Gigi (1995) Ernesto Calindri – Liliana Feldmann – Gianluca Guidi

Roberto Milazzo e Tuttoteatro presentano:

Gigi (1995)

Di Alan Jay Lerner. Tratto dal romanzo di Colette

  • Interpreti principali: Ernesto Calindri, Liliana Felman, Gianluca Guidi, Maria Laura Baccarini, Isa Barsizza
  • Traduzione e adattamento: Luigi Lunari
  • Musiche: Frederick Loewe
  • Coreografie: Tony Ventura
  • Scene: Roberto Comotti
  • Costumi: Antonella Poletti
  • Regia: Filippo Crivelli

 

Fotografie 

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Foto di scena

Programma di sala (pagine 8)
  • "Gigi" di Colette (Luigi Lunari)
  • Gigi con amore (Filippo Crivelli)
  • Fotografie
"Gigi" di Colette

dal 1942 al 1995, da Parigi a Broadway, a Hollywood, a Milano.

Sulle prime si stenta a crederlo, ma è proprio così. Il racconto "Gigi" vede la luce a Parigi nel 1942, nel pieno di una guerra orribile, mentre a Londra e a New York il pubblico affolla i teatri per vedere rispettivamente "Spirito allegro" di Coward e "Arsenico e vecchi merletti" di Kesselring. Le opere ispirate alla guerra si scriveranno "dopo", quando scoppierà la pace: per ora domina evidentemente il bisogno di evasione; e con "Gigi" Colette evade verso quella belle époque che sembra rappresentare il diametralmente opposto del presente. Colette tiene molto a sottolineare - e qui fedelmente ne rispettiamo la volontà - che quel mondo (o quel demi-monde), popolato di giovani traviate e di bellimbusti d'ogni età, è retto in realtà da un conformismo e da un formalismo tanto vincolanti quanto l'etichetta della Corte di Luigi XVI: "una volta ammessa una diversa angolazione morale, - scrive Colette - nulla era meno sregolato di quell'ambiente: quanto rigore nei modi della cattiva condotta, quanta immutabilità nei segni del successo e del potere, quanta burocrazia nei piaceri!" E' in questo mondo che Colette ambienta la vicenda di Gigi, la quindicenne che zia e nonna plasmano per una carriera di prostituta d'alto bordo, e che si ribella - con forza e dolcezza insieme - fino a trasformare la "proposta d'acquisto" del giovane bellimbusto che ha incapricciato, in una vera e propria "domanda di matrimonio" da parte di un uomo sinceramente innamorato. E' l'autenticità di Gigi - erede non lontana dell'Agnese della "Scuola delle mogli" - che pur senza approdare al femminismo denuncia il maschilismo del mondo che la circonda. E giustamente Colette si ferma qui: non strombetta proclami, non sventola bandiere, ma il messaggio è evidente e vincente come l'O di Giotto. Poi, il successo - e la sua logica - si impadronirono di "Gigi". Dal racconto fu tratta una commedia (che, tra l'altro, lanciò la giovanissima Audrey Hepburn), un musical, e un film (di Vincent e Minnelli, con Leslie Caron e Maurice Chevalier, in un personaggio non previsto da Colette, che funge un po' da narratore e un po' da grillo parlante e che rappresenta per certo una straordinaria invenzionè). Fatalmente, da Parigi a Hollywood, via Broadway, il tema smarrì qualcosa dell'univoca semplicità del suo messaggio; per acquistare peraltro la suadente gradevolezza in cui lo avvolsero le canzoni di Alan Jay Lerner e di Frederick Loewe (l'accoppiata vincente di "My Fair Lady") e gli impagabili costumi di Cecil Beaton. Il risultato è quello di una favola d'amore per la quale è obbligo calzante l'aggettivo "delizioso"; e che approda ora ai palcoscenici italiani con una distribuzione - e qui impegno tutta la mia responsabilità di critico e storico - che non ha nulla, assolutamente nulla da invidiare a quella del film! Una storia d'amore che però non condivide l'inzuccherata e mielosa piattezza di tante storie d'amore hollywoodiane, che tali rimangono anche quando si incipriano di finta audacia, come in "Pretty woman" o in "Proposta indecente". In "Gigi" il lieto fine corona il percorso, ma non perché ne ignori o ne elimini le difficoltà, ma solo perché le supera e le vince. La "paura" che Gigi possa davvero finire come un irresponsabile oggetto di cui Gaston acquista l'uso temporaneo, non risparmia lo spettatore e ne tiene desta l'attenzione, per quanto atteso e certo il lieto fine possa essere.. "Amor vincit omnia": questo lo sappiamo: ma in che modo ci riuscirà, questa volta? E il "modo" di Colette è geniale e perfettamente accettabile anche dal più cinico degli osservatori. Basta che Gigi si arrenda (o finga di arrendersi) alla logica del danaro, e dica: "Preferisco essere infelice con te che infelice senza di te!"... e Gaston si arrende lietamente alla logica dell'amore. E 'l'amore - imprevedibile, e non previsto dal contratto d'acquisto - che spiazza tutti i personaggi. "Non vedi che è una cosa più grande di noi?" dice la zia alla nonna. E quando cala il sipario, non c'è più posto per nulla: neppure per formulare il legittimo dubbio se davvero Gigi e Gaston vivranno "per sempre felici e contenti"... per giungere, attorniati da una nidiata di nipoti, a quel 1942 in cui Colette ne racconterà la favola.

LUIGI LUNARI

 

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