Messa di Requiem (1980) – Montserrat Caballè

Arena di Verona presenta:

Messa di Requiem (1980)

Per soli coro e orchestra. Musica di Giuseppe Verdi

  • Solisti: Montserrat Caballè, Brigitte Fassbaender, Veriano Luchetti, Ruggero Raimondi 
  • Maestro Concertatore: Riccardo Muti
  • Maestro del coro: Corrado Mirandola

 

Fotografie 

Link Wikipedia

1. Caballè 2. Luchetti 3. Raimondi 4. Muti 5. Mirandola

Programma di sala (pagine 120)
  • Le ragioni di una scelta (Giuseppe Brugnoli)
  • La morte universale (Massimo Mila)
  • Messa di Requiem
  • Stagioni all'Arena dal 1913 al 1979
  • La Stagione Lirica 1980
  • Fotografie
La morte su scala universale

Se il Requiem di tipo tedesco consiste principalmente in una meditazione sulla morte, la Messa di Requiem verdiana ci dà piuttosto il dramma, realistico e crudele, della morte. Questa era sempre stata presente nelle opere di Verdi, e sul «Todesproblem», sul problema della morte nella sua drammaturgia, un tedesco ha potuto scrivere un libro, dal quale la considerazione della Messa di Requiem è esclusa. E nelle opere verdiane la morte è una specie di ferro del mestiere drammatico, un ineluttabile evento naturale, che, come necessario deus ex machina, viene a tagliare i nodi e a risolvere le intricate situazioni in cui gli uomini si sono cacciati per effetto delle loro passioni. Ora nella Messa di Requiem, e particolarmente nel Dies irae, è tutto il genere umano che si comporta come i personaggi verdiani, e stramazza fulminato, come selvaggina stroncata di colpo dall'improvvisa palla di fucile, passando di punto in bianco dal calore d'una vita intensissima al gelo della morte. Più d'una volta il pessimismo di Verdi gli aveva suggerito epicedi dove la morte è sentita come un approdo consolatore, un'alternativa preferibile all'asprezza del vivere. Ma si tratta per lo più di personaggi femminili e vinti. «La tomba è un letto cosparso di rose», canta Luisa Miller. «Lassù in cielo, vicino alla madre, in eterno per voi pregherò», è il congedo di Gilda. E il duetto finale dell'Aida è il documento più insigne di questo tema della «felicità nella morte»: «Si schiude il ciel». Non sarebbe facile dire altrettanto della Messa di Requiem, dove il cielo che si schiude è tempestosamente solcato di fulmini e grave di nubi minacciose. Pure, il solo fatto di essersi proposto la rappresentazione della morte su scala universale, a livello del genere umano, anziché d'un singolo personaggio individuato, costituisce già un principio di meditazione: anche la ribellione è un tipo di risposta all'interrogativo supremo. E nella misura in cui vi si affaccia la riflessione sullo scopo e il senso del nostro fare, del nostro soffrire, alla luce della loro brutale estinzione nella morte, consiste il momento religioso della Messa di Requiem verdiana. In questo senso è vera l'affermazione, lì per lì sorprendente, di Pizzetti, che «quel pensiero e quel proposito di Verdi, di dedicare alla memoria di Rossini una Messa di Requiem, furono l'espressione di un sentimento profondissimo del quale prima d'allora Verdi stesso non aveva mai avuto la precisa coscienza o non aveva sentito la forza inspiratrice». Si può immaginare come la scomparsa di Manzoni, l'unico «santo» del suo calendario, avesse avvalorato quest'ordine di meditazioni, che però in quegli anni venivano prendendo piede in Verdi, anche senza bisogno di dolorose sollecitazioni esterne. E' noto infatti che il lavoro della Messa di Requiem era proseguito quasi clandestinamente, dopo il tramonto del progetto d'una composizione collettiva dei musicisti italiani in memoria di Rossini (1869), e prima che la morte del Manzoni (1873) venisse a proporre una nuova occasione. In questo senso la Messa, pur con le sue note aperture di parentela melodica verso certi passi esotico-sacerdotali dell'Aida, sembra la continuazione del grande monologo di Filippo II nel Don Carlos. Filippo è il primo personaggio verdiano che invece di essere troncato dalla morte, si mette a pensarci sopra, pur senza esserne immediatamente minacciato. Ma certo, di questa meditazione sulla morte che pur sotto il segno della ribellione nella Messa di Requiem s'avvia, l'uomo è il protagonista; e la terra, la vita ne è il punto di vista. L'altro termine, il «Rex tremendae maiestatis», incombe nel mistero della sua onnipotenza come antagonista. Esso è reso angusto e realmente venerabile dalla sua stessa grandezza e dalla sua forza, secondo quel fenomeno alfieriano di ammirazione irresistibile per la maestà del tiranno, che a Verdi fece modellare la figura di Filippo II, o quella del vecchio Fiesco. «Verdi - aveva scritto con finezza il Prunières - ci mette sulla prossimità d'un presentimento d'eterno. Ma non ci libera dal nostro destino terrestre; alla fine, dopo lo slancio del Libera me, sembra anzi che la vita sia intensificata dalla morte». Per questo, e pur senza dimenticare i valori di speranza, di consolazione, e anche di vero e proprio raccoglimento in devozione che s'incontrano nel Kyrie, nell'Agnus Dei e in seno ai ripiegamenti dello stesso Dies irae, la Messa di Requiem consiste principalmente nel Dies ira e, col suo incubo michelangiolesco del giudizio finale: lo spettacolo dei piccoli uomini che levano i pugni protervi contro un cielo oscuro di minacce. L'uomo verdiano, così saldamente insediato nell'operosità di un universo terrestre, ha scarsa familiarità con gli argomenti della fede, e anche del raziocinio concettuale. Per questo la meditazione sulla morte gli si configura come un interrogativo senza risposta. Questo «perché?» è la Messa di Requiem e in particolare il Dies irae. Quando s'era saputo che il Manzoni, poco prima di morire sopraffatto dal dolore per la perdita del figlio primogenito, era entrato in uno stato di ottenebramento mentale, Verdi aveva commentato: «Quell'altissima mente che si spegne!... Ciò è tremendo! La mente di Manzoni spenta! E la Provvidenza? Oh! se vi fosse una Provvidenza credete voi che scatenerebbe tante sventure sulla testa di un Santo?». Queste parole, «che potranno magari parere blasfeme ai bigotti, ma che sono piene di tragica angoscia», sono state opportunamente ricordate, e possono dare un'idea delle tempeste interiori da cui è nata la Messa di Requiem nelle solitarie meditazioni di Santa Agata. Forse bruciava ancora il ricordo delle sventure giovanili, che in due anni lo avevano privato della moglie e dei figli.

MASSIMO MILA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *