Aspettando Godot (1987) Mario Scaccia – Pietro De Vico

Teatro Comunale Metastasio - Prato e teatro d'arte presentano:

Aspettando Godot (1987)

Di Samuel Beckett

  • Interpreti: Mario Scaccia, Pietro De Vico, Fiorenzo Fiorentini, Cesare Gelli, Aldo Tarantino
  • Musiche: Germano Mazzocchetti
  • Scene e costumi: Riccardo Berlingieri
  • Luci: Franco Ferrari
  • Regia: Antonio Calenda

 

Fotografie di Marcello Norberth

1. Scaccia 2: De Vico 3. Fiorentini 4. Gelli 5. Tarantino - Foto di scena

Programma di sala (pagine 46)
  • Introduzione
  • Samuel Beckett
  • Dalla prefazione alla edizione Einaudi 1956 (Carlo Fruttero)
  • Cenni critici- Realizzazioni - Bibliografia
  • Gli interpreti
  • Fotografie di Marcello Norbert

Antiretoricamente i personaggi di "Aspettando Godot" vivono davvero sulla scena, diventano quei clown, un pò Chaplin e un pò Keaton, che fanno ridere con lo scopo di sottolineare la magica inutilità della risata. E la comicità angosciosa dell'attesa beckettiana, che richiese, per non venir meno alle proprie caratteristiche, proprio l'estrema sobrietà, del mestiere a lungo masticato, che tende, senza saperlo, all'essenzialità. Non dimentichiamo, come hanno fatto osservare quasi tutti gli esegeti di Beckett, che ben quattordici personaggi del suo teatro indossano la bombetta di Charlot e che, particolarmente in "Aspettando Godot", moltissimi gesti e azioni delle figure si rifanno alla tradlzione della farsa italiana, magari mitigata dalla sobrietà dei pierrot e dei clowrn chapliniani. Sono tutte possibilità che la nostra lettura del dramma predilige, avendo a disposizione interpreti ideali. Il testo è stato in pratica ricondotto alla flsionomia deglì attori, ha diviso fra loro, parcellizzandola (come peraltro autorlzza lo stesso Beckett), la grande disperazione, i grandi disinganni, le grandi crudeltà del dramma. È un mondo necessario, è desolato, annichilito, fossile, incapace perfino di parlare. Si ammettono solo brandelli di elaborati architettonici, di concetti, di sentimenti, di poesia. I personaggl vivono di lacerti, susslstono con i residui, non possiedono nemmeno piu la possibilità di esprimersi con interezza. E soltanto dentro queste coordinate si è anche autorizzati a parlare di futuro. DeI dialogo c'è solo la memoria, come c'è solo memoria delle forme fisiche dell'esistere. L'uomo-clown, senza codici, senza regole, senza pathos. Procede anarchitamente, governato da impulsi non catalogabili da sintesi disordlnate e incontrollablli. A questa inafferrabile sequenza dl esigenze può egregiamente, in alternaliva ad altri strumenti (come la tara sociale), rispondere l'lsiinto, l'anlmalità dell'attore di talento, in furbità dalla pratica professionale o tenuta a bada dall'imperativo categorÌco della resa scenica. L'importante è giungere a una macchina imperturbabile, quasl scientiflca, del tutto priva di lirismo, che, semplicemente esista. L'obiettivo era glungere a uno degli infiniti Beckett possiblli. E a conti fatti, per vie del lutto italiane, l'abbiamo forse cercato attraverso le sue stesse indicazioni: "Bisogna farsi un mondo per conto proprio al fine di soddisfare il proprio bisogno di conoscere, di capire, il proprio bisogno di ordine. Là, per me, sta il valore del teatro. Si crea un piccolo mondo con le sue leggl, si porta avanti l'azione come su una scacchiera...". E ancora: "Io non mi ero prefisso di scrivere un'opera di teatro, è venuta fuorl da sola, per conto  suo".

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