Nabucco (1958) Anita Cerquetti – Gianni Poggi – Ettore Bastianini

Teatro alla Scala di Milano presenta: 

Nabucco (1958)

Dramma lirico in 4 parti di Temistocle Solera - Musica di Giuseppe Verdi

  • Interpreti principali: Anita Cerquetti (Abigaille) Gianni Poggi (Ismaele) Ettore Bastianini (Nabucco) Cesare Siepi (Zaccaria) Giulietta Simionato/Fiorenza Cossotto (Fenena)
  • Maestro Concertatore: Antonino Votto
  • Regia: Mario Frigerio
  • Maestro del coro: Norberto Mola
  • Bozzetti e Figurini: Salvatore Fiume
  • Direttore allestimento: Nicola Benois

 

Fotografie 

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Programma di sala (pagine 24)
  • Prima rappresentazione 1 giugno 1958
  • "Va pensiero" (Emilio Radius)
  • Argomento
  • Interpreti
  • Fotografie
"Va pensiero..."

Bisognerebbe vivere con la fantasia all'inizio del 1842, quando Bellini era già morto da tempo, a Donizetti restavano pochi anni di lucidità mentale e di vita; e il teatro melodrammatico italiano rischiava di ridursi, come oggi, al vecchio repertorio. Un certo Verdi aveva fatto rappresentare due opere, la prima, Oberto conte di San Bonifacio, con un discreto successo; e la seconda, Un giorno di Regno, con esito disastroso: si poteva vedere in lui il dominatore del nostro teatro d'opera di domani? No di certo. Credevano in Giuseppe Verdi poche persone; ed eccettuato l'impresario Merelli, tutte oscure. La robusta originalità di Verdi fu dunque rivelata improvvisamente dalla sua terza opera, Nabucco, la sera del 9 marzo 1842, alla Scala. Veramente parlare di robusta originalità, è troppo poco: quella sera, con quella rappresentazione a cui partecipò il soprano Giuseppina Strepponi, la futura moglie di Verdi, fu rivelato un genio. Nel Nabucco infatti c'è già il genio di Verdi, cresciuto nella solitudine e nel buio, manifestatosi con tale rapidità e violenza che, prima di conquistare il pubblico, rapì i cantanti, i suonatori, i coristi, perfino gli umili operai dello spettacolo. Verdi diventò un grand'uomo alle prove. Il Nabucco fu subito detto una diavoleria, cioè un colpo di genio prepotente. È rimasto in realtà quel che si disse allora; anche se è passato tanto tempo, e le condizioni del nostro paese sono così diverse in tutto, e le estetiche si sono seguite alle estetiche. Siamo nel 1958. La Scala riprende ancora una volta il Nabucco. Il Nabucco è come un antico castello insigne, di quelli che oggi diciamo inabitabili o almeno molto scomodi, onerosi, maledettamente imbarazzanti. Sappiamo tutti che appartiene al patrimonio d'arte della Patria e che è il primo capolavoro di Verdi; ma non siamo persuasi tutti che è un'opera viva in modo ancora cocente, musica che serba intatta la sua forza di ribellione all'inerzia spirituale, esempio di irredueibile originalità nazionale. L'Italia aveva il sereno romanticismo manzoniano. Le occorreva, alla vigilia del suo Risorgimento, un più acceso romanticismo. Le ci voleva questo esplosivo Nabucco. Il Nabucco, per intendersi, deriva la sua energia dai più drammatici scorci donizettiani e belliniani; ancora di più, dal Rossini grave e corruseo; forse anche, per vie misteriose, dal gran talento profetico di Cherubini; e a tutto ciò aggiunge una arcana furia rimasta latente per secoli nelle pieghe dell'anima italiana, covata nell'umiliazione e nel dolore dalle plebi delle città e delle campagne, liberatasi con uno strappo ad ogni vincolo accademico od aulieo. Dopo la selvaggia e pur serafica sinfonia, irresistibile misto di furore, di angoscia e di speranza, non poteva levarsi che la voce del coro, il coro doveva precedere così i singoli interpreti, per uomini e artisti come Verdi la voce del popolo era davvero voce di Dio. Alla irruzione del 'tutti' seguono i soli bassi accompagnati da quegli ottoni che fanno rimescolare, penso, il sangue a Stravinski; e ai bassi le sole donne in preghiera trapuntata dalla sacra arpa e dai non profani flauti: "Gran Nume, che voli sull'ali dei venti, - Che il folgor sprigioni dai nembi frementi". Siamo nell'interno del Tempio di Gerusalemme; ma par di essere sotto un cielo travagliato dai venti, al chiuso e all'aperto nello stesso tempo, in un gioco di echi variamente incerti. È il crucciato e libero mondo di Verdi, dove solo la donna fa l'effetto che faceva su Saul l'arpa di Davide. Ed ecco il primo grande personaggio, il sacerdote Zaccaria che viene a rassicurare il coro nel nome del Signore. La sua voce di basso s'innalza come una colonna di fuoco. Le sacre passioni della Bibbia rafforzano il sentimento di un'altra Patria afflitta. Ogni accento qui è straordinariamente sincero. L'eco ne è infallibile. Un soffio di gagliarda persuasione scuote il vecchio ritmo e ne trae qualche cosa di nuovo. "Nei tuoi servi un soffio accendi, - che dia morte allo stranier" canta Zaccaria; e la logora convenzione va in pezzi con fragore, come succederà poi tante altre volte nelle opere di Verdi. Non c'è invero opera di Verdi dove non si senta rumore di cocci. E la sua singolare veemenza. È il suo modo spiccio di rinnovare. È anche quella che fu ed è ancora detta la sua volgarità. Egli non procede sempre lungo la strada maestra, ma prende spesso le scorciatoie, salta dai dirupi come il suo bandito Ernani, appare stralunato ai musicisti dotti e alle persone colte. Senonché, mentre sotto il burrascoso panneggiamento della maggior parte degli altri romantici troviamo oggi scarso corpo, sotto l'abito sommario di Verdi guizzano ancora muscoli poderosi. Nel 1842 bastò la prima scena del Nabucco a rivelare il genio di Verdi; e si capisce: tutto attorno non c'era che materia infiammabile. Oggi è necessario assistere con attenzione all'intero spettacolo, sopportare dapprima l'ingenuità e poi intuire la freschezza delle scene d'amore di Fenena e di Ismaele, tollerare la fiera grandezza di Abigaille, attendere l'ingresso di Nabucco ed esserne in un primo momento delusi. C'è stata e c'è una crisi di questo potente personaggio, Nabucco. Crisi di popolarità. Perfino i più risoluti ammiratori della terza opera di Verdi non gli riconoscono che qualche dote. Nella seconda metà del secolo ventesimo Nabucco è meno compreso di Ernani, dell'eremita dei Lombardi, di Macbeth e di Lady Macbeth, di Attila. È il più misconosciuto dei personaggi primitivi di Verdi. lo spero che queste e le altre rappresentazioni dei prossimi anni serviranno a rimettere Nabucco sul suo tremendo trono. È un'impresa che merita di essere compiuta. La parte di Nabucco è relativamente magra nella sua stessa grandiosità. Ecco una delle cause della sua attuale impopolarità. Zaccaria, non di rado, ha apparentemente più importanza del suo nemico. Le sue frasi sono più umane, si spiegano con maggior rotondità, hanno sempre del patetico nel solenne. Ma l'originalità musicale del sacerdote di Ismaele è meno forte di quella del Re di Babilonia. Questi è forse un abbozzo, ma un abbozzo michelangiolesco, una figura simile a quelle della Pietà non uscite del tutto dal marmo. Per cogliere i rari ma sicuri accenti geniali di Nabucco, ci vuole un orecchio spregiudicato nel senso soprattutto di sgombro. Per mettere in rilievo come si deve la figura di Nabucco, è necessario farIe attorno il vuoto al momento giusto. L'impareggiabile grandezza di questo personaggio è fulminea, saltuaria, contraddetta dal convenzionale, ostacolata dall'insieme dello spettacolo. Consiste in poche parole, pochi suoni, pochi atti. È un'immagine che balza addosso e subito si ritrae, scompare, riappare. Ora è corpo ed ora è ombra evocata a stento. Ha del terribilmente realistico ed ha del larvale. Sta a cavallo tra il vero e l'irreale. Anticipa le apparizioni del Macbeth e certe trasfigurazioni infernali del "Dies Irae" della Messa. lo avverto in essa, ma capisco benissimo che nessuno voglia seguirmi su una strada simile, la folgorazione fonica del Don Giovanni di Mozart. Dico soltanto: badate bene, la grandezza di Verdi è maggiore di quel che noi possiamo immaginare a poco più di mezzo secolo dalla morte del compositore. Essa ci farà altre sorprese, e non poche, e non piccole. Si può dire qualche cosa d'altro: il personaggio di Nabucco preannuncia le più ambiziose concezioni di Verdi, le scespiriane, quelle della gloriosa vecchiaia; e ci fa deplorare di nuovo il fallimento della gigantesca impresa del Re Lear. Sotto questo aspetto è considerevole specialmente la parte della opera intitolata 'L'idolo infranto': il sapore, il risveglio di Nabucco, il pentimento e la preghiera al Dio degli Ebrei; poi il coro che canta la infinita potenza del Signore. Ben più note, più familiari, sono le bellezze risorgimentali del Nabucco, state sempre appunto palesi: le implorazioni del popolo oppresso, le arie liberatrici, i canti profetici, soprattutto l'ascesa collettiva del coro "Va pensiero... ". Questo sublime coro non va avulso, nemmeno con la fantasia, dal contesto della scena delle sponde dell'Eufrate e dell'intera terza parte dell'opera. E l'anima stessa del Nabucco. Incatenati, costretti ad un lavoro da schiavi, gli ebrei tornano col pensiero alle pure delizie della Patria sì bella, la paragonano alle presenti angustie, si umiliano e, dal fondo dell'abisso, alzano a poco a poco gli occhi al cielo e a un futuro migliore. È una melodia larga, avviluppante, trascendente; primavera che minaccia tempesta e promette, di là della tempesta, un bel tempo stabile. È sempre motivo di meraviglia l'effetto che Verdi ottiene con tale coro partendo così pianamente dall'unisono a mezza voce. A simile semplicità e potenza di sviluppo non ci si abituerà mai: se ne è invariabilmente sorpresi, commossi, turbati, entusiasmati; come successe ad un critico, il Mazzucato, durante la prima rappresentazione. Ciò che vuole esprimere, Verdi lo esprime qui immediatamente, continua ad esprimerlo a lungo senza uscire dalla sobrietà, ci porta tutti in alto senza fatica sua e senza stento nostro. Il distacco dalla realtà contingente è spontaneo e facile come le prime parole del coro, assolutamente consentanee al sorgere della melodia "Va, pensiero, sull'ali dorate...". La linea melodica ha la risolutezza dell'arcobaleno; ma tutto attorno il cielo trasalisce ancora. Fremiti, lamenti, presagi di rivincita e di giubilo. Improvvisamente splendido, tra gli indizi favorevoli, lo sfavillare "dell'arpa d'or dei fatidici fati", che pure pende ancora muta dal salice. E impossibile non paragonare il Nabucco all'ora che precede l'alba e poi all'alba stessa. La sua è una musica bruna con riflessi e sprazzi di luce. C'è in essa qualche cosa di rimasto troppo a lungo inespresso, di irregolare e temuto, di scongiurato invano, di celliniano e di caravaggesco nel senso in cui questi altri eccezionali artisti italiani ebbero il coraggio di romperla con tradizioni divenute pavide. Tre eroi del contrasto e del chiaroscuro. In verità Verdi, specialmente quand'era giovane, non scriveva musica a regola d'arte ma secondo l'istinto dei grandi ribelli della nostra terra; e se amò, pianse, cantò per tutti, amò, pianse, cantò nondimeno a modo suo. Della sua selvaggia originalità di idee e di sentimenti il Nabucco resta l'esempio più aggressivo, malgrado la crescente celebrità del Trovatore.
EMILIO RADIUS

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