Nabucco (1946) Lucia Turcano – Mario Binci – Gino Bechi

Teatro alla Scala di Milano presenta:

Nabucco (1946)

Dramma lirico in 4 parti di Temistocle Solera - Musica di Giuseppe Verdi

  • Interpreti principali: Lucia Turcano (Abigaille) Mario Binci (Ismaele) Gino Bechi (Nabucco) Cesare Siepi (Zaccaria) Fedora Barbieri (Fenena)
  • Maestro Concertatore: Tullio Serafin
  • Regia: Alessandro Sanine
  • Maestro del coro: Vittore Veneziani
  • Bozzetti: Guido Marussig
  • Direttore allestimento: Nicola Benois

 

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Programma di sala (pagine 20)
  • Introduzione (Riccardo Malipiero)
  • Argomento
  • Interpreti
  • Associazione "Amici della Scala"
  • Fotografie
Introduzione

Ci sembra non sia possibile ormai considerare Giuseppe Verdi se non come fenomeno di costume: Verdi musicista, Verdi drammatico, Verdi lirico e tutti gli altri aspetti che l'amore degli uomini ha a poco a poco disvelato non sono che le diverse facce di una entità che ormai è storia e quindi costume. Verdi è l'800, quell'80o nato sul sorriso di Rossini, sul lirismo di Bellini, sulla previsione drammatica di Donizetti. Ma mentre questi sono gli abbozzi, i padromi dell'ultimo secolo romantico (è consuetudine collocare e comprendere il romanticismo nel secolo scorso, mentre in realtà ha radici ben più profonde e lontane), Verdi è la sintesi finale e definitiva, è l'apogeo del romanticismo: dopo di lui non potrà essere che degenerazione del romanticismo o inizio di un controromanticismo. La degenerazione c'è stata col teatro verista, con la veste cioè più antimelodrammatica che possa esistere: melodramma infatti significa abbandono alla fantasia più libera; il melodramma più sarà vero quanto più sarà liberato a se stesso, a sue intime e particolari ragioni che nulla hanno a che vedere con la verità quotidiana che raramente è lirica o drammatica (termini spesso confusi con sentimentale e tragico che sono realtà della quotidiana vita umana) e raggiunge allora l'eroismo, fatto cioè al di là del quotidiano. E Verdi, superati i primi anni e le prime opere che forse, per quanto chiara e attenta possa essere la critica, non potremo mai giustamente valutare (istinto o riflessione, arte o mestiere, partecipazione o adattamento ad un mondo extramusicale), va contro ogni forma di verismo nell'intento d'inventare un mondo particolare: il teatro musicale. È il costume del secolo: tutto l'800 italiano è nel teatro d'opera. Il grido «Viva Verdi» con la significazione che tutti sanno è la sintesi della storia italiana del Risorgimento. Perchè in definitiva tutta la storia dell'800 italiano (e la storia non è solo seguito di rivoluzioni e guerre e governi, ma è sopra tutto progresso dello spirito) è il Risorgimento, cioè sforzo di liberazione d'un intero popolo da una condizione di schiavitù e tentativo di ritrovamento d'un valore perduto: il valore dello spirito. Ed è sintomatico che, nato nello stesso anno, un altro musicista, Riccardo Wagner, dia al suo paese, la Germania, il suo ultimo grande melodramma. Ma è bene dir subito quale immensa differenza sta tra Verdi e Wagner: il nostro è il genio multiforme della razza più poliedrica: santi e transfughi, tiranni e poeti, eroi e Lazzaroni, mai tanta copia e di così eccelsa esemplificazione, è stata in altro Paese. Verdi è tutto questo ed in ciò è la sua immensa genialità: nell'aver non solo partecipato, ma essersi trasfigurato nel suo personaggio diventando egli stesso ciò che di più intimo e attivo è in ogni figura: Rigoletto e Lady Macbeth, Violetta, Otello o il Coro del Nabucco sono altrettante trasmigrazioni vitali di Verdi nella tragica infamia del buffone, nell'ambiziosa perfidia, nell'ingiustizia sociale contro l'etera redenta, nella furibonda gelosia, nell'oppressione del popolo. Ma tutto ciò visto non dall'artigiano-artista! obbiettivamente, ma volta a volta vissuto soggettivamente dall'uomo-artista che appunto condensa in sè il genio della razza. Wagner (non minor genio della sua razza, ma ad esaminarlo ora s'andrebbe troppo lontani) è per contro una volta soltanto partecipe di un dramma: in Tristano e Isotta. Lì il quoziente umano s'impone su quanto di esterno, per così dire, è in tutto il resto del suo teatro. I suoi personaggi restano pur sempre figure di un dramma più pensato, se si può dire, che vissuto; non acquistano mai quella forza drastica del personaggio che si delinea chiaro, netto, essenziale con poche note (la parola, il colore, l'intero mondo del musicista), con un getto di melodia (tremenda parola che ha pregiudicato un intero periodo di storia della musica) che poi muterà, ma che serberà intatto l'intimo del personaggio. Wagner no: egli codifica il leit-motiv sino a farlo diventare un documento d'identificazione del personaggio che (naturalmente il nostro discorso ha valore se inteso oltre l'immediata apparenza delle parole) sembra raffreddato su questa caratterizzazione talvolta anche bellissima, ma distante da quella partecipazione della vita del personaggio che ci sembra la ragione del melodramma. Verdi, abbiamo detto, è la sintesi musicale dell'800 italiano. Egli vive il rigurgito del Risorgimento e poi, questo finito o comunque superato dalla sua fase più idealmente dinamica, se ne va per la sua strada ad inventare il vero.

NABUCCO. Il personaggio di quest'opera è il coro, termine teatrale che sta per popolo: il popolo ebreo, schiavo degli assiri, soffre per la libertà perduta. Verdi nella sua immediata percezione drammatica, punta su questo personaggio che trova in lui certamente la rispondenza col popolo italiano che cova il suo fuoco di libertà. Inutile guardare al comportamento musicale di questo coro; la coralità musicale comunemente intesa non esiste: v'è una melodia cantata dal coro che non sa e non può scindersi in tante individualità essendo tutto e soltanto così, in massa, un'individualità ben precisa. Così dev'essere inteso, in ciò ha la sua ragione drammatica ed in esso è la reale ragione dell'opera. Il resto sembra secondario; appartiene alle necessità di stesura del melodramma. Nabucco è la riprova della partecipazione di Verdi al Risorgimento che nel suo manifestarsi potrebbe avere effimero valore se non segnasse (c ciò è più intimamente importante per la figura dell'artista) una sorta di personale risorgere anche del musicista: dopo il primo successo dell'esordiente operista (Oberto Conte di S. Bonifacio, 1839) una tragica, mortale raffica lo priva della moglie e dei figli. Poi il fiasco della seconda opera (Un giorno di regno, 1840) lo abbatte moralmente, isolandolo in una sorta di abbrutimento spirituale. Quando, apparentemente quasi suo malgrado, s'accinge al Nabucco, sono in lui le forze compresse dal dolore c dalla volontà di rinascere. Ed è l'immenso successo suo, nel canto degli Ebrei, che sembra essere la speranza di liberazione dell'intero popolo italiano.
RICCARDO MALIPIERO

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