La Tempesta (1983) Tino Carraro – Giulia Lazzarini

Il Piccolo Teatro della Città di Milano presenta al Teatro Valle di Roma:

La Tempesta (1983)

Di William Shakespeare

  • Interpreti principali: Tino Carraro, Mario Valgoi, Giulia Lazzarini, Luigi Ottoni, Franco Graziosi, Massimo Bonetti, Enzo Tarascio, Luciano Mastellari, Ferruccio Soleri
  • Traduzione: Agostino Lombardo
  • Musiche: Fiorenzo Carpi
  • Scena e Costumi: Luciano Damiani
  • Regia: Giorgio Strehler

 

Fotografie  di Luigi Ciminaghi

Link Wikipedia

Programma di sala (pagine 66)
  • Tutti i generi di Shakespeare (Gabriele Baldini)
  • Il genio Shakespeare (Mario Praz)
  • Fantasia e serenità ne "La Tempesta" (Silvio D'Amico)
  • Prospero o il regista (Jean Kott)
  • Shakespeare oltre la Tempesta (Giorgio Strehler)
  • Fotografie di Luigi Ciminaghi
Fantasia e serenità ne "La Tempesta"

In verità, non tutta l'opera di Shakespeare è ispirata ad una visione sempre identica; il poeta ha subito, evidentemente, un' evoluzione. Se, nei suoi primi trenta drammi, si dipinge un mondo che è ancora quello spiritualmente ordinato dalla Chiesa cattolica, e implicitamente giudicato coi criteri morali della tradizione, ad un certo punto è facile avvedersi che nel poeta sopravviene una crisi. Ci dice la sua biografia: crisi sensuale, il pervertito amore di cui si parla nei Sonetti; crisi famigliare, i dolori domestici, fra cui la morte del figlio e quella del padre; crisi soprattutto spirituali, la conoscenza dei filosofi italiani profughi a Londra, forse la lettura di Bruno, certo quella di Montaigne, e d'altri. È in questo periodo che il poeta, visibilmente smarrito dinnanzi ai problemi del dolore e del male, sprofonda nel dubbio e nel pessimismo più nero. E dalle desolazioni di Amleto e di Macbeth precipita all'orrore di Otello e di Re Lear (ecatombe in cui si accomunano colpevoli e innocenti). Il poeta superò poi questa crisi? Sì; ma non più in senso cristiano; bensì in senso filosofico e, diremmo, laico, con La Tempesta; ... Pare che lo spunto sia stato suggerito al poeta dal resoconto di un viaggio avventuroso di quel tempo: certi marinai inglesi, veleggiando per la Virginia, avevano naufragato nelle Bermude, ed erano rimasti dieci mesi in un mondo ignoto e misterioso, che la loro fantasia aveva popolato di spiriti e di diavoli. Shakespeare muove da questo episodio reale, per mettere in scena la favola di Prospero, tra filosofo e mago, dominato re degli spiriti buoni e cattivi, guida alla saggezza e alla serenità; vi pone in essere il contrasto tra Calibano, mostro malvagio, e Ariele, dolce spirito celeste; vi intreccia una nuova e brillante storia d'amore, effusa in dialoghi soavissimi; conduce e conchiude le fila dell' avventura, accompagnandole con un sorriso indulgente e veggente. Dopo il lungo viaggio compiuto dal drammaturgo negli oceani della storia e della leggenda, tra il fragore delle umane passioni, odii e amori, dubbi e gelosie, glorie e delitti, Shakespeare uomo del Rinascimento qui si riposa, non come Dante cristiano in una visione beatificata, ma in una trasparente fantasia di fiaba: dove, con occhio consumato dall' esperienza ricontempla, alla pacata luce di un vigile ottimismo, la via accettata, giustificata e amata.

Silvio D'Amico da "Storia del teatro drammatico".

 

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