Tannhauser (1998) Ronald Hamilton – Patrizia Orciani

Teatro Massimo di Palermo presenta:

TANNHAUSER - und der Sangerkrieg auf Wartburg (1998)

Opera romantica in tre atti di Richard Wagner

  • Interpreti principali: Ronald Hamilton (Tannhauser) Patrizia Orciani (Venus) Karen Huffstodt (Elisabeth) David Malis (Wolfram) - Orchestra e Coro del Teatro Massimo
  • Maestro Concertatore: John Neschling
  • Regia: Werner Herzog
  • Maestro del coro: Fulvio Fogliazza
  • Scene: Maurizio Balò
  • Costumi: Franz Blumauer

 

Programma di sala (pagine 164)
  • Un passo gigantesco verso l'ideale (Franco Serpa)
  • Renoir, Wagner e i Tannhauser (Benedetto Patera)
  • Amelia Pinto gloria wagneriana (Giorgio Gaulerzi)
  • L'incontro visivo ... (E. Comuzio)
  • Dal grande schermo al palcoscenico tutte le opere di Herzog (Rosario Lizio)
  • L'argomento
L'Argomento

Primo Atto - Dopo la grandiosa Ouverture (cui nell'edizione parigina del 1861 segue uno sfrenato Baccanale) ci troviamo nell'Horselberg, il monte in cui è situato il licenzioso regno di Venereo La dea ha in suo potere il giovane Tannhauser che, dopo aver vinto una gara poetica nella reggia di Hermann Langravio di Turingia, vive tra mille voluttà, ammaliato dalla dea ed immemore del puro amore che Elisabetta, nipote del Langravio, nutre per lui. Ormai, però, il giovane è stanco dei molli piaceri che la dea gli offre e, pur promettendole ripetutamente di cantare le sue lodi (Dir tane Loh!), la prega di farlo tornare alla propria terra per vivere e soffrire come tutti i mortali. Venere lo supplica di restare, lo minaccia, lo maledice, ma infine è costretta a cedere. Così quando Tannhauser, in un anelito di espiazione, invoca il nome della Vergine Maria, il regno della dea pagana sprofonda. Al suo posto appare una valle fiorita nei pressi del castello della Wartburg. Con un'agreste melopea, un pastorello inneggia alla primavera (Frau Holda kam aus dem Berg hervor). Passa una lunga processione di pellegrini, diretti a Roma per ottenere il perdono e la benedizione del Pontefice (corale Zu dir wall ich, meinJesus Christ). Commosso, Tannhauser li osserva. Mentre i penitenti si allontanano, annunciati dagli squilli di corno di una battuta di caccia, giungono il Langravio e un gruppo di cantori, fra cui il mite Wolfram. Stupiti, essi riconoscono l'antico orgoglioso rivale, ormai tanto smarrito e mutato, ma Wolfram, ricordandogli il nome di Elisabetta che lo ha amato per il suo canto e che, afflitta per la sua lontananza, non assiste più alle tenzoni poetiche, riesce a scuoterlo e a convincerlo ad unirsi nuovamente a loro (War's Zauber, war es reine Macht). Il canto commosso e riconoscente di Tannhauser (Ha, jetzt erkenne, ich sie wieder) da l'avvio all'animato pezzo d'insieme che conclude l'atto fra l'esultanza del Langravio, dei cantori e di tutti i cacciatori che, intanto, hanno affollato la scena.

Secondo Atto -  Preparata da una vivida Introduzione orchestrale, la scena si apre sulla sala dei bardi, nel castello della Wartburg. Elisabetta saluta la stanza a lei cara nella quale non era più entrata dal triste giorno della partenza di Tannhauser (Dich, teure Halle, gruss ich wieder) indi, all'arrivo del giovane, turbata e felice, gli rivolge ingenue e affettuose parole, intrecciando subito dopo con lui un intenso, amoroso duetto. Al suono di una celeberrima marcia orchestrale (detta Entrata dei bardi) giungono intanto gli invitati e i cantori, i quali ultimi parteciperanno alla gara che -secondo l'annuncio del Langravio- avrà come tema: "la natura dell'amore". Inizia Wolfram, che dell'amore esalta la celestiale purezza, ma Tannhauser gli risponde cantando le lodi del desiderio e dell'appagamento dei sensi. Contestate e disapprovate, le sue parole suscitano lo sdegno generale e solo l'autorità del Langravio riesce ad evitare una rissa, ma quando Wolfram inneggia ancora all'amore spirituale, Tannhauser non si trattiene più e, in estatico rapimento, prorompe nell'elogio di Venere, confessando anche di essere stato alla sua corte. L'orrore dei presenti è immenso e tutti si avventano furibondi contro l'irriducibile peccatore, pronti a trafiggerlo con le spade. Ma Elisabetta, pur offesa nella purezza del suo sentimento, riesce a trattenerli invocando il perdono cristiano e suscitando con la sua appassionata perorazione (Der Unglucksel'ge, den gejangen ein /urchtbar mCicht'ger Zauber hàlt) un poderoso concertato in seguito al quale Tannhauser, preso da vivo rimorso e commosso dalle parole della fanciulla, accetta l'ordine del Langravio: seguirà i pellegrini che si recano a Roma e non farà ritorno al castello se non dopo aver ottenuto il perdono del Vicario di Cristo.

Terzo Atto - Al termine del Preludio, che Wagner intitolò "pellegrinaggio di Tannhauser", il sipario si apre nuovamente sulla valle fiorita in cui il giovane bardo si era trovato dopo il crollo del regno di Venereo E' sera. Elisabetta, prostrata dalla sofferenza e dalla lunga attesa, inginocchiata davanti ad un'immagine della Madonna prega per Tannhauser. Wolfram la osserva pensoso. Annunciati da un canto di grazia e di perdono (Coro Begliickt darl nun dich, o Heimat, ich schauen), giungono i pellegrini, ma Tannhauser non è con loro. In un sublime impeto la fanciulla invoca la Vergine, offrendo la propria esistenza per la salvezza del peccatore (preghiera Allmdcht'ge Jungfrau, hor mein Flehen!) poi, mestamente, ritorna al castello. Wolfram, rimasto solo, come in un triste presagio, rivolge un commosso canto alla lucente stella della sera perché rischiari l'estremo cammino della sventurata giovane (romanza O du, mein holder Abendstern). Ma ecco apparire sfinito e irriconoscibile Tannhauser che, dopo avere chiesto a Wolfram la via per tornare alla corte di Venere, con straordinaria incisività rievoca all'amico inorridito il desolante fallimento del viaggio a Roma, le sofferenze e i patimenti subiti in espiazione, il perdono che il Papa si è rifiutato di concedergli e la condanna eterna da questi inflitta a chi ha peccato nel regno della dea pagana (Inbrunst im Herzen). E a lei, con terribile esaltazione, si rivolge alla fine del racconto Tannhauser, invocandone perdutamente il nome. Venere, in tutta la sua luminosa invitante bellezza appare, rinnovando le sue lusinghe. Quando però Wolfram pronuncia il nome di Elisabetta, Tannhauser torna in sé e la peccaminosa visione scompare, mentre si avanza il corteo funebre della purissima giovane; la sua morte ha compiuto il miracolo della redenzione. Tannhauser si inginocchia dinanzi alla salma e, implorandone la santità, spira in grazia di Dio mentre intorno si leva il canto di grazia dei pellegrini, che concludono l'opera con la grandiosa riesposizione del loro celebre coro.

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