Turandot (1983) Ghena Dimitrova – Placido Domingo – Katia Ricciarelli

Teatro alla Scala di Milano presenta:

Turandot (1983)

Dramma lirico in tre atti di Giuseppe Adami e Renato Simoni - Musica di Giacomo Puccini

  • Interpreti principali: Ghena Dimitrova (Turandot) Placido Domingo (Calaf)  Katia Ricciarelli (Liù) Boris Bakow (Timur) Rolando Panerai (Ping) Ernesto Gavazzi (Pang) Florindo Andreolli (Pong)
  • Maestro Concertatore: Lorin Mazel
  • Regia: Franco Zeffirelli
  • Maestro del coro: Giulio Bertola
  • Scene: Franco Zeffirelli
  • Costumi: Anna Anni - Dada Saligeri
  • Direttore Allestimento: Giorgio Cristini

 

Fotografie 

  • Bozzetti dei costumi
Programma di sala (pagine 16)
  • Il 7 dicembre Milano è più Milano
  • Giacomo Puccini: elementi biografici
  • Bozzetti dei costumi
  • Turandot - il soggetto
Il soggetto

Atto primo - Sotto le mura di Pechino, al tramonto. Il popolo ascolta, prostrato, un decreto di morte: come gli altri che prima di lui hanno tentato la prova, il Principe di Persia non ha saputo sciogliere i tre enigmi che la principessa Turandot pone a patto di conquista ai suoi aspiranti, e perciò al sorgere della luna sarà decapitato. Appena il Mandarino ha finito di leggere, scoppia un tumulto, a stento contenuto dalle guardie. Uomini, donne, bambini sono travolti. Anche un vecchio è caduto, e una giovinetta tenta invano di risollevarlo. E’ Timur re dei Tartari, che ha perduto in guerra il suo regno e cui si è accompagnato nel lungo peregrinare in esilio una schiava fedele, la piccola Liù. Tra la folla si fa largo un giovane, aiuta il vecchio a rialzarsi, lo riconosce: è suo padre. Re spodestato e Principe si stringono in un intenso abbraccio, presso le mura magiche dove intanto i servi del boia danno spettacolo arrotando l'immensa lama del supplizio. Nessuno sappia il loro nome. Chi usurpò la corona che li rendeva ricchi e potenti, ancora li cerca e li perseguita. Poiché il destino li ha riuniti, andranno insieme verso una nuova vita. Liù, commossa ed estatica, al Principe che le chiede perché abbia voluto seguire la sorte di suo padre, risponde con estrema semplicità: “Perché un dì, nella reggia, m'hai sorriso”. E’ discesa la sera. Tutti scrutano il cielo invocando la luna che segnerà l'ora della morte. Come i primi pallidi chiarori si diffondono, mille braccia si tendono perché la porta dello spalto si schiuda e apparisca finalmente il carnefice. Una nenia funebre annuncia il corteo che accompagna al supplizio il Principe di Persia. Alla vista della giovane vittima, un'accorata pietà pervade la folla. Si vuole la grazia. Si chiama la Principessa. L'implorazione, alla quale s'unisce anche il Principe Ignoto, si fa viva ed ardente. Ma Turandot, dall'alto della loggia imperiale, ha un gesto estremo di condanna. Timur e Liù s'avvicinano al Principe. Chi percuote tre volte il gong che pende dall'arco del palazzo è perduto. Il Principe, sconvolto da un indescrivibile turbamento, infiammato da una tentazione invincibile, si precipita con impeto verso il bronzo che s'è acceso per lui d'una luce abbagliante. D'improvviso tre strane figure gli sbarrano il passo. Sono i ministri dell'Imperatore, tre maschere grottesche, che lo circondano, gli parlano, l'ammoniscono con una comica logica di tradizionale buonsenso. Ma il Principe non li ascolta: vede le ombre di tutti i morti per Turandot che ancora, oltre la vita, la invocano. Non la disperazione del padre, non il pianto di Liù, non la stridente esortazione delle maschere possono più trattenerlo. E pronunciando tre volte il nome della Principessa, si slancia a percuotere tre volte il gong che sveglierà la reggia e la città per il nuovo cimento.

Atto secondo - Primo quadro. I ministri dell'Imperatore parlano proprio come parlerebbero le vecchie maschere italiane e, in fondo, mutata casacca, l'anima di Ping, Pang e Pong non è che l'anima di Pantalone, Arlecchino e Brighella, e la nostalgia che li prende del loro paese lontano è un poco nostalgia di laguna. Ancora una volta sono costretti a preparare le nozze o le esequie. Torneranno a essere ministri del boia, e andranno a godersi, dopo l'ennesima cerimonia, l'ennesimo supplizio. Secondo quadro. Nel piazzale della reggia dove tutta la Corte è raccolta, una immensa scaléa a ripiani sale sino al trono dell'Imperatore, dove stanno gli otto sapienti che recano in rotoli sigillati le risposte alle domande fatali. Ai piedi della scaléa giunge il Principe, mentre Timur e Liù sono confusi tra la folla. Preceduta dal suo corteggio di ancelle, Turandot si presenta, ricordando al suo popolo e rivelando all'Ignoto la ragione per la quale non vuole essere schiava di un uomo. In lei rivive l'anima di un'antenata che fu la bella e straziata preda d'uno straniero invasore. L'orgoglio di tanta purità contaminata rinasce in lei, che ammonisce: “Straniero: non tentare la fortuna / Gli enigmi sono tre, la morte è una!”. Squillano le trombe, l'attesa del popolo si fa ansiosa. Il primo enigma è proposto. La soluzione fiorisce improvvisa sulle labbra del Principe. Turandot scende verso di lui. Propone il secondo enigma. Un attimo di incertezza, un ondeggiare della folla. Poi, anch'esso è risolto. Si acclama, si presentisce la vittoria dell'Ignoto. Turandot domina con lo sguardo fiero il clamore. Si precipita già dalla scala, si avvicina minacciosa al Principe e, più che dirgli, gli martella nel cuore il terzo enigma, il definitivo. Il Principe sembra smarrirsi, ammutolisce. Ma le voci incitatrici della folla, l'incoraggiamento dello stesso Imperatore, l'angosciosa implorazione di Liù, lo scuotono. Egli grida la parola di vita: ha vinto. Turandot risale affannosamente la scala, si getta ai piedi del padre, invoca la sua libertà. Ma quando tutti sono contro la sua disperata ribellione, è il Principe stesso che con un gesto audace d'innamorato la affranca dal patto: “Tre enigmi mi hai proposti e tre ne sciolsi. / Uno soltanto a te ne proporrò: / il mio nome non sai. Dimmi il mio nome / prima dell'alba e all'alba io morirò!”. La Corte si alza. Squillano ancora le trombe. Il Principe s'avvia verso la reggia, mentre risuona solenne l’inno imperiale.

Atto terzo - Nel giardino della reggia, misteriose e paurose nella notte stellata risuonano voci lontane di araldi e voci disperate di popolo. Turandot comanda, pena la morte, che il nome dell'Ignoto sia rivelato prima del mattino. Nessun dorma, ripetono gli araldi. Ministri, dignitari, ancelle, gente d'ogni rango circondano a turno il Principe. Dapprima sono offerte e lusinghe, poi minacce terribili. Vita per vita, già i pugnali si tendono verso di lui, quando s'ode un brusio lontano. Timur e Liù sono stati catturati, eccoli trascinati dagli sgherri. Essi sono stati visti col Principe, debbono sapere chi è: il nome sia strappato da quelle due bocche ostinatamente mute. La piccola schiava, per salvare Timur dalla tortura e dare al suo Principe la vittoria, confessa a Turandot che lei sola conosce il nome dell'Ignoto. L'incubo sembra svanito, un senso di sollievo si impadronisce di tutti, Liù è acclamata. Ma subito Liù guardando con tenerezza il principe dichiara- che nulla e nessuno al mondo potranno estorcerle il segreto. Invano si tenta di farla parlare con le torture. Il Principe che vorrebbe difenderla viene immobilizzato. Liù tace sempre e Turandot, stupita e turbata dalla forza d'animo che sorregge quella fragile creatura, le domanda donde tragga tanta fermezza e tanto coraggio: “Principessa, è l'amore per quell'uomo che un giorno mi sorrise - risponde Liù - ed è questo che mi fa felice nel dolore”. Un amore impossibile, inconfessato, ma così grande da deciderla a sacrificare lietamente la vita: infatti, per sottrarsi a più aspre sevizie, Liù strappa il pugnale dalla cintola di uno dei suoi tortura tori e se lo immerge nel petto cadendo ai piedi del Principe. Subentra un silenzio pieno di sgomento: un superstizioso timore che la morte di Liù sia cagione di sventura e di espiazione invade tutti. Il corpo di Liù è pietosamente sollevato e allontanato: non l'abbandona Timur, disperato d'aver perduto la sua devota compagna. A questo punto si conclude la stesura originale di Puccini. Turandot e il Principe rimangono soli. L'impeto di lui, fatto di sdegno e di passione, prorompe. Un bacio distrugge la gloria della inaccessibile e crudele Principessa. Turandot, che l'esempio d'amore, il sacrificio umile e tragico di Liù hanno trasfigurato, confessa di essere stata turbata fin dalla prima volta che lo vide, e da allora la paura di perdere la sua purezza fu pari alla paura di perdere lui, perdere e morire. Quando l'alba sbianca il cielo, soltanto il suo antico orgoglio resiste ancora, ed è quello che la induce a supplicare il Principe di accontentarsi di averla vinta e di partire senza svelare il segreto del nome. Ma il Principe superbamente le fa dono della vita e le dice d'essere Calaf, il figlio di Timur. Squillano le trombe. È giorno. La Corte si raduna intorno al trono dell'Imperatore. Nella tensione generale Turandot avanza e infine proclama: “Conosco il suo nome: è Amore!” e accoglie tra le sue braccia il Principe Calaf.

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