Turandot (1974) Hana Janku – Amedeo Zambon

Teatro Massimo Bellini di Catania presenta:

Turandot (1974)

Dramma lirico in tre atti di Giuseppe Adami e Renato Simoni - Musica di Giacomo Puccini

  • Interpreti principali: Hana Janku (Turandot) Amedeo Zambon (Calaf) Lorenzo Gaetani (Timur) Lydia Marimpietri (Liù) Guido Mazzini (Ping) Augusto Pedroni (Pang) Mario Ferrara (Pong)
  • Maestro Concertatore: Fernando Previtali
  • Regia: Aldo Mirabella Vassallo
  • Maestro del coro: Rolando Maselli
  • Coreografie: Franca Bartolomei
  • Scene: Mischa Scandella
  • Costumi: Eugenio Guglielminetti
  • Direttore Allestimento: Roberto Laganà

 

Fotografie di Giovanni Consoli

Link Wikipedia

  • 1. Zambon - Janko 2. Gaetani - Marimpietri 3. Previtali 4. Vassallo 5. Puccini
Programma di sala (pagine 32)
  • Giacomo Puccini 1858  1924 (Domenico Tempio)
  • Il romanzo di un operista (Gianandrea Gavazzeni)
  • Opera insolita (Fedele D'Amico)
  • Argomento
  • Interpreti
  • Fotografie di Giovanni Consoli
Giacomo Puccini 1858 - 1924  Ore 4 del mattino del 29 novembre 1924: muore Giacomo Puccini. Siamo a cinquant'anni dalla sua scomparsa. La “Turandot” che va quest'anno in scena al Bellini lo vuole ricordare. Quella che potrebbe sembrare una commemorazione formale di un grande compositore, una scadenza da rispettare, per il pubblico non lo è. Puccini ha toccato troppo in fondo al cuore con la sua musica da potere essere solo formalmente ricordato. Del resto era proprio lui che con il suo cuore voleva parlare direttamente al cuore dello spettatore. Quante volte ammoniva, toccandosi con l'indice il petto: “Convincetevi che tutto deve partire da qui, se si vuole creare qualche cosa che prenda e che resti”. E di Puccini per ricordarlo è rimasta tutta la sua musica, sono rimasti i suoi personaggi, le sue creature, Mimì, Tosca, Liù, Cio-Cio-San. Ma è rimasta anche la sua vita, non facile, intrisa di umanità, piena di amori, di delusioni, di malinconia. La sua sembra la storia scritta apposta per un poeta o un musicista. Una storia romantica tipica dell'Ottocento con una conclusione brutale ma melodrammatica allo stesso tempo. Il personaggio-Puccini quasi la richiedeva. E le lacrime che parenti e amici versarono attorno al suo corpo dopo che il cancro aveva compiuto il suo ultimo terribile atto, adesso, a cinquant'anni di distanza, ci sembrano come le lacrime che egli fece versare ai suoi personaggi davanti ai corpi senza vita di Mimì, di Liù, di Cio-Cio-San. Lui, Puccini, che voleva che ogni cosa nelle sue opere teatralmente funzionasse, era riuscito inconsapevolmente a dare una conclusione lirica anche alla sua vita. “Sto peggio di ieri, ho l’inferno in gola e mi sento svanire…” fu l'ultima invocazione scritta dalla clinica di Bruxelles. Quanto avrebbe pagato per farla dire a un suo personaggio! Quest'uomo di un carattere unico, di una bonomia simpatica e furba, estroso e imprevedibile, di una sincerità rude e talvolta grossolana, in fondo preferiva una umanità dimessa e sofferente, cosi come ce la descrive nelle sue opere. I suoi personaggi aveva bisogno di vederli e sentirli palpitare, di prenderli per mano e accompagnarli e travolgerli nel cerchio di un disperato amore. E amarli a sua volta. Per questo la ricerca di un libretto era sempre faticata e richiedeva press'a poco tre anni tra l'una e l'altra opera. E quel perdere tempo lo struggeva, come si struggeva sul suo letto di morte per la sua Liù, quella mirabile creatura che gli fece compagnia sino all'ultimo respiro e che egli non riuscì a vedere viva sul palcoscenico: “la musica? - scriveva - cosa inutile. Non avendo libretto, come faccio della musica?” Eppure quest'uomo così sensibile, così alla ricerca di un perfezionismo teatrale che forse non si addiceva ai tempi, nella vita e in particolare nell'amore si sviliva con una civetteria e una superficialità non certo aderenti al suo animo così come ce lo rivelava la sua musica. E lo confermano alcune lettere inedite, pubblicate di recente da Arnaldo Marchetti sotto il titolo “Puccini com'era”, dove vengono alla luce alcuni episodi in cui il "clima" della "Bohème" è avvertibile in ogni parola. la sua fuga con Elvira Bonturi, sposa di Narciso Gemignani, è cosi da lui stesso raccontata in una lettera alla sorella: “… fu una partenza provvisoria, perchè la trippa era a un punto tale da non potersi più tenere celata”. Come si vede non usa mezzi termini, anzi addirittura sembra compiacersi con un pizzico di civetteria di maschio. In queste lettere c'è anche la rivelazione di un ultimo amore di Puccini già cinquantasettenne, per una bella signora tedesca, la baronessa Josephine von Stangel, trentacinquenne. Lei lo chiamava "Mucci", lui "Busci". Ma al di fuori dell'ilarità che possono suscitare questi vezzeggiativi, i tre scritti dei due amanti sono pieni di commozione. Quest'episodio tra l'altro viene a incrinare quella tesi seconda la quale Puccini per un "freudiano" legame verso la madre, non poteva amare se non donne di rango "inferiore". Stavolta s'era scelto una baronessa. Ciò in parte conferma quello che dice Claudio Sartori nella prefazione della pubblicazione sopra citata: che il libro definitivo su Puccini ancora è da scrivere. Una storia quindi la sua ancora incompiuta, come incompiuta fu la sua "Turandot". E la penna va fermata, come Toscanini fermò la sua bacchetta al punto dove Puccini lasciò l'opera interrotta. Era quella la sera del 25 aprile 1926. Il pubblico della Scala, in piedi, salutò in silenzio la prima esecuzione dell'ultimo capolavoro del musicista toscano. Il Maestro era già morto da un anno e mezzo. DOMENICO TEMPIO
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *