Nabucco (1966) Giangiacomo Guelfi – Elena Suliotis – Gianni Raimondi

Teatro alla Scala di Milano presenta: 

Nabucco (1958)

Dramma lirico in 4 parti di Temistocle Solera - Musica di Giuseppe Verdi

  • Interpreti principali: Giangiacomo Guelfi (Nabucco) Elena Suliotis (Abigaille) Gianni Raimondi (Ismaele) Gloria Lane (Fenena) Nicolai Ghiaurov (Zaccaria) Giovanni Foiani (Il Gran Sacerdote)
  • Maestro Concertatore: Gianandrea Gavazzeni
  • Regia: Franco Enriquez
  • Maestro del coro: Roberto Benaglio
  • Scene e Costumi: Nicola Benois
  • Direttore allestimento: Nicola Benois

 

Fotografie 

  • 1. Guelfi 2. Suliotis 3. Raimondi 4. Lane 5. Ghiaurov 6. Foiani 7. Gavazzeni 8. Enriquez
Programma di sala (pagine 48)
  • Prima rappresentazione 7 dicembre 1966
  • Introduzione (Guglielmo Barblan)
  • Argomento
  • Interpreti - Bozzetti scene
  • Fotografie
Introduzione (Guglielmo Barblam)

La storia, quasi fiabesca, della nascita di Nabucodonosor è arcinota anche al più sprovveduto orecchiante verdiano. Ed è storia del tutto attendibile perchè svelata in una delle rarissime confidenze autobiografiche che Verdi ci ha lasciato in quel particolareggiato e lungo racconto rievocativo che diresse a Giulio Ricordi nel 1879; negli anni cioè in cui iI Maestro stava avvicinandosi alla settantina allorché le memorie del passato sono più vive e fresche e pressanti che non quelle del tempo presente. Tutti conoscono dunque sia la decisione risoluta e quasi caparbia del Maestro, di non voler più sentir parlare di teatro dopo aver subito il terribile colpo della famiglia distrutta dal morbo in pochi mesi, e dopo aver sofferto l'ingeneroso fiasco scaligero di Un giorno di regno; e sia l'improvvisa illuminazione esplosa al contatto col libretto di Temistocle Solera dal titolo Nabucodonosor (l'opera si intitolerà definitivamente Nabucco soltanto nel 1844 in occasione di una ripresa a Corfù), di cui il furbissimo impresario della Scala Merelli gli aveva prepotente e providezzialmente imposto la lettura.  Anzi' la prima scintilla a cui dobbiamo la rivelazione della personalità verdiana - lo afferma il Maestro - il famosissimo verso: "va, pensiero, sull'ali dorate" destinato a dar vita alla pagina più popolare dello spartito. Dai quattro atti del libretto - aggiungeva Verdi - "ricevetti una grande impressione, tanto più che erano quasi urta parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre". Temperie biblica (i temi della patria oppressa e della riscossa nazionale saranno richiami ideali che si affiancheranno e s'innesteranno durante il trionfale cammino dell'opera come concomitante e profetico addentellato storico) fu dunque quella che turbò e scosse l'animo del musicista, al punto da non lasciarlo dormire nella notte del dicembre 1840 in cui avidamente lesse e rilesse il testo del Solera. Temperie biblica non inconsueta nell'esperienza melodrarnmalica - il rossiniano Mosè n'era un esempio non lontano - ma che alla mente di Verdi, allora affascinato dall'assidua lettura dei testi sacri, assumeva toni di acerbe violenze e di contrasti grandiosi e di impreviste aperture umane, che all'artista stesso svelavano l'insospettato urgere del proprio istinto drammatico. E da credere che la figura di Nabucodonosor non riuscisse nuova al giovane lettore dell'Antico Testamento dove, attraverso il secondo libro dei Re' (cap. 24 e25), quel nome, circondato di terrore per la sua efferatezza, campeggia nell'assedio e nella distruzione di Gerusalemme corne il sinistro responsabile della spoliazione del tempio, dei massacri e delle deportazioni in massa; insomma dello spietato genocidio dei figli di Giuda i cui superstiti soffrirono poi la lunga cattività di Babilonia. Ed è anche da supporre che le stesse scene Verdi le avesse conosciute nelle cupe pagine del profeta Geremia, in particolare nelle tragiche Lamentaziani, e che quel pauroso dramma di popolo e la tristezza dell'esilio lo avessero poeticamente colpito attraverso lo stupendo salmo 136 ("Super flumina Babylonis illic sedimus et flevimus"), se Ia parafrasi di quel salmo, ora offertagli dal Solera con i versi del "Va, pensiero", era stata capace di risvegliare in lui la sopita volontà e di eccitargli subitamente la fantasia sovrana. Ma il giovane cornpositore, dal momento che si dilettava di letture bibliche, sarà anche stato edotto - tramite le pagine di Geremia e di Ezechiele - del fatto che le inaudite gesta del re caldeo altro non erano che l'avverarsi della volontà di Dio tesa a far ricadere sul popolo d'Israele il tradimento del suo re Sedecia... (continua)

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