Turandot (1958) Birgit Nilsson – Giuseppe Di Stefano

Teatro alla Scala di Milano presenta: 

Turandot (1958)

Dramma lirico in tre atti di Giuseppe Adami e Renato Simoni - Musica di Giacomo Puccni (duetto e scena finale completati da Franco Alfano)

  • Interpreti principali: Birgit Nilsson (Turandot) Giuseppe Di Stefano (Calaf) Rosanna Carteri (Liù) Giuseppe Modesti (Timur) Renato Capecchi (Ping) Piero De Palma (Pong) Mario Ferrara (Pang)
  • Maestro Concertatore: Antonino Votto
  • Regia: Margherita Wallmann
  • Maestro del coro: Norbeto Mola
  • Coreografia: Luciana Novaro
  • Scene e Costumi: Nicola Benois - Chou Ling
  • Direttore allestimento: Nicola Benois

 

Fotografie 

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Programma di sala (pagine 58)
  • Puccini vivo (Giulio Confalonieri)
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"Puccini vivo" di Giulio Confalonieri

Sforniti di una letteratura romanzesca abbondante e importante, gli italiani dell'ultimo Ottocento e del primo Novecento si sentivano attratti assai spesso a romanzare le persone reali, ad accomodare vita e carattere di persone reali secondo schemi prestabiliti e secondo oscure necessità di un convenuto movimento scenico. A Giacomo Puccini, venuto a trovarsi fra il patriottismo selvaggio, la brusquerie campagnola di Verdi e la spavalderia di Mascagni, fra l'etisia di Catalani e la zazzera di Leoncavallo, toccò fare il buon figliolo, pulito, elegante, una specie di primo della classe con qualche sapore alla De Amicis. Da lontano gravavano la ghiottoneria di Rossini, gli eccessi erotici (anche quelli esagerati) di Bellini e la follia di Donizetti; più vicino, il catonismo di Enotrio e gli scandali di D'Annunzio. Sbocciando in quel mentre la tenerezza pascoliana, era bene che la musica, per contrapposto a un livornese deciso a dedicare un'opera "a se stesso in segno di profonda ammirazione", potesse disporre di un lucchcse tutto affetti familiari e modestia, tutto ordine e decoro, tutto miele, tutto lacrime da distribuirsi tra le fanciulle angosciate dei diversi paesi. Fin qui, nulla di male. Il diritto a fantasticare, anche se non figura in nessun Statuto o Costituzione del mondo civile, non è meno legittimo del diritto a mangiare, a lavorare etc. Il male incominciò dopo; incominciò quando quel falso ritratto di Puccini uomo (gli avevano lasciato un po' di caccia e un poco d'automobilismo, generosamente) prese a riverberarsi sui giudizi e gli apprezzamenti di Puccini artista. Se in Italia ancora troppa gente storce la bocca davanti alle opere pucciniane quasi le considerasse belle, sì, ma troppo facili, troppo commerciali, troppo servili di una moda e di un pubblico, ciò avviene, ne siamo sicuri, per suggestione di una leggenda e per causa di una letteratura addetta a mantenerla in vita e a propagarla. Tanto è vero che all'estero, dove di Puccini uomo si sa pochissimo e dove certe biografie di Puccini non furon mai lette, nessuno si sogna di considerare la musica di lui (secondo le felici espressioni di Claudio Sartori nel suo recente importantissimo libro dedicato al Maestro) "un male necessario, un fenomeno che non si può ignorare nella sua vitalità, ma che si preferisce non accostare troppo, quasi per tema di perdervisi o di dover venire a transazione con la propria serenità di giudizio". Ora, poiché a ottenere la completezza del racconto e la rifinitura del ritratto bisognava dimostrare che la fortuna, per vecchia abitudine presa appunto fra le pagine delle operette morali, non poteva se non premiare puntualmente un uomo tanto per bene, un signore che se lo meritava così chiaramente, ecco che, a fianco dei regolari successi esteriori, si drizzò la storia di una perenne pace interiore, di un perenne stato di grazia, di un'infallibile gioia creativa, di una "vena" (come si dice nel gergo dei giuocatori) cui certa cautela iniziale e certo lungo soppesare prima di decidersi alla scelta di un soggetto non facevano che aggiungere di perfezione e di fascino. Simile disgrazia (e possiamo ben chiamarla disgrazia ) aggravò il processo di incomprensione, ribadì un attegiamento, per la sua indulgenza, offensivo e si risolse nell'idea che Puccini, una volta conquistato al sole il suo piccolo posto, non avesse avuto altro a fare che restar là ad occuparlo in assoluta sicurezza e letizia. Così, escluso ogni sospetto di un'ansia, di una ricerca, di una perplessità o una problematica nascoste dietro le parvenze dell'uomo vittorioso e sereno; escluso ogni dubbio circa una responsabilità e un'insoddisfazione, avvenne che la valutazione dell'opera, la percezione della sua parabola evolutrice, l'identificazione di quegli spiriti e di quelle essenze che si trovavano condizionati da un vero e proprio dramma intimo sfuggissero all'occhio della gente (e qui il male non sarebbe risultato grande) ma sfuggissero anche all'orecchio. Eppure, sarebbe stato sufficiente osservare la qualità successiva dei libretti pucciniani per capire che sotto sotto ci doveva esser qualcosa e che già quel dato di fatto stava all'opposto del quieto vivere, dell'opportunismo, della pigrizia mentale. Dopo aver affrontato gli argomenti romantici delle prime due opere, come a conferma di ricercate parentele fra la "scapigliatura" lombarda e certo magicismo nordico; l'aver osato riprendere la storia di Manon Lescaut, appannaggio del più applaudito operista francese dell'epoca, era già indizio..    (continua)

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