Il barbiere di Siviglia (1956) Virginia Zeani – Cesare Valletti

Arena di Verona presenta:

Il barbiere di Siviglia (1956)

Melodramma buffo in tre atti di Cesare Sterbini - Musica di Gioachino Rossini

  • Interpreti principali: Virginia Zeani (Rosina) Cesare Valletti (Conte D'Almaviva) Ettore Bastianini (Figaro) Renato Capecchi (Bartolo) Giulio Neri (Basilio) Aurora Cattelani (Berta)
  • Maestro Concertatore: Francesco Molinari Pradelli
  • Regia: Carlo Maestrini
  • Maestro del coro: Giulio Bertola
  • Scene: Pino Casarini
  • Costumi: Maud Strudthoff
  • Direttore allestimento: Cesare Mario Cristini

 

Fotografie 

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Programma di sala (pagine 74)
  • La musica (Carlo Bologna)
  • Gli spettacoli in cartellone
  • Le 33 stagioni liriche dal 1913 al 1955
  • Il libretto
  • Gli Interpreti
  • Fotografie
La musica

Chi sa se padre Mattei, maestro al Liceo di Bologna, insegnante - più o meno con profitto per Rossini - del genio di Pesaro, avrebbe mantenuta intatta la frase: "disonorano la mia scuola" (con la quale accolse l'ascolto delle prime opere del giovane musicista) anche dopo l'esecuzione del Barbiere! Forse si, se non altro per il disordine in mezzo al quale è nata, e sarebbe stato di certo indignatissimo nel constatare come la sinfonia, scritta per L'equivoco stravagante, poi per Aureliano in Palmira, indi per Elisabetta regina d'Inghilterra, era stata in definitiva - non si sa con quale legame d'ordine artistico - destinata al Barbiere di Siviglia. Certo Rossini non poteva andare d'accordo né con Padre Mattei né, al momento decisivo della sua carriera, con gli scatenati difensori di una tradizione che stava morendo per organica debolezza. Occorreva un medico per il melodramma (e non solo per quello italiano), un medico deciso anche a non usare le consuete medicine per non far suppurare una piaga già vicina alla cancrena. Cherubini e Spontini in equilibio fra i secoli, Paisiello già consegnatario di quanto poteva dare: i segni dell'esaurimento erano chiari e manifesti. L'entrata in scena di Rossini era necessaria; con usatissimo termine si dovrebbe dire che aveva un carattere storico; occorreva un chirurgo, e il chirurgo si trovò, sorridente, tendente alla pinguedine, amante della tavola buona e ben guarnita (un ricordo dei ricchi banchetti canonicali gustati in gioventù?), spiritoso, sprezzante spesso di tutto ma non fino a denigrare il valore effettivo degli altri, con una estrema fiducia in se stesso, con una eccezionale disinvoltura nell'uso di quel che poteva far comodo; Rossini è un moderno nel vero senso della parola. Con salde mani ha preso le forme del melodramma, che sotto le sue dita venne agitato, compresso e decompresso, liberato di ogni inutile peso, rinvigorito e rinsavito; i principi del passato furono strappati alle loro radici e cambiati, in maniera tale da non parere nemmeno più quelli, con tutto il rispetto per la polvere dei secoli e i nomi che ad essa si accompagnavano. Volete poi che i seguaci di Paisiello, acclamato autore, nel cui nome si giurava e si scriveva musica, non saltassero sulle sedie all'udire che un signor  Gioacchino Rossini (non certo ignoto, perché la fama, quella vera, lo aveva baciato ancora giovane) stava per dare in un teatro di Roma un'opera con la stessa trama dell'acclamata opera del loro idolatrato maestro? Rossini non era uno stupido, si capisce, sapeva vivere nel mondo, che più o meno era come quello di adesso, e si preparò con grande astuzia alla battaglia; il suo non piccolo naso aveva avvertito il vicinissimo temporale ed aveva alzato i parafulmini, sotto forma di chiarissime dimostrazioni di riconoscimento a Paisiello, alla sua musica, alla genialità del maestro; aveva fatto dilagare nell'ambiente romano le sue profferte di rispetto verso il vecchio compositore; diceva: "io sono un nulla e Paisiello il tutto". Del resto Rossini era recidivo in materia perchè aveva già musicato un'altra opera di Paisiello: L'inganno felice. Aveva previsto la burrasca, il temporale, i fulmini: e tutto arrivò puntualmente, come ognuno sa; i paisiellisti si scatenarono sul maestrino pesarese e lo fecero, la prima sera a brani. L'abilità di Rossini e la superiore intelligenza (l'intelligenza vince sempre sull'invidia, anche in Italia dove l'invidia, con le azioni e le controazioni che ognuno conosce, ha forse il suo maggior tempio) seppero abilmente sfruttare la stuazione. L'astuzia per non prendere l'acqua è di continuare a tener l'ombrello aperto almeno cinque minuti dopo la fine della burrasca; così fece Rossini: la seconda sera fece la barba, come si suol dire, ai romani, e liberato dagli attivisti di Paisiello, trionfò clamorosamente. Così l'opera buffa "Almaviva ossia - L'inutile precauzione - commedia del signor Bealumarchais, di nuovo interamente versificata e ridotta ad uso del'odierno teatro musicale italiano da Cesare Sterbini con musica di Gioacchino Rossini", pagata 400 scudi, scritta in poco più di quindici giorni, con la sinfonia di altra opera, iniziò la sua felicissima vita sui teatri di tutto il mondo, una vita che il tempo non ha ancora cancellata e che difficilmente cancellerà fino a che prevarranno il senso del bello, dell'umorismo sano e festoso, finchè il piacere di vedere e sentire rimarrà nel nostro cuore fìno a che resteranno i germi della allegria della letizia della gioia, doni supremi dati da Dio alla grande infinita miseria dell'uomo, perchè fosse salvato non solo nell'altra ma anche in questa sua terrena difficile vita. Il miracolo musicale del "cigno di Pesaro" si apre con la notissima sinfonia nella quale due temi di sorprendente freschezza sono i semi dai quali nascerà la pianta della rossiniana essenziale gaiezza e serenità. Il primo atto è in Siviglia, alla casa del vecchio Don Bartolo, finestre sbarrate, persiane chiuse. E' Fiorello, servo d'Almaviva, che entra in scena con un gruppo di musici: musica viva del silenzio e dell'intrigo galante; poi la serenata a Rosina del conte d'Almaviva: Ecco ridente... che si snoda con una facilità raramente riscontrabile in tutto il teatro italiano Alla fine della serenata Fiorello premia la fatica dei musici che si sprofondano in una interminabile sequela di ringraziamenti fino a che, per tema di peggio, Almaviva non li caccia. E' convinto che Rosina lo abbia ascoltato, ma come fare... per trasformarla in contessa? L'azione qui si era quasi fermata, resa statica; ma di nuovo la vena inesauribile di Rossini scatta in avanti. Tocca a Figaro ad annunciare la sua entrata con una delle più famose arie del melodramma di tutti i tempi: Largo al factotum. popolarissimo motivo in 6/8, un gioiello di perfetta aderenza al personaggio, che sa, che strafà, che organizza, pomposo e sottile, furbo e strisciante, rapido nelle decisioni, necessario sempre e intrigante. Il gioco è fatto. Figaro e Almaviva si incontrano si riconoscono, si uniscono nella comune decisione: far Rosina sposa del conte, con ogni mezzo. Il loro stupendo dialogo è interrotto dall'apparizione di Rosina sul balcone; Figaro e il conte si ritirano sotto il portico. Così si avvia la ben nota vicenda che la musica di Rossini ha portato in ogni parte del mondo: il canto Se il mio nome (anch'esso in 6/8, a segnare una popolare sostanza) si avvicenda alle note di Figaro, in contemplazione delle monete d'oro (All'idea di quel metallo) e a quelle gioiose del Conte per la fortuna del suo amore (Ah, che amore .. .). Un'altra gemma (il Barbiere non è forse uno scrigno? ) è, nella scena successiva, Una voce poco fa (scritta per contralto e solo più tardi cantata dai soprani). S'inizia l'intrigo a tre, vittima don Bartolo, cui resta come solo conforto Don Basilio che gli fa l'elogio della calunnia, in un'aria assolutamente unica nel suo genere, per l'aderenza della musica al testo, non solo a quello delle parole ma anche a quello psicologico. Tutto il finale del primo atto è un continuo crescendo, in azione e in musica, e si conclude con un "concertato" che a dirlo "brillante" si qualifica troppo modestamente. Lo scambio di don Basilio con il suo allievo don Alonso (che è il Conte) serve ad un gioco musicale di purissima fattura; la lezione di canto di Rosina è di finissima composizione, l'intrigo si sviluppa con una libertà massima e vivacissima nella partitura rossiniana, dove le invenzioni e le idee musicali sono riscontrabili, si può dire, ad ogni passo. Il gioco balza e rimbalza da un personaggio all'altro in un crescendo di confusione che è solo nel testo descrittivo, ma che ha riscontro in orchestra nella più originale delle disposizioni armoniche con un eccezionale senso della variazione. Si pensi a quel Buona sera, mio signore o alla graziosa aria Il vecchiotto cerca moglie fino al tema superbo - un vero classico tema da fuga, di geniale ispirazione - del Zitti zitti, piano piano, che è l'ultimo grande tema di una serie foltissima della più bella ispirazione. Ma si può dimenticare, in una corsa a volo di uccello sulla partitura rossiniana, quella caricatura di altissima classe che è il pezzo sul temporale, nel quale l'imbronciata natura viene portata sul piano del più classico umorismo in un pezzo sinfonico che serve anche da interludio al finale? Esso comprende, come s'è detto, il famoso trio del Zitti e conduce alla soluzione felice dell'intrigo in cui Figaro ha giocato, gabbando le precauzioni più astute, dimostrando che l'amore - adesso come allora - cacciato dalla porta entra (zitti zitti, piano piano ... ) dalla finestra. Il coro di gioia che chiude la grande opera rossiniana è la conclusione di una musica di cui non si sa se più ammirare la bellezza della forma o la profondità del contenuto artistico.

CARLO BOLOGNA

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