Scenario 1939 Numero 01 – Andreina Pagnani – Italia Vitaliani

Gennaio 1939 - Anno VIII - Numero 1

SCENARIO lo spettacolo italiano

Rivista mensile delle arti della scena - Direttore Nicola De Pirro - Rizzoli & C. - (Ed. Milano - Roma)

  • In questo numero:
  • VENT'ANNI il testo completo della commedia in tre atti di Sergio Pugliese - Un'attrice senza pace "Italia Vitaliani" (di Mario Corsi) - Spettacolo non è sempre teatro (di Corrado Pavolini) - Appunti per una biografia: Francesco Cilea (di A. Della Corte) - Come s'entrava in arte ai miei tempi (di Ernesto Sabbatini)
  • In copertina: Andreina Pagnani nella "Dodicesima notte" (Foto Barzacchi) 

 

Articoli: Italia Vitaliani nel 1899 - nel 1915 - una delle ultime fotografie
Un'attrice senza pace: Italia Vitaliani

Italia Vitaliani è morta il 7 dicembre scorso a Milano. Aveva 72 anni: ma pochi della generazione d'oggi la ricordavano e pochissimi oramai sapevano che cosa essa fosse stata nel teatro italiano. Da più di un ventennio era un'esule dalle nostre scene, e le sue ultime fugaci riapparizioni alla ribalta nel 1922, al Teatro Costanzi di Roma, per una recita straordinaria di Casa paterna di Sudermann, nel 1929 al Lirico di Milano, nella Maria Stuarda di Schiller, e nel 1931, in varie città, nella parte della madre di Napoleone, in Campo di Maggio di Forzano non bastarono a farla conoscere intimamente al gran pubblico per quello che essa era e aveva rappresentato nella scala dei valori della nostra scena di prosa. Povera Italia Vitaliani! La fortuna le fu accanto solo a sbalzi. Forse intorno a lei e all'arte sua non fu pronunciato mai un giudizio definitivo, giusto e veramente concorde. La donna e l'attrice si videro a volta a volta esaltate e criticate con eguale violenza. A creare una grigia e fredda zona, se non di ostilità, almeno d'incomprensione tra lei e la massa del pubblico, dovette contribuire senza dubbio lo stesso carattere della Vitaliani, un po' strano e irrequieto, indipendente sempre, ruvido e scontroso, solitario e taciturno, sdegnoso di ogni lode mercanteggiata, e smisuratamente fiero. La gente di teatro ripeteva di lei: "Non è un'attrice commerciale. Non comunica col pubblico". Effettivamente, commerciale non era, se per commercialità si vuole intendere, in fatto d'arte, quelle qualità che attraggono e soprattutto dilettano la folla che rappresenta solo la misera e pur titanica mediocrità collettiva. Difatti, l'arte d'Italia Vitaliani mirava ad elevarsi sul livello comune e fatta di intuizioni sottili e umanamente preziose di non facile valutazione, si rivolgeva piuttosto alla conquista di spiriti eletti. Non bisogna però credere che a Italia Vitaliani siano costantemente mancati il favore e la comprensione del pubblico. Essa ebbe anzi periodi di notevole fortuna e riconoscimenti entusiastici in Italia e più ancora all'estero, dove a volte si vide avvicinare, o addirittura contrapporre a Eleonora Duse. Italia Vitaliani era nata a Torino il 20 agosto 1866 da una famiglia di comici. Sua madre era una Duse, zia di Eleonora. Italia esordì appena tredicenne nella Compagnia di Annetta Pedretti. Passò poi in quella di Luigi Bellotti-Bon e di Virginia Marin in qualità di "seconda amorosa"; e più tardi salì al ruolo di "prima attrice giovane" con lo stesso Bellotti-Bon: Nel 1883 fu per un anno nella grande Compagnia Nazionale. Successivamente fu accanto a Cesare Rossi, di cui era già prima attrice sua cugina Eleonora Duse; poi nella Compagnia Pasta; e in questa assurse finalmente al ruolo di "prima attrice" a vicenda con Virginia Marini. Dal 1892 in poi recitò in altre Compagnie primarie, compiendo parecchi viaggi all'estero, e assentandosi a volte dalle scene per lunghe inesplicabili parentesi. Finché, nel 1920, rimasto vacante il posto di direttore della Scuola di Recitazione di Firenze, per la morte di Luigi Rasi, essa fu chiamata a quella direzione, e nel 1924 succedette a Virginia Marini nella Scuola di Recitazione di Roma, rimanendovi fino a tutto il 1926. Il riavvicinamento che taluno volle fare, di tanto in tanto, di questa attrice a Eleonora Duse, con cui la Vitaliani di preferenza ebbe in comune il repertorio, non fu il più delle volte un elogio. Alla Vitaliani si rimproverava da molti di imitare la Duse perfino in certi toni nasali della voce e in certi impeti caratteristici. Rimproveri ingiusti, perché il sentimento umano e la passionalità vibrante di Italia Vitaliani erano di natura schietta, come schietti, sempre, erano del pari i suoi difetti. Attrice tradizionalmente italiana per la improvvisazione pronta, per la esatta intuizione dei personaggi, per la complessa visione e per l'abbandono della sua anima nelle sue interpretazioni, pur non disponendo, al pari della Duse, di grandi mezzi scenici, vale a dire di figura e di aspetto imponenti e nemmeno d'una voce melodiosa, riusciva col suo temperamento drammatico a sentire e ad esprimere in modo singolare e vigoroso certi personaggi della tragedia e ancor più del dramma moderno, senza sforzo scolastico, con una umanità sincera. ma contenuta, attraverso sfumature femminili che talvolta sfuggivano alle masse e perfino agli occhi di un esperto. Attrice della fine dell'Ottocento e dei primi di questo nostro secolo, Italia Vitaliani fu naturalmente l'interprete del teatro romantico-borghese-verista del suo tempo; e riuscì a dare carne ed anima anche a fantocci di stoppa, quali erano alcune acclamatissime eroine dei drammi di Sardou. A dare la vera misura della sua schietta ed umana personalità femminile cominciò proprio in Fernanda. Poi, la sua passionalità e la sua sincerità si affermarono in Cause ed effetti di Ferrari, ne L'avvenire di Ancey, nella Principessa Giorgio di Dumas, nella Rozeno di Camillo Antona Traversi, nella Moglie ideale di Praga, nella Signora dalle camelie di Dumas, nella Seconda moglie di Pinero, in Casa paterna di Suder-mann, in Hedda Gabler di Ibsen e nella Maria Stuarda di Schiller. Soprattutto in queste ultime interpretazioni la Vitaliani vide, durante parecchi anni, pendere dal suo labbro e fremere alle sue intonazioni e ai suoi gesti i pubblici più diversi, di Pietroburgo, di Budapest, di Madrid, di Lisbona, di, Buenos-Aires, di Rio de Janeiro, del Messico e dell' Avana. In quei paesi non le mancarono tributi di entusiasmo e omaggi di sovrani e di presidenti di repubbliche. Ma poi vennero per lei anni difficili. Circondata da mediocri attori, con messinscena sciatte, dovette abbandonare i grandi teatri per quelli più modesti di provincia, e ribelle e disdegnosa si chiuse ancora di più in se stessa e si lasciò prendere da una strana forma di misantropia. Già nel teatro là chiamavano, con un po' d'ironia, la "Principessa d'Orange" o anche la "Principessa Silenziosa"; e questi appellativi non le disdicevano. Consapevole del suo valore, irrigidita nello sforzo costante di una méta prefissa e di cui credette talvolta d'aver smarrita la limpida visione, perennemente assorta nella ricerca d'una perfezione che è sempre nell'artista sinonimo di tormento, Italia Vitaliani si distaccò a poco a poco dal pubblico, quasi gli fosse - e non era - avverso. E quando vide che il teatro cercava nuove vie, e le platee non si accontentavano più del "mattatore", la Vitaliani rimase incerta e perplessa. Ma non volle aprire gli occhi alle nuove correnti, non volle uscire dal suo vecchio repertorio e adattarsi ai gusti mutati. E alla fine, anziché lottare, si distaccò dal teatro: per sempre. Avrebbe potuto, per i suoi meriti reali e per la grande fiamma che le ardeva dentro, essere e rimanere fino all'ultimo una delle maggiori attrici della nostra scena moderna. Non volle o non seppe; e il suo destino divenne simile a quello di certe oscure eroine del teatro ibseniano che essa aveva portato alla luce delle nostre ribalte.

MARIO CORSI

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