Stabat Mater (1959) Scotto – Simionato – Poggi – Modesti

Teatro alla Scala di Milano presenta:

Stabat Mater (1959)

Per soli coro e orchestra di Antonin Dvorak

  • Solisti: Renata Scotto, Giulietta Simionato, Gianni Poggi, Giuseppe Modesti - Orchestra e Coro della Scala
  • Direttore: Rafael Kubelik
  • Maestro del coro: Norberto Mola

 

Fotografie 

Link Wikipedia

1. Scotto 2. Simionato 3. Poggi 4. Modesti 5. Kubelik 6. Mola

Programma di sala (pagine 12)
  • Introduzione (Adelmo Damerini)
  • L'Orchestra e il Coro della Scala
  • Il testo
  • Interpreti
  • Fotografie
Introduzione

Antonin Dvorak, dopo aver goduto di popolare ammirazione limitatamente alla sinfonia "Dal Nuovo Mondo", è stato, in questi ultimi tempi, più largamente interrogato anche in altre composizioni strumentali da camera, sacre e teatrali. Bisogna riconoscere che, ad onta di qualche sopportazione dei più irriducibili antiromantici neo-oggettivisti, la considerazione del maestro céco si è notevolmente accresciuta, rivelando un compositore padrone della forma non solo, ma più universale dello stesso Smetana, il quale appare legato più esclusivamente ad elementi etnici. Invece Dvorak ha saputo, in ogni opera, di sposare il sincero legame allo spirito della sua terra con il carattere del linguaggio e della forma propri della classicità e romanticità europee. Un tale connubio fu a servigio di una natura, se non proprio dotata di profondità di pensiero, sicuramente ricca di fantasia e sorretta da un istintivo gusto che le faceva evitare ogni caduta nel volgare e nel comune. Testimonianze nuove di tali qualità sono state l'opera Rusalka inscenata a Venezia or non è molto e il Requiem, su testo liturgico cattolico, ascoltato a Perugia e dove anche l'elemento céc0 predomina non come fattore preordinato ma come naturale e necessaria espressione dello spirito legato alla terra nativa. È da osservare altresì che l'ispirazione mistico-religiosa di Dvorak non proviene da problemi interiori ma da una forza diretta verso un vago bene supremo e influenzata dall'esempio della musica cattolica, propagatasi in Boemia fm dal Settecento e, nonostante il culto hussita, dallo stile delle opere e degli oratori italiani. Il drammatismo stesso di queste opere religiose ha origine non da una commozione interna preesistente alla determinazione della forma artistica, ma da una contemplazione oggettiva, che conduce ad un carattere descrittivo della espressione musicale.

Lo Stabat Mater è forse, più che le altre opere religiose di Dvorak, quclla condotta con spirito unitario, senza sbandamenti stilistici e pervasa da un più costante senso umano e mistico. Il compositore céco adottò come testo l'omonimo inno sacro di ]acopone da Todi (Jacopo de' Benedetti, nato a Todi verso il 1230, morto nel convento di Collazzone nel 1306), diventato attraverso due melodie medievali uno dei più frequentemente usati nella liturgia cattolica e destinato a produrre una eccezionale fioritura musicale (si ricordano, tra i più famosi, gli Stabat del fiammingo Josquin des Près, del Palestrina, di Pergolesi, di Rossini, di Verdi, di Liszt e, ai nostri giorni, di Szymanowski). Nei suoi facili versi latini, il poeta dugentesco rievoca con il cuore colmo di angoscia lo strazio materno della Madonna, chiede anche per sé i tormenti del Cristo crocifisso e innalza una struggente preghiera di essere fatto degno della redenzione. Dvorak scrisse l'opera nel 1877, sotto il dolore della morte del suo primogenito, avvenuta l'anno precedente. La prima esecuzione  ebbe luogo a Praga il 23 dicembre 1880, ma si può dire che la conferma clamorosa del successo lo Stabat Mater la ricevette quando fu eseguito in Inghilterra (il lO marzo 1883, per iniziativa della London Musical Society, alla St. Jamess Hall sotto la direzione di Joseph Barnby, e un anno dopo all'Albert Hall, sotto la direzione dell'autore). Lo Stabat Mater consta di dieci numeri, distinti fra loro, ed ognuno avente un diverso carattere di espressione. Bisogna dire che le parti corali e quelle concertanti sono le pagine meglio riuscite, sia per la genuina ispirazione sinceramente religiosa, sia per la magistrale costruzione architettonica; più deboli e comuni le parti solistiche. Infatti, dopo una introduzione strumentale, iniziata con delle nude ottave lontane, a stabilire quasi un ampio spazio sonoro in cui inquadrare la scena della Madre ai piedi della Croce, il coro inizia, con frasi staccate, dove ritornano le larghe ottave nude dell'orchestra. Poi altra frase, leggermente cromatica, passa nelle varie voci, si alterna con i soli, si unisce con le altre voci corali in un concertato di acceso lirismo, le voci mormorando a volte un declamato sulle parole "quae moerebat et dolebat", per ritornare alla frase cromatica dell'inizio variamente contrappuntata e terminare in un grido acuto di tutte le voci alle parole (evidentemente interpolate, giacché non figurano nel testo originale di jacopone) "et tremebat", spegnendosi in un accordo maggiore. Il quartetto "Quis est homo" ha un primo tema deliziosamente pergolesiano elaborato con delicati disegni dell'orchestra e un secondo al "Pro peccatis" più ampiamente melodico, di minore originalità e stilisticamente contrastante col primo, il quale ritorna sulla fine. Il coro "Eja Mater" ha un andamento funebre di solido impianto e di facile melodiosità. La teatralità del solo di basso "Fac ut ardeat" viene attenuata daIl'impiego del coro "Sancta Mater istud agas". AI coro è assegnata anche la strofa "Tui nati vulnerati", trattata un po' strumentalmente, a tipo di scherzo. Tenore e coro costituiscono la strofa "Fac me vere tecum fIere", di non grande levatura inventiva. Molto più castigata e più intimamente religiosa è la parte corale "Virgo virginum praeclara", condotta quasi sempre omofonicamente a guisa di 'corale'. Il duo per soprano e tenore "Fac ut portem Christi mortem" non ha rilievi particolari, mentre un accento più deciso ha l'aria del mezzosoprano "lnflammatus" che, specie nella parte centrale, è condotta con maggiore originalità melodica ed armonIca. L'ultima strofa con quartetto e coro è, come la prima, la parte più importante: ed ambedue si richiamano anche per l'impiego tematico. Iniziatasi infatti con le solite lontane nude ottave, il quartetto dei solisti impianta il tema "Quando corpus", che vien ripetuto, variandolo, dal coro e svolgendolo in una bella progressione imitativa che si conchiude a I "Paradisi gloria" con solenni accordi. Poi la strofa si riprende sul tema cromatico dell'iniziale "Stabat Mater", il quale costituisce anche l' "Amen" in un sonoro concertato liberamente elaborato con lunghi vocalizzi, terminando in una intiera ripetizione della strofe "Quando corpus" in armonie corali di glorificante elfetto. a cui fa séguito ancora l' "Amen" con una cadenza solenne plagale sopra l'ultimo accenno in orchestra del tema dello "Stabat". In conclusione l'opera, a parte qualche breve cedimento, è nella sua essenzialità pervasa da un affiato musicale di ampio respiro ed elaborata con magistrale senso della forma. Essa rappresenta altresì un esempio tipico del tardo romanticismo, con qualche seria volontà di aderire alla classicità italiana del nostro Settecento religioso.

ADELMO DAMERINI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *