensibile ai valori del vero e del bello, aperto al progresso ma non alle avventure, deciso comunque a difendere il proprio mondo non solo dagli orrori della Rivoluzione Francese ma anche da quelli della più recente Comune o dai minacciosi fantasmi del secolo che si avvicinava. ll Cyrano è senza dubbio una storia affascinante e assai ben raccontata, che sotto questo profilo non ha nulla da invidiare a Scribe, ma che non appare certo - come tante volte nel caso di Scribe - un racconto fine a se stesso. Il Cyrano è una vera commedia, con momenti di straordinario divertimento e un ritmo comico non inferiori a quelli di una pochade di Feydeau, ma al servizio di una vicenda e di un tema ben più nobili e pregnanti, o che comunque non lasciano in bocca quel sapore di fatuità che vi lasciano invece le avventure dell'alcova. ll Cyrano, indubbiamente, ha un suo edificante lieto fine, che manda a casa contento lo spettatore: un lieto fine non banale, venato di malinconia, che delude forse i valori terreni (non conduce al matrimonio tra Lui e Lei), ma li ricompensa ampiamente su un altro e più elevato piano; la verità dell'amore tra Cyrano e Rossana è pur sempre quella che alla fine trionfa; se giustizia non è fatta, essa è però conclamata; un po' tardi, ma arriva; consentendo dunque quelI'ottimismo così necessario su questa terra, soprattutto quando non si intende apportare troppi cambiamenti all'ordine che abbiamo creato. È vero che anche La dama delle camelie finisce in modo analogo con Ia implicita promessa di un amore unicamente ultraterreno; ma mentre Dumas intendeva sollevare fastidiose questioni in tema di vizi privati e di pubbliche virtù, e coinvolgere famiglia e società, Rostand non chiama in causa che la psicologia dei personaggi e invece che protesta e tragedia si respira qui un'aura di contemplazione e di malinconia. ll Cyrano -ancora- é scritto nel nobile linguaggio della poesia, come da sempre le opere di più austere ambizioni; ma non è la pesante versificazione di Tennyson, o il soporifero poetare di Racine, doverosamente sopportato sui banchi del liceo, e poi rivisitato di tanto in tanto alla Comédie Francaise come tassa da pagare alla cultura: è un verso spumeggiante, facile, che la rima - e in qualche occasione la ginnastica - trasformano in un gioco. ll Cyrano è un'opera storica, come il Robespierre di Sardou o La partita a scacchi di Ciacosa; ma non annoia con le pesanti incrostazioni informative, come il primo, nè richiama troppo - come il secondo - il falso gotico delIe recenti speculazioni edilizie nella Parigi sventrata da Napoleone lll: la storia che vi si respira non va oltre i Moschettieri del re, il Cardinale Richelieu, le patriottiche guerre del Grande Secolo, ampiamente dissodate e divulgate da Dumas padre nei Tre Moschettieri. ll Cyrano parla anche di cultura, di letteratura, di teatro; ma non si allontana da quel secolo che tutti conoscono, e da quel problema del preziosismo che è l'unico forse che sia rimasto in testa dai tempi del Iiceo, l'unico certamente che fosse riuscito a strappare qualche sorriso, grazie ai doppi sensi delle Preziose ridicole di Molière. ll Cyrano, infine, è costruito su un tema che sa di filosofia: il tema dell'identità, il tema dell'essere e delI'apparire, che non si ammanta però delle complicazioni concettuali di un Renan o di un lbsen, ma che rimane disponibile a tutte le borse, reso accattivante dal suo manifestarsi sotto la specie di una storia d'amore, nella quale la sostanza è il "brutto" Cyrano, l'apparenza è il "bello" Cristiano, e il pubblico può dunque tranquillamente identificarsi nel bello o nel brutto - e sperare che Rossana sposi questo o quello, come nella più banale commedia romantica - ma con l'intima appagante convinzione di aver partecipato ad un dibattito filosofico. lnsomma: poesia, cultura, storia, suspense, lieto fine, amor patrio, eloquenza, concorrono all'indice di gradimento del Cyrano senza le controindicazioni del teatro di poesia, dell'opera di cultura, del dramma storico, della commedia d'intreccio, di quella a lieto fine, del dramma patriottardo. Nessun computer dell'ultima generazione, nessuna équipe editoriale, nessuno staff di produzione cinematografica, sarebbe in grado di definire e dosare un così perfetto prodotto, così perfettamente rispondente alle richieste del mercato, conscie ed inconscie. Ma non vorrei che questa disanima suonasse ironica. ll Cyrano di Bergerac è un capolavoro per la misura, la freschezza, l'energia con cui gli ingredienti vi sono mescolati, per la mancanza di ogni "programma" astuto in questo senso, per la identificazione di una vicenda e di personaggi in grado di reggere senza Ia minima forzatura - come un vestito tagliato su misura - le loro funzioni e i loro stessi Iimiti, che pertanto non sono più tali...

LUIGI LUNARI

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