Il giardino dei ciliegi (1975) Gianni Santuccio – Valentina Cortese

Piccolo Teatro della città di Milano presenta: 

Il giardino dei ciliegi (1975)

Di Anton Cecov

  • Interpreti principali: Gianni Santuccio, Valentina Cortese, Franco Graziosi, Giulia Lazzarini
  • Traduzione: Luigi Lunari - Giorgio Strehler
  • Musica: Fiorenzo Carpi
  • Scene e costumi: Luciano Damiani
  • Regia: Giorgio Strehler

 

Foto di scena

Programma di sala (pagine 52)

Stagione 1975/76/77

Stimatissimo Anton Pavlovic (di LUIGI LUNARI)

La Russia di Cechov

Il cast

Appunti… (di GIORGIO STREHLER)

Francis Fergusson “L’intreccio del Giardino”…

Testimonianze

Foto di scena (di LUIGI CIMINAGHI)

Dal 14 maggio 1947 a Milano in Italia

Stimatissimo Anton Pavlovic

la vostra lettera, che a causa di un persistente disservizio postale mi è giunta soltanto stamattina, è stata per me una vera e propria sorpresa. Non tanto per quel “carissimo collega” con cui voi, maestro sommo e poeta, vi indirizzate a me, che sia pure iscritto al vostro stesso sindacato rimango un umile sceneggiatore da secondo canale, bensì perchè mi chiedete - senza nascondere una certa preoccupata diffidenza – “... chi è quel Giorgio Strehler che sta allestendo a Milano Il giardino dei ciliegi (...) e che cosa hanno a che fare Liuba Andreievna e Gaiev con Re Lear, Mackie Messer e Arlecchino”.

Se voi ignoraste davvero chi è Giorgio Strehler, se non sapeste proprio niente di lui, se non lo aveste mai sentito nominare, io non avrei nulla di che stupire. Si compiono ormai settant'anni dacché voi ve ne siete andato, e Il dove ora vi trovate sarebbe ben comprensibile una vostra assoluta indifferenza per tutto quello che succede dalle nostre parti, e perfettamente legittimo che voi ignoriate non dirò Giorgio Strehler, ma addirittura... che so io?, Albert Einstein o Richard Nixon, e tutti coloro insomma che si dannano per creare una scintilla di poesia, per afferrare un atomo di verità o una momentanea parvenza di potere. Il fatto è, stimatissimo Anton Pavlovic, che la vostra lettera non rivela una divina e superiore ignoranza, ma una semplice e terrestre “scarsa informazione”, e mentre la prima, ripeto, sarebbe pienamente comprensibile data la vostra attuale posizione, per questo stesso motivo la seconda non lo è! Evidentemente qualcuno si è divertito a mettervi ingiuste pulci nelle orecchie! “Qualcuno” (io non voglio dire se in buona o cattiva fede) vi deve aver raccontato, mostrandovi magari articoli di giornale e interviste dall'apparenza autorevole e responsabile, una serie di cose che vi hanno allarmato e che io potrei ripetervi parola per parola, a riprova di quanto bene conosco certi polli.

In primis, quel qualcuno deve avervi detto che G. S. è un brechtiano di stretta osservanza, e che dunque si trova al polo opposto di quello stile in cui voi avete pensato e scritto Il giardino dei ciliegi per la regia di Konstantin Serghieievic; di poi, che è un rigoroso materialista storico, e che dunque dovete prepararvi a vedere il Giardino ridotto a un rigido dramma a tesi, alla dialettica esposizione di un momento di lotta di classe, con i personaggi violentati ad emblemi dei rispettivi ceti sociali, e con certe battute un po' più localizzabili e databili delle altre, estraniate a ferrei slogan, e impresse sulla fronte di Firs o di Lopachin come marchi roventi sulle natiche dei tori. E infine, vi avrà fatto balenare davanti agli occhi i prevedibili titoli dei giornali il giorno seguente la prima rappresentazione: “Cechov secondo Brecht nel Giardino di Strehler”,  “La poesia di Anton Cechov nell'ingranaggio della lotta di classe”, “Fiori di ciliegio tra assolutismo zarista e rivoluzione sovietica”, “Ania, prendi il fucile! “ ...

Ebbene, carissimo Anton Pavlovic, per farvi capire come tutto questo sia assolutamente inesatto, io vorrei pregarvi di ripassare un momento il caso vostro. Quante volte non vi siete irritato - prima e dopo la vostra ultima malattia - sentendo parlare di atmosfera cechoviana, di pessimismo chechoviano, di vicenda cechoviana per tutto quello che avevate scritto? Vi ricordate il vostro stupore - e anche la vostra delusione - quando alla lettura delle Tre sorelle o del Giardino gli attori piangevano, malgrado le vostre esplicite assicurazioni di avere scritto un'opera anche comica? E tutto il frusciare, lo stormire, il gorgogliare, il cinguettare, il trillare, il frinire, il tubare di cui il caro Stanislawskij aveva seminato il second'atto, scomodando a colonna sonora l'intera fauna e la flora dell'Impero? E quel quart'atto che durava quasi un'ora (contro i dodici minuti o poco più da voi prescritti!), tra indugi, lentezze, “partiam, partiamo”, sospensioni e pause, più o meno intense e pregnanti? .. Pochi mesi dopo voi ve ne siete andato... e nessuno ha posto più un argine al corso che avevano preso le cose. E da allora, basta che un qualsiasi personaggio letterario manifesti un po' di debolezza di carattere, foss'anche solo lentezza di riflessi o languor di stomaco, e nella terminologia degli addetti ai lavori egli sarà “un personaggio cechoviano”; una trama priva di clamorose scene madri o di effettazzi alla Carolina Invernizio sarà “una vicenda di esilità cechoviana”; un atto che si svolga al tramonto, tra gente che ha voglia di starsene tranquilla a chiacchierare, senza farne quante Carlo in Francia, recherà “un'inconfondibile impronta cechoviana”; e perfino di voi, Anton Pavlovic, si dice sempre che siete cechoviano, il più cechoviano di tutti, il primo! Pensate a che punto!

Qualcosa di perfettamente analogo è successo a Giorgio Strehler. E' bastato che egli trovasse in Brecht un autore che gli andava più a genio di tanti altri (ovvero, per adeguarmi anch'io a un più autorevole linguaggio, “particolarmente affine ai propri interessi estetici e ideologici” e si è visto labellato come brechtiano a vita.

E' bastata in lui una certa sensibilità per la storia, per quelle due o tre leggi che più evidentemente paiono in questi secoli guidarne lo sviluppo, ed egli si è ritrovato prigioniero di un'etichetta non meno ristretta e fastidiosa di quella di cui voi portate il peso. E il risultato è che qualsiasi opera egli metta in scena, se un personaggio dimostra di vivere nella storia, di fare parte di un dato secolo o di una data classe (pescatore chioggiotto, o nobile elisabettiano, o servo russo che sia), e parla e agisce e'pensa di conseguenza, un coro di cucullati subtili et metafisici ne denuncia “l'inguaribile brechtismo” e “l'acquiescenza ai dogmi storiografici ed estetici del materialismo”!

Già immagino la vostra obiezione, Anton Pavlovic: che poco vi importa sfuggire al cechovismo per ritrovarvi brechtizzato nello strehlerismo, e che tanto vale star nella padella se l'unica via d'uscita son le braci. Ma le cose sono più semplici e più complesse al tempo stesso: un paio di mesi fa, per esempio, giustificando a pochi intimi la scelta del Giardino, oltre alle solite considerazioni sull'imperatura attualità della Poesia, eccetera eccetera, G. S. diceva di aver sentito quasi il bisogno, dopo le tragiche grida del Re Lear e le caustiche sferzate dell'Opera, di un momento di tranquillità, quasi di un tempo in minore. Una storia raccolta di piccoli casi della vita, di gente che parla quietamente e con pudore, senza alzare la voce, senza squassarsi il petto, senza lanciarsi in faccia il vetriolo... diciamo pure un'atmosfera cechoviana, tanto per dimostrarvi quanto poco il Nostro avesse intenzione di trasformarvi in un Brecht ante litteram. Ma poi... che volete, stimatissimo Anton Pavlovic: con la stessa oggettività, direi quasi con la stessa neutralità con cui egli aveva accettato l'idea del cechovismo, non ha potuto fare a meno di notare come i vostri personaggi - a leggerli così come voi li avete scritti - rappresentano pure qualcosa che va “al di là” delle loro singole e specifiche persone. Non parliamo di classi, se la cosa vi mette a disagio, ma che Firs e Gaiev e Lopachin e Trofimov siano - pur con i loro nomi, cognomi e tic nervosi - simili a tanti altri, più o meno con gli stessi denari in tasca e la stessa collocazione sociale, e che questi “tanti altri” vivano tutti in Russia a cavallo del secolo, e non nella Repubblica d'Arcadia o nel Regno della Luna, questo mi pare innegabile. E altrettanto innegabile mi pare che la proprietà del giardino passi da un certo tipo di proprietario a un certo altro, mentre un certo tipo di studente dice alcune cose che si spiegano solo nell'ambito di una certa situazione e in vista di un certo sbocco finale: voi capite quel che voglio dire.

Per farvela breve, stimatissimo Anton Pavlovìc, Giorgio Strehler sta allestendo Il giardino dei ciliegi come se in esso vi fossero - così egli dice – “tre scatole”. La prima, la più piccola, contiene la concreta e quotidiana storia di certe piccole persone che vanno e vengono da Parigi, che vendono o comprano un giardino, e fanno tante altre piccole cose più o meno interessanti o banali. La seconda, che è un po' più grande e contiene la prima, è quella che nelle piccole persone di cui sopra legge una più vasta storia della Russia del tempo, di ceti che scompaiono come Firs, decadono come Gaiev, o si fanno avanti come Lopachin. La terza infine, la più grande di tutte, che contiene le altre due come in un gioco di scatole cinesi, racconta l'eterna storia della Vita Umana, di quell’universo che è pur sempre l'Uomo, con il suo passare sulla terra tra nascita e morte, l'amare, il soffrire, il rassegnarsi.

I cechoviani integrali, primo fra tutti il loro fondatore Konstantin Serghieievic, non vanno al di là della prima; il brechtismo degli stenterelli (quello, ad esempio, di certi registri cecoslovacchi che mandano lascia a palpar le cosce di Liuba) non vede che la seconda; Benedetto Croce e Orazio Costa non si degnerebbero che della terza. Giorgio Strehler sta attualmente lavorando per aprirle tutte e tre, e io vi assicuro che da parte sua non c'è in questo la minima presunzione, ma solo la convinzione che proprio così voi abbiate scritto Il giardino dei ciliegi e che così vada fatto.

Tante altre cose potrei dirvi ancora, Anton Pavlovic, e parlarvi delle scene e degli attori, e del trenino che si vede, e dei ciliegi che non ci sono... ma preferisco limitarmi all'essenziale, sperando che sia bastato a togliervi il malumore e i dubbi, e per non diminuirvi il piacere di assistere allo spettacolo, cui naturalmente siete fin d'ora invitato.

Sempre a vostra disposizione per ogni ulteriore chiarimento, vi saluta con profonda devozione e stima il vostro

Luigi Lunari

 

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