Scenario 1941 Numero 10 – Laura Carli – Luigi Pavese – Angelo Musco

Ottobre 1941 - Anno X - Numero 10

SCENARIO lo spettacolo italiano

Rivista mensile delle arti della scena - Direttore Nicola De Pirro - SOC. AN. EDITRICE "CINEMA" - Roma

  • In questo numero:
  • IL POVERO MILIONARIO il testo completo della commedia comica in quattro atti di Robert Neuner - L'altro Musco (di Giuseppe Longo) - Terza puntata de: La vita di Petrolini (di Mario Corsi)  - La crociata del Maffei (di Giuseppe Silvestri) - Laura Adani: una conpagnia di giovani (di Corrado Pavolini) - La vita delle filodrammatiche
  • In copertina: Laura Carli e Luigi Pavese in "I padri etruschi"

 

Articoli: L'ultimo ritratto di Angelo Musco - con Giovanni Grasso in PIETRA FRA PIETRA - nei panni del cieco in NICA - in PADRE DI SUO FIGLIO
L'altro Musco

Forse un giorno pubblicherò la vita di Musco, così come egli me la raccontò, saporitamente, in una serie di lunghi colloqui notturni, a Roma, qualche anno fa, in una tiepida camera d'albergo invasa dal denso fumo di una vecchia pipa di radica. Gli fluivano colorite le parole ed era il suo solito eloquio di sempre, qua e là interrotto da lunghi silenzi che io non turbavo perchè egli non perdesse il filo sottile che l'uno all'altro connetteva i suoi ricordi di lontane giornate tristi e liete. Questa singolare vita potrà allora servire a chi vorrà ricostruire la personalità dell'attore, immediato nella sua espressione comica, ma altrimenti incomprensibile nella sua maschera grottesca. Con Musco il teatro siciliano è morto. Come accade, questo attore, così grande e così strapotente, non fu propizio al teatro dialettale. In quanto, egli vivo, nessuno potè fare breccia nel muro della fama, e intanto si sono andate affievolendo le sorgenti della vitalità di questa forma teatrale, poichè, dovendosi costruire il fatto da rappresentare sulla taglia e per la personalità di Museo, tutti quelli che scrivevano per il teatro siciliano dovettero piegarsi a fabbricare commedie con un mattatore al centro, e gli scrittori nuovi, pur di arrivare alla ribalta tenuti per mano da Musco, trascurarono le ispirazioni 5pontanee e si ispirarono a lui uomo, a lui rotondetto, a lui dalla voce rauca, e non seppero immaginare altro interprete se non lui. Musco non era l'interprete del teatro Siciliano. Museo era questo teatro. Era colui che aveva saputo portare per il mondo, col riso e col pianto, ognuno di noi, così come siamo, coi nostri impeti e coi nostri ardori, con quello che mostriamo e con quello che nascondiamo, , sopra tutto con la nostra sensibilità epidermica, con quell'istinto insopprimibi,le di discutere su tutto, di cercare e trovare d'ogni cosa il lato grottesco. Incolto, riuscì ad accostarsi alle ispirazioni dell'arte, per le stesse strade percorse dall'uomo colto. Museo fu una forza della natura. È esistito Museo come esiste il fiume che porta la piena alla foce, come cade la pietra dall'alto della roccia, come si scatena la pioggia. Ma quel che appare miracoloso è come questo fiume sia riuscito da sè a costruirsi gli argini. Qui è il mistero di Angelo Museo. Afferrava il personaggio e lo violentava, lo piegava alla sua voglia, al suo capriccio. Aveva trovato un'altra espe- rienza, un'altra occasione buona per evolversi. Era Liolà perchè si sentiva in gola il canto del nostro contadino, perchè era giovane e maschio, perchè era il gallo del pollaio. Era Ciampa perchè, nella ingenuità della sua vena, riusiva a conprendere il dramma di Ciampa. Era Toti perchè era buono. Era Rosario Chiarchiaro perchè gli pareva logico e giusto che Rosario Chiarchiaro avesse il diritto di mangiare legalizzando il destino che gli impediva di sfamarsi. Ma era anche maestro Austinu Miciaciu, era don Cola Dusciu, era padre Attanasio, era il nipote che attende l'eredità del10 zio cononico, personaggi tutti senza problemi centrali, per quello insopprimibile istinto che l0 spingeva a mortifìcare le debolezze umane; quelle debolezze che si incontrano per strada tutti i giorni e che egli amava ridicolizzare perchè non le aveva: la saccenteria del ciabattino, l'irresistibilità maschia di Don Cola, la paura di padre Attanasio, l'ingordigia del nipote del canonico. Farsa? Era vita. Uomini vivi voleva, non fantocci. Se gli avessero dato una commedia perfetta, con personaggi ideali, non avrebbe potuto recitare. Voleva crearselo lui, il personaggio, sentirlo nascere dalle sue mani. Bastava che gli dessero i pezzi: teste, braccia, torsi, gambe. Al resto pensava lui, come lui aveva pensato un giorno a ricostruire i pupi sventrati nei combattimenti incruenti. Musco veniva dal nulla, dal nulla cosmico. Veniva dalla strada. Veniva, come attore, dall'opera dei pupi. Veniva dalla più grande scuola della vita: la libertà. Libertà di andare, di venire, di tornare, di respirare. S'era incontràto col teatro fortuitamente. Non figlio di comici - suo padre era uno di quei maltesi di cui parla Pirandello in una vovella del Viaggio- non parente di gente di teatro, ma imparentato con tutti i pupi della storia dei paladini di Francia per tramite di quella passione che don Carmelo Sapienza, puparo catanese, gli insufflò adibendolo quando aveva dieci anni alla pulizia delle corazze e delle sciabole. Si può dire che da allora egli non abbia più mutato la sua maniera di vedere la vita. Solo che quello che alle origini gli pareva naturale per ingenuità, gli parve, infine, per esperienza, la più saggia maniera di sentire e di rappresentare i sentimenti umani. Animò ed agitò vuote casacche di uomini al disotto del comune livello della mediocrità còme se li tirasse per invisibili fili, ingigantendone geometricamente i gesti e i sentimenti. Sbatacchiò nei pochi metri quadrati di quell'opera di pupi che fu il suo teatro siciliano, leoni con voce di pecora e pecore con voce di leone; ma in fondo a tutti era un sustrato di commovente umanità e di bontà senza liniti. Perchè il vero eroe era sempre lui, Museo, trasudante e traboccante da tutti i pori dei suoi vuoti pupazzi. Aveva l'osservazione pronta, acutissima. I tipi che portava sulla scena li rubava alla strada. Sono tipi di tutte le ore e di tutti gli angoli: il professore con gli occhiali, il frate, il cantastorie, il portatore d'acqua, l'idiota, il cieco, il tenore di forza. Egli compie profondi studi di psicologia appoggiato ai muri dell'Università di Catania. Egli precorre se stesso, non ha modelli. E quando nasce il teatro siciliano perchè è nato Grasso; quando egli che, accanto a Grasso recitava a soggetto nella commedia dell'arte, capita il primo canovaccio che gli consente di seguire una trama, di avere un perno intorno a cui girare, sia pure all'ombra del gigante truculento, si slancia, si fa galletto. E l'attore eccezionale si rivela. Il fiume si argina. Si rivela con l'acutezza della battuta comica nella Zolfara famosa in cui interrompe la tragicità del momento nel quale Giovanni Grasso gravemente sentenzia: "Il sole di domani illuminerà uno dei nostri cadaveri", con un "Compare, e si chiove?" (e se piove?), che lascia Grasso tramortito e fa torcere le budella al pubblico. Si rivela con la potenza dell'interpretazione drammatica che fa dell'orbo di "Nica" un esempio inarrivabile. Si rivela con la comicità irresistibile nelle farse finali che fanno di Nicolino qualcosa di più del Felice Sciosciammocca -napoletano. Nella farsa muschiana, contrariamente a quanto avviene in quella napoletana, non è la banalità della situazione che fa colpo, ma la personalità del personaggio banale. Mastru Austinu che vuol dare a intendere in San Giovanni Decollato di essere un professore di lingue in pensione, è capace di costruire, in buona fede, tutta una serie di arzigogoli; riesce insomma a fare mente locale, ma il sangue ciabattino gli sprizza da tutti i pori. Ed esplode quando s'accorge che un calzolaio tenta di far passare per buono un miserabile paio di scarpe mal costruite. Esplode, ma non perde il tono professorale nel famoso alterco in cui svela tutte le magagne della scarpa che ha il tacco "sfausu". E per giustificare la sua competenza, rivolto al compare sbalordito, esclama per convincerlo: ( Sa, noi queste operazioni le facciamo all'Università). Bisogna riconoscere a Musco il grande merito di essere stato l'antidoto di Grasso. Il teatro siciliano è nato nell'opera dei pupi, in mezzo a un pubblico che partecipava direttamente all'azione intercalando battute, gridando, vociando, lanciando sul palcoscenico i berretti. È evidente che gli attori per imporsi su un pubblico di tal genere devono alzare la voce, devono agghiacciarlo con la potenza del gesto, con la violenza della parola, se vogliono ammutolirlo e legarlo al fatto scenico. Ecco come è facile intuire e comprendere Giovanni Grasso. Ecco come è possibile spiegarsi l'irruenza tragica che ruppe di schianto tutte le barriere, regionali, nazionali, continentali e divenne un fatto di importanza universale che portò perfino a Pietroburgo, dinnanzi allo Zar di tutte le Russie, quell'attore' puparo primitivo e caldo, sbalordito di tutte le feste che gli facevano, delle pellicce che gli donavano, delle innumeri schiene prone al suo passaggIo. L'andare gridando per il mondo la lode all'omertà, alla coltellata, alla rissa non era certo un cantare il profumo della zagara. Grasso fece del male alla Sicilia. Ma Museo fu il suo antidoto. Per mezzo di Musco si capì che la verità stava nel mezzo. Gli valse la condanna che si portò sempre appresso del riso delle moltitudini. Ora non torna che il suo ricordo. È balzato d'un tratto oltre il magico cerchio della vita. L'ultimo scambietto sulle agili gambe lo portò nell'eternità. Indecifrato.

GIUSEPPE LONGO

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