Assassinio nella Cattedrale (1958) Nicola Rossi Lemeni – Leyla Genger

Teatro alla Scala di Milano presenta:

Assassinio nella Cattedrale (1958)

Tragedia musicale in due atti e un intermezzo. Testo originale di Thomas Stearns Eliot. Ridotto per la propria musica dalla versione italiana di Mons. Alberto Castelli da Ildebrando Pizzetti

  • Interpreti principali: Nicola Rossi Lemeni (Arcivescovo) Leyla Genger (Prima Corifea) Aldo Bertocci (Araldo) Mario Ortica (Primo Sacerdote) Rinaldo Pelizzoni (Primo Tentatore) Dino Dondi (Secondo Sacerdote)
  • Maestro Concertatore: Gianandrea Gavazzeni
  • Regia: Margherita Wallmann
  • Maestro del coro: Norberto Mola
  • Bozzetti e Figurini: Piero Zuffi
  • Direttore allestimento: Nicola Benois

 

Fotografie 

Link Wikipedia

1. Rossi Lemeni 2. Genger 3. Bertocci 4. Ortica 5. Pelizzoni 6. Dondi 7. Gavazzeni 8. Wallmann .

Programma di sala (pagine 26)
  • Il teatro di T.S. Eliot (Fernando Ludovico  Lunghi)
  • Argomento
  • Interpreti
  • Fotografie
L'argomento

ATTO PRIMO. A Canterbury, il 2 dicembre 1170. Sette anni l'arcivescovo Tommaso Becket è stato esule: da quando, non più Cancelliere potente e temuto, null'altro che "orgoglioso di sue pro­prie virtù - bramando d'esser solo a Dio soggetto" si pose in con­flitto col Re. Il popolo ha sofferto della sua lontananza, ora però la lunga attesa del suo invocato ritorno è finita: un araldo annunzia che egli è sbarcato in Inghilterra e che tra poco sarà nuovamente tra il suo amato gregge. Alle ansiose domande se egli si è dunque riconciliato col Re, l'araldo risponde che "con orgoglio egli viene e con dolore, - alto affermando tutti i suoi diritti - Rassicurato è dall'amor del popolo ... - E in accordo è col Papa e il Re di Francia. ­Ma in quanto al nostro Re, la cosa è un'altra". L'esultanza di ria­vere il pastore è quindi soverchiata dalla paura che la sua irriduci­bilità sia cagione di luttuosi eventi. Ed ecco Tommaso, la cui prima parola è "pace", e che sùbito afferma il tema dominante della sua personalità: " ... l'agire è soffrire - ed il soffrire azione". Benedette le donne che tuttavia lo supplicano di riprendere la via della Francia, poiché per loro" non v'è l'azione. - Solo v'è l'attendere - ed il te­stimoniare ", Tommaso entra in arcivescovado.Qui, nel suo studio, ringrazia dell'accoglienza riserbatagli i tre sacerdoti della cattedrale, li ammonisce a non aver illusioni sull'av­venire, poi li congeda. Si è appena raccolto in meditazione, che riceve la visita di quattro misteriosi individui. Sono tentatori che cer­cano di turbare l'adamantina coscienza dell'arcivescovo, incitandolo il primo a indulgere ai piaceri mondani, il secondo a riassumere il cancellierato, strumento di dominio incontrastato, il terzo a farsi campione di baroni nella lotta politica e sociale contro il Re, il quarto a sollecitare nell'adempimento quotidiano del proprio mini­stero il martirio, cosÌ da guadagnarsi la gloria del premio celeste. L'ambizione a diventare santo, questa la tentazione più grande: ma Tommaso, dopo un attimo di smarrimento, ha ragione anche di essa: " Ora, angelo mio buono - destinato da Dio a mio guardiano, librati sulla punta delle spade!".

INTERMEZZO. Nella cattedrale, la mattina di Natale del 1170. Dal pulpito l'Arcivescovo rivolge ai fedeli la sua predica. Egli non ad altro mira se non a cercare in se stesso una luce di verità: il martire, dice, "è quel che non desidera più nulla - per sé, neppure la gloria del martirio ... - ... nella sottomissione a Dio soltanto, - ha trovato la vera libertà". E conclude: " ... potrà darsi che fra breve - abbiate un nuovo martire ... ".

ATTO SECONDO. Quattro giorni più tardi. Neppure il Na­tale ha portato la pace, lamenta la prima corifea. " La pace in questo mondo è sempre incerta - se in pace non sia l'uomo con Iddio; ­questo mondo insozzato dalla guerra - tra gli uomini, lo può sol rin­novare - la morte nel Signore". Sacerdoti e monaci cantano in lode di S. Stefano protomartire, di S. Giovanni Apostolo, dei SS. Inno­centi. Giungono quattro cavalieri che per ordine del Re debbono conferire per affari urgenti con l'arcivescovo. Egli li ascolta: essi gli rimproverano aspramente i suoi presunti torti e tradimenti verso il Re. Tommaso confusa le accuse e respinge l'ingiunzione di lasciare ancora il suo popolo per l'esilio. I cavalieri si ritirano minacciosi. Le donne di Canterbury manifestano i loro tristi presentimenti; i tre sacerdoti esortano l'arcivescovo a salvarsi. Tommaso è sereno: "la morte verrà solo - quand'io ne sarò degno. - E se son degno - non v'è nessun pericolo ". E più avanti dice: "Ho già sentito un fremito beato - un palpito di cielo ed io non voglio - mi sia mai più negato". I sacerdoti non si arrendono e forzando la sua volontà lo trascinano nella cattedrale. È l'ora dei vespri. L'incubo di qualcosa che fatalmente accadrà sovrasta tutti. Vengono sprangate le porte. Ma l'arcivescovo comanda di riaprirle. Irrompono i quattro cavalieri, che rivolgono all'arcive­scovo l'estrema intimazione: "Mandate assolti gli scomunicati! ­Rinunciate ai poteri che usurpate. - Rinnovate quel patto d'ubbi­dienza - che avete violato ... ". Tommaso Becket risponde calmo e sdegnoso. Ma è il segnale: i cavalieri gli si avventano contro ed egli cade sotto le loro spade. Sgomento e raccapriccio di tutti i presenti. I cavalieri tentano una cinica giustificazione del loro crimine. In fin dei conti, concludono ipocritamente, se l'è voluta lui, col suo atteg­giamento provocatorio: "Suicidio per infermità mentale. - E il più caritatevole verdetto - che pronunciar si possa sopra un uomo ­che, dopo tutto, fu certo un grand'uomo ... ". Le loro ultime parole sono sommerse dall'inno che si leva a gloria del Signore e si chiude con l'invocazione: "O beato Tommaso, - prega per tutti noi"

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