Tovaritch (1986) Ivana Monti – Andrea Giordana

Teatro Manzoni di Milano presenta:

Tovaritch (1986)

Di Jacques Deval

  • Interpreti principali: Ivana Monti, Andrea Giordana, Fioretta Mari, Quinto Parmeggiani, Mario Erpichini, Edmondo Tieghi
  • Traduzione e adattamento: Luigi Lunari
  • Musiche: Benedetto Griglia
  • Scene e Costumi: Alberto Verso
  • Regia: Marco Parodi

Fotografie di Tommaso Le Pera

 

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Programma di sala (pagine 54)
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  • Fotografie di Tommaso Le Pera
Questa produzione

A graziosamente sfidare le grandi ombre di Elvire Popesco, Marta Abba, Claudette Colbert, ma soprattutto quelle di Elsa Merlini e dell’intramontabile Paola Borboni, che si disputarono il ruolo nella stessa remota stagione, Ivana Monti impersona Sua Altezza Imperiale la Granduchessa Tatiana, nipote di Nicola II, avventurosamente fuggita dalla Russia, dopo essere stata catturata dai rivoluzionari. Un riflesso di luminosità televisiva non nuoce ad Andrea Giordana che ha interrotto il lungo sodalizio teatrale con Giancarlo Zanetti proprio per impersonare l’ineffabile marito di Tatiana, principe Mikail Alexandrovich Ouretief, intrepido quanto sfortunato generale di cavalleria incorso in un impressionante serie di insuccessi marziali, prima di riparare a Parigi con il tesoro dello zar. Uno dei pilastri su cui poggia il capriccioso edificio di “Tovaritch” è infatti costituito dalla palata di miliardi che il grazioso Imperatore di tutte le Russie ha affidato al fìdo aiutante di campo per sottrarla al comprensibile appetito degli insorti. Avendo impegnato il suo onore a restituire cotanto tesoro unicamente nelle mani dello zar, il principe Mikail non soltanto non tocca un copeko, pardon un centesimo – malgrado il verde che più verde non si saprebbe delle sue tasche – ma resiste impavido ai tentativi dei più alti esponenti della Banca di Francia o d’Inghilterra che vorrebbero persuaderlo a convertire in titoli di Stato un così imponente deposito monetario.

Addentrarsi nell’incalzante gioco delle situazioni paradossali che Jacques Deval rende verosimili con il puntello dei più spiritosi aforismi equivarrebbe a smontare un garrulo organetto di Barberia per scoprire com’è fatto dentro. Basterà tutt’al più accennare al tema saliente della spigliata commedia, ossia alla decisione della multimiliardaria e insieme squattrinata coppia principesca di risolvere gli altrimenti insormontabili problemi quotidiani offrendosi come camerieri in una casa alto-borghese. Alla disponibile, ma comprensibilmente perplessa Tatiana, il loico consorte spiega che non c’è poi grande differenza fra lo servire uno Zar e una Zarina come ciambellano e dama d’onore e riservare altrettante prestazioni ad una coppia di nuovi ricchi, trattandosi tutt’al più di indossare per la circostanza abiti più dimessi.

Quinto Parmeggiani e Fioretta Mari impersonano gli incauti datori di lavoro dei principi-camerieri, come dire il banchiere e deputato socialista Arbeziat e la sua estasiata consorte Fernanda, genitori del ventenne Giorgio e della diciottenne Elena, ancora di più folgorati dall’entrata in servizio dei sedicenti coniugi Popor. Nel trascinante balletto, che sembra far rivivere lo stereotipo di una rinverdita Belle Epoque, fanno il loro ingresso per un più o meno frettoloso giro di valzer personaggi di matrice operettistica che Deval rivernicia di verosimiglianza con le tinte indelebili della sottolineatura ironica. Talune battute sono chiaramente in debito con la “pochade”.

L’abilità di Deval sta proprio nel far tintinnare la vecchia cristalleria del più vieto teatro “boulevardier” per all’improvviso utilizzarla per brindisi di ben altro peso, senza perciò nulla ancora sacrificare all’impegno sorridente. Il codice segreto che apre il forziere con i miliardi dello zar è nelle mani del commissario del popolo, ossia del “tovaritch” cui la commedia s’intitola, affidato all’interpretazione di Mario Erpichini. Non ve ne sveleremo la combinazione, anticipandovi soltanto che è proprio con l’apparizione dell’enigmatico Dimitri Gorotchenko che la commedia non soltanto si complica di risonanze inquietanti, ma compie altresi un salto di qualità, altrimenti componendo il “puzzle” delle sparse tessere. Sul limitare del paradosso s’affaccia un qualcosa che continua a formalmente conservare l’abbandono del “divertissement” e tuttavia introduce una sorprendente notazione provocatoria, una soluzione ingegnosa destinata ancor oggi a far discutere, figurarsi nei primi Anni Trenta.

A puro titolo di curiosità va aggiunto che ognuno dei quattro atti originali di “Tovaritch” è preceduto da lunghe e puntigliose didascalie con cui l’autore indugia anche sul più piccolo dettaglio scenografìco, ancora beatamente ignaro delle licenze che di lì a poco si sarebbero presi i nuovi signori della scena. Tanto si precisa nel tentativo di non screditare in partenza l’operato registico di Marco Parodi, nonché le scene e i costumi di Alberto Verso (I quali, avendo sportivamente raccolto la sfida, hanno adeguatamente risposto).

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