Aida (1960) Antonietta Stella – Carlo Bergonzi

Arena di Verona presenta:

Aida (1960)

Melodramma in quattro atti (sette quadri) di Antonio Ghislandoni - Musica di Giuseppe Verdi

  • Interpreti principali: Antonietta Stella (Aida) Carlo Bergonzi (Radames) Fiorenza Cossotto (Amneris) Giangiacomo Guelfi (Amonasro) Ivo Vinco (Ramfis) - Prima ballerina Gilda Majocchi
  • Maestro Concertatore: Gianandrea Gavazzeni
  • Regia: Carlo Maestrini
  • Maestro del coro: Giulio Bertola
  • Coreografie: Ria Teresa Legnani
  • Scene e Costumi: Pino Casarini

 

Fotografie 

Link Wikipedia

1. Stella 2. Bergonzi 3. Cossotto 4. Guelfi 5. Vinco 6. Gavazzeni 7. Maestrini 8. Bertola 

Programma di sala (pagine 120)
  • Un'Opera per aprire il canale di Suez (Carlo Bologna)
  • Il libretto
  • Gli interpreti
  • Fotografie
  • La 38° Stagione Lirica:
  • Aida
  • La fanciulla del West
  • Cavalleria rusticana
  • Pagliacci
Un'Opera per aprire il canale di Suez

In una lettera del 16 luglio 1870 Giuseppe Verdi scriveva ad un amico: «Vi dissi che sono occupato. Indovinate? A fare un'opera per il Cairo! lo non andrò a metterla in scena, perché temerei di restarvi mummificato». Tuttavia, se c'era un pericolo per Verdi, non era certo quello di diventare mummia, considerato che - per restare in un linguaggio più vicino a noi - il bussetano, proprio in quegli anni, stava, con insolita forza, premendo il piede sull'acceleratore. Tre anni erano passati dal Don Carlos, Wagner col suo Lohengrin stava per varcare le Alpi e scendere in Italia. Al grande di Lipsia egli stava per contrapporre un'opera veramente ciclopica, un'opera in cui -Verdi ne fosse cosciente o meno, non importa - stavano per fondersi gli apporti armonici più selezionati di un fervidissimo tempo musicale. Giustamente è stato scritto che, armati di pazienza, si potrebbero trovare in Aida le testimonianze  e i contributi armonici di Mejerbeer, Gounod, Halévy, Thomas, Schubert, Schumann, Chopin e Mendelssohn. Il che non deve far stupire nessuno e, per questo, nessuno deve pensare che Verdi sia ricorso ad un qualsiasi gioco di ricerca. Le novità armoniche erano, per così dire, nell'aria: e nessuna di queste influenze, sottili o evidenti che siano, diminuisce  la gloria verdiana di Aida, naturalmente. Ma è chiaro che quest'opera - scritta su commissione, con tutti i pericoli che la commissione può portare alla musica: convenzionalità, aderenza coatta a un tema, inevitabile prevalenza dell'apporto coreografico ecc. - fa fare un balzo notevolissimo verso l'alto al grafico della produzione verdiana. Aida è un'opera nuova. L'armonia è trasformata; anche la melodia e la strumentazione sono profondamente rinnovate. Solo una romanza c'è che si può chiamare con questo tradizionale nome: Celeste Aida. Tuttavia tutta la musica non vive nei personaggi (e non tutti sono veramente vivi): il grande immenso finale del secondo atto, per esempio, - poderoso affresco musicale - avvolge tutti senza, in sostanza, penetrarli. Spesso la magnificenra e la bellezza cromatica hanno una veste che è soprattutto esteriore, stupenda ma esteriore. Ma è elemento indispensabile dell'opera, in sostituibile. In Aida, per la prima volta in Verdi, l'amore acquista un aspetto sottilmente sensuale; il desiderio del possesso non è più affidato allo scontro netto, forte, squadrato, ma si concede ad una linea musicale sinuosa, seducente. A parte il non felicissimo personaggio di Radamés, Amneris, Amonasro e Aida avanzano nell'opera con una continua progressione, felicissima progressione. Così l'opera commissionata dal Kedivé lsmail per il Teatro Italiano del Cairo, in occasione delle feste per l'apertura del Cana!e di Suez, venne alla luce come una delle più salde colonne della fama verdiana. Salvatore Farina, intimo amico di Antonio Ghislanzoni, racconta che Verdi mandava aL suo poeta delle strofe bianche, per così dire, o schemi di strofe. Qua e là era una parola che per forza doveva rimanere, perché aveva trovato il suo posto nella frase musirale (o scritta o pensata), il resto era composto di punti: un severo lavoro di intarsio che mise a dura prova la pazienza di Ghislanzoni. Forse fu il libretto al quale collaborarono più persone: da Mariette Bey, il noto egitt0l0go che stese l'abbozzo, al Ghislanzoni che lo mise in versi, a Verdi stesso che in più punti contribuì spesso in maniera dominante. Il lavoro ebbe per il musicista e per il librettista, oltre al successo artistico ben noto, anche un ottimo esito finanziario. A Verdi toccarono 150 mila lire (il Kedivé munifico portò a tale somma le centomilalire pattuite) e a Gislanzoni ben cinquemila lire. Poi, il trionfo. Sotto la bacchetta di Giovanni Bottesini e col canto della Pozzoni Anastasi, di Grossi, Mongini, Medini, Costa e Steller, il 24 dirembre del 1871 Aida conobbe il primo dei suoi innumerevoli trionfi; alla Scala nel febbraio dell'anno successivo rinnovò il successo. L'opera venne diretta da Franco Faccio: le cantanti erano la Stolz e la Waldmann, tutto è noto, ormai, di Verdi e di Aida, ma ci sono alcune note umane da dire su Verdi ai tempi di Aida. L'opera avrebbe dovuto andare in scena nel gennaio del 1871, ma la dichiarazione di guerra franco¬prussiana sconvolse i piani degli organizzatori. Verdi, è noto, non aveva gran simpatia per i francesi, ma in quel momento vide solo le sventure degli amici latini. Aveva ricevuto duemila franchi di anticipo sul contratto con gli egiziani. Li diede al Du Locle a beneficio dei feriti francesi. I costumi e le scene si stavano preparando a Parigi e gli Egiziani temevano che l'opera - rinviata la data della prima al Cairo - potesse essere messa in scena, prima che in Egitto, alla Scala. (Il contratto prevedeva questa recita come seconda). Ma Verdi era uomo che non avrebbe mai, per tutto l'oro del mondo, mancato fede a un contratto. Sospese i negoziati con la Scala e affidò al suo fedelissimo Muzio il compito di portare a termine ogni cosa, e per bene. E tutto andò come tutti sanno. Poi venne l'accusa a Verdi di Wagnerismo. Il bussetano ne fu quasi sconvolto, amareggiato. Come è noto, dopo le recite milanesi, scrisse le famose parole: « Non se ne parlerà più, od almeno si diranno poche ed ultime parole. Forse qualche nuovo insulto accusandomi di wagnerismo, e poi... Requiescat in pacem». Come si vede pessimo profeta e, anche, latinista piuttosto approssimativo. Ma al latino starà attento poco più tardi, nel 1873, per il Requiem, in onore di don Lisander, il padre di Renzo e di Lucia.

CARLO BOLOGNA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *