1955 Irma Gramatica – Quando fui Mila (Ricordo di D’Annunzio)

Da IL DRAMMA Num. 225 - Giugno 1955:

  • Quando fui Mila
    Autore: Irma Gramatica

 

 

Nel settembte 1953, in un fascicolo doppio della nostra rivista (187-188) con ampio spazio ed una scelta documentazione, ricordammo i cinquantanni della "Figlia di Jorio", la più bella tragedia di D'Annunzio. Il recente volume di Tito Rosina "Mezzo secolo della figlia di Jorio" ha nuovamente riportato all'attenzione nazionale quell'avvenimento. Del volume del Rosina si è occupato Enrico Bassano nel fascicolo scorso. Al lettore sarà certamente molto gradito lo scritto che segue, dovuto alla illustre attrice Irma Gramatica che, come è risaputo, fu la prima interprete di "Mila". Si tratta di un documento di alto interesse per la storia del teatro e nei confronti dei rapporti fra autori ed interpreti. E qui sia detto per inciso che; dopo la morte di Ruggero Ruggeri, dall'amabile cortesia della povera sua Germaine, ci furono mostrate e date in lettura numetose lettere di Luigl Piranalello aI suo illustre consorte. Sono lettere mirabili che lasciano stupiti e sgomenti per la disamlna delle opere che man mano Plrandello affidava al suo grande interprete; una vera regìa avanti scena. Ora che una tremenda sciagura ha ucciso la signora Ruggeri e non sono statl trovati eredi né purtroppo disposizioni, che cosa avverrà di questi documenti artistici molto importanti per il Teatro del nostro tempo? Saranno salvati da un museo, come il Burcardo, la Scala o altro: oppure faranno la gioia di un solo collezionista che ha iI denaro occorrente? È triste che mai nessuna comunicazione sia stata fatta in merito a questo patrimonlo spirituale che divenuto ormai di tutti sembra invece di nessuno.

QUANDO FUI MILA

Chi mi conosce, mi sa ostile a consersare concretezze di ricordi come a evocarli. Anche mi sa scontrosa, solitaria, taciturna se non coi pochi e di rado. La mia arte più sottile consiste nel deludere i fotografi e i coltivatori di autografi, come nel rifuggire il documentario che fissa le date, le immagini, le cose, i volti, tutta l'esteriorità quotidiana del nostro viaggio. Se, dunque, queste note voglion servire a un'offerta di più in devozione al Poeta che ci ha lasciati, occorre contentarsi di parvenze e non cercavi autenticazioni che né vorrei né darei. Parvenze, dico, e tuttavia di quelle che hanno maggior vita interiore di quanta ne abbiano le cose ricevute su antiche sbiadite fotografie. Io posso rivivere nella mia anima aspetti precisi di tempi lontani, e le loro creature, e i loro sentimenti, e I'atmosfera in cui nacquero, per virtù di tornarvi di mescolarmici di accompagnarmi al loro passo. Dico questo, non come prefazione ma come essenza dei pochi fogli ai quali mi accingo, rarissimi fogli ch'io firmi: proprio questa mia selvaggia e discorde e sfuggente abitudine di vita piacque al Poeta e all'Amico. Me ne accorgo, sfogliando le sue lettere. E mi avvedo, nel farlo, ch'io me n'era accorta e ne fui consapevole, inconsciamente, anche prima, anche sempre.

 
Ho un grande ritratto di Gabriele D'Annunzio, con questa dedica: "A Irma Gramatica, che dalle sue origini selvagge trasse la maschera ardente di Mila". Alludeva al ceppo misto del mio sangue. Parlando alla fanciulla ch'io era, diceva, sorridendo, il volto un po' reclino di lato, gli occhi socchiusi per guardare le sue immagini fantasiose, la bocca morbida perché le parole ne uscissero lievi saporose gustose: "Tu porti i caratteri di quattro razze: la boema, l'ungherese, la croata e l'italica". Sapeva che mia madre era straniera; ma, si compiaceva di sorprendere per suo intuito, in me, i tratti somatici e più quelli psicitici che da tale mescolanza mi derivassero. Della mia selvaggeria soprattutto s'incapricciava, così sfuggente e incomune, al punto che volle battesimarla: e mi chiamò Barbarella. Lo conobbi a Roma una sera in una pizzeria dove andavo spesso - giovinetta e attrice giovane - con Febèa, la gentile romanziera, al secolo giornalistico Lionello Spada, moglie di Luigi Lodi. Ci raggiungeva spesso Vincenzo Morello (Rastignac) e qualche altro. Entrò Gabriele D'Annunzio e, come lo vidi quella sera, mi parve averlo poi veduto tutta la vita, anche negli anni ultimi, astraendo - come mia misura - dalla realtà del tempo e delle stanchezze. Un giovane biondo-ondulato, elegantissimo, contegnoso e signorile nel tratto, suadente nella voce, originalissimo nella bella e ferma e canora voce, marcata a volte di inflessioni, martellate e metalliche, quasi forgiasse lì per lì le parole e restassero scabre per un attimo, finché una sorta di melodia le completava affinandole. Era già, il D'Annunzio dei romanzi, e delle rime giovenili, celebre e compiutantente padrone del suo genio. La mia aspra schiettezza gli piacque. Anche la mia voce e il timbro. lo abitavo poveramente una stanza dietro Palazzo Farnese. La prima volta, volle accompagnarmi alla porta di casa. Era una notte di luna e si sa cosa significhi, a Roma, per uno spirito sensibile e altamente creativo, I'atmosfera classica vaporizzata di romantico. Conobbi I'incantesimo della sua parola espressa in libertà, in intimità, più per sé che per gli altri. Amava alzare fantasmi e librarli e aureolarli d'immagini. Evocatore impressionante, pareva lo accompagnassero la storla e la lirica, la scienza e l'armonia, la tragedia dei miti e la musica delle leggende, ma con vesti liberali affinché se ne giovasse senza peso, tutto schiarendosi in un estro d'improvvisazione gioconda. Venne spesso a trovarmi. Entrava con un bel fascio di rose, o si faceva precedere dai prediletti fiori, come un messaggio augurale, e di pace, e di consolazione. Mai, nei suoi atti, s'intravvedeva lo scopo o il mezzo, se non quelli, che volevano soltanto ambientare il suo spirito, e quello dei suoi amici, a un'irreale o gentite o drammatica. Penso che certi suoi gesti, a volte così male interpretati, fossero nient'altro che le didascalìe del suo pensiero. Barbarella gli rammentava una donna da lui molto amata e, non so come, perduta. Realtà o immagine, non importa. Certo, mi fu caro, nella vita, ritrovare una amicizia che fosse al tempo stesso così, franca e così spirituale, così, dolce e così neutra. Essa ebbe molte pause, mai un'interruzione. 
Fui Mila per un segno del destino. lo ero, per il Poeta, il tipo di Mila e Mila era, per me, la creatura con cui, attendevo di rivelarmi. Bene incontrate, c'intendemmo come un amalgama. La tragedia era sgorgata di  pieno getto in diciassette giorni senza interruzioni, vena purissima, limpida fresca impetuosa. Tale ce Ia portò, leggendola, sul palcoscenico. Tale desiderò che prorompesse dalla voce degli attori, non veristica ma verace, non realistica ma istiniva. E tuttavia, ascoltar le parole della sua opera dagli attori, fu e restò, per lui, cosa tediosa, quasi, intollerabile. Evidentemente, egli era fatto per creare non per cercare la realizzazione. Un senso mortificante di oppressione, quasi di umiliazione, lo prendeva e teneva, allorché le creature del suo genio stavano per concretarsi in vesti voci aspetti fisici e - quali, che fossero - corporei. Non aveva doti di regista, ma pretendeva che gli attori, lo intendessero come per una osmòsi di sangue intellettuale. Di molte intenzioni, interpretazioni, esteriorizzazioni: rideva o sorrideva, né convinto né adattabile: ma tanta era la veste della cortesia, tanto potente la costruzione di tanto che si era imposta, da farlo assai più remissivo di quanto si potesse credere. Signore in un senso vasto e profondo, preferì restarlo a scapito di certe sue idee piuttosto che rinunciarvi per imporre la sua secreta maniera d'intendere e di rivelare. Quanto a me, mi apprestai ad essere Mila con I'aspra verità del mio temperamento. ln realtà, non so che dire della preparazione, perché vissi quei giorni come in un'assenza da me stessa. Le intonazioni del Poeta mi ferirono (non ho altra parola più precisa), sicché ancor oggi, io parlo in quella parte col tono e col ritmo di Lui. La sera della prima, al Lirico, io rimasi, sola e taciturna, preda della tragica vicenda, nulla vdendo o intendendo all'infuori, dell'amore, del martirio e del sacrificio e della fiamma che doveva affocarmi e finirmi. Affocata e finita rimasi, mentre I'entusiasmo agitava il teatro. Ero molto triste, piansi in un angolo, né so perché, se non per reazione nervosa. Qualcuno che m'abbracciò, non ebbe volto per me. Gabriele D'Annunzio seguì la straordinaria serata con olimpica tranquillità, sorridente, freddo, squisito di cortesie. La coscienza della sua forza gli dava un ferreo dominio. Non lo vidi a fine spettacolo, perché fuggii. Questa mia abitudine di fuga, non appena la folla invadeva o premeva o adulava, fu quasi la caratteristica dei nostri, rapporti, e forse ne fu il segreto fascino. Né gli chiesi mai nulla, né mai, mi tolse nulla. Ritrovarci dopo anni di silenzio e di lontananza era per noi come rivederci la sera seguente. Sempre cercava nel mio viso un segno di stranieri, profumi, nella mia maschera una partecipazione a quella delle sue eroine ideali, compresa la sorella di Elettra, nella mia taciturna solitudine una fraternità che gli altri non gli davano. Desiderò che io fossi anche Fedra. Venne a leggermi la tragedia insieme a Marco Praga, a Varese. Leggeva mirabilmente. Ma I'eroina non entrò nelle mie simpatie, dirò così fisiche. Volle che andassi a Milano, una sera, per riparlarne, combinare, decidere. Si fece tardi, io non ero in forze di tornare a Varese, ma non m'ero portata nulla. Mi forzò a restare a Milano, e volle prestarmi i suoi oggetti, di toeletta e... una sua bella camicia da notte, in seta. ln verità, io non la indossai. Ma l'ho ancora e la darò al Vittoriale. Tengo - di suo - la collanetta e lo smaniglio che volle mandarmi a Brescia, dove feci, La Città morta. Si doleva ch'io non gli dessi alcun cenno di volerlo vedere, nel suo Eremo, e, come è detto nella lettera dell'8 giugno 1925, mi nominava selvaggia e disdegnosa, pregando che Dio mi conservasse questa virtù nativa "che molto mi piace". Egli, sapeva come non fosse disdegno, se non d'essere postulante. Ma ricordava, dei nostri incontri, e colloquii, ogni particolare anche minimo, appunto perché sempre li aveva serbato intatti, e quasi inviolabili la nostra amicizia segreta e silente. Il lieve odore di solfo gll era rimasto nella memoria dal tempo - vent'anni - in cui la mia voce, che dovevo dare a Mila, s'era affiocata, sicché io dovetti, fare una cura sulfurea d'arque termali. In verità, e sebbene non ci fosse alcun rapporto, nemmeno simbolico, riconosco che I'odore di solfo poteva apparire una prefazione al mito di Mila, e quasì, un avvertimento. Nel secondo tempo della nostra conoscenza, non mi dette alcuno dei nomignoli che si compiaceva distribuire a persone del suo gran cerchio, come quello di suor Piràusta dato a mia sorella Emma. Ma un secondo nome, quasi per addolcire nella curva degli anni I'aspra fierezza di Barbarella. Mi chiamava Muriella con un secreto suo riferimento aI Trionfo della morte. Curvo e pallido lo rividi al Lirico di Milano, tanti anni dopo la splendida sera della prima di La figlia di Jorio. Coi fiori, col sorriso, con la grazia signorile e galante che sempre gli ho conosciuti. Ancora cercò sul mio viso, come un tempo lontano, il pallore caldo zingaresco, e i segni barbarici, e certe ombre selvatiche. Ultimi, tentativi di non morire. O forse primi accenni di saluto alla sua grande vita d'artiere, prima di dissolversi in musica pura.
IRMA GRAMATICA

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